attualità, economia, politica italiana

"L'impresa e l'alibi dell'articolo 41", di Michele Ainis

La Carta costituzionale è al contempo la carta d’identità di un popolo. Ne elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Poiché in Italia nessuno la conosce, significa che non abbiamo idea di cosa siamo. Peggio: significa che ci sentiamo liberi di plasmare ogni mattina i nostri connotati, senza preoccuparci della fotografia scattata dai Costituenti. Ma c’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più se procurato con l’inganno. Un esempio potrà forse aiutarci a risvegliare la memoria.
Quale? L’art. 41 della Costituzione. Urge cambiarlo, ha detto nei giorni scorsi il ministro dell’Economia. Altrimenti la libertà d’impresa rimarrà per sempre una chimera, ostaggio d’uno Stato ficcanaso. Applausi bipartisan, con l’opposizione – da Morando a Violante – pronta a concorrere a questa rivoluzione liberale. E i cittadini? Avranno pensato che quella norma l’aveva vergata di suo pugno Stalin, che la Costituzione italiana del 1947 sia una ristampa anastatica della Costituzione sovietica del 1936. Poiché il professor Tremonti è persona colta, lui certamente sa cosa c’è scritto nei tre commi dell’art. 41. Noi invece dei nostri studi ci fidiamo poco, sicché apriamo un codice e inforchiamo un paio d’occhiali.

Primo comma: «L’iniziativa economica privata è libera». Dunque o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa ricade già fra i nostri valori collettivi. Che altro dovremmo aggiungerci per renderla più libera? Forse un termine di comparazione: libera come il vento, come un pesce, come il Popolo della libertà. Ma andiamo avanti, magari l’intralcio sbuca dal rigo successivo. Secondo comma: «Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E che dovremmo dire? Che le imprese d’ora in poi saranno inutili o dannose? Che gli industriali devono esser liberi di brevettare giocattoli pericolosi, auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi? Che possono trasformare le loro fabbriche in altrettanti lager?

Eppure è questo il gluteo su cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente. Non può trattarsi infatti del terzo e ultimo comma: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Perché no? Perché senza controlli ciascuno farebbe un po’ come gli pare, svuotando il secondo comma dell’art. 41. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade, licenziando al contempo tutti i vigili urbani. E perché se in tale norma s’individua viceversa la matrice delle leggi di piano, è bene ricordare che la prima e ultima legge di tal genere venne approvata nel 1967. Basta lasciare in sonno il terzo comma, dato che dorme da più di quarant’anni. A meno che il problema non siano i «fini sociali» dell’economia pubblica e privata. Si sa che il Pdl, quando sente menzionare Fini, fa un salto sulla sedia.

Insomma l’art. 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve a scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici a inaugurare una stagione di riforme liberali. Dice: ma l’art. 41 tace sulla libertà di concorrenza. E allora? Sarebbe forse incostituzionale l’Antitrust (per chiamarla col suo nome di battesimo: Autorità garante della concorrenza e del mercato), che bene o male funziona dal 1990? Non c’è forse l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la «tutela della concorrenza»? Non c’è un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento – che a loro volta proteggono il libero mercato? Altrimenti non si capirebbe perché mai nella giurisprudenza costituzionale la «tutela della concorrenza» figuri in 131 decisioni, il «libero mercato» in 44, la «libertà di iniziativa economica privata» in 81, e via elencando.

Ma dopotutto non è questo ciò che importa. In Italia non conta la Costituzione scritta, conta quella immaginata. Occorre un bel po’ di fantasia, però i nostri politici ne hanno la bisaccia piena. Come diceva Giambattista Vico, la fantasia tanto più è robusta quanto più è debole il raziocinio.

La Stampa 08.06.10

******

“Una foglia di fico per celare l’assenza di indirizzo politico”, di Tania Groppi

Il Ministro dell’Economia, con poche sibilline parole, fa intendere che l’art. 41 della Costituzione rappresenti un ostacolo alla libertà di impresa e che per lanciare una «rivoluzione liberale» sia necessaria una sua modifica. Poiché quest’affermazione non ha alcun aggancio con la realtà e il Ministro non è uno sprovveduto, cosa c’è sotto? L’art. 41 è il frutto di un accordo, in Assemblea costituente, tra i liberali, capeggiati da Luigi Einaudi, favorevoli al pieno dispiegarsi dell’economia di mercato, e i cattolici e i social comunisti, volti invece a funzionalizzare l’attività privata alle esigenze della collettività. Si compone di tre commi. Innanzitutto si stabilisce che «l’iniziativa economica privata è libera», con un’affermazione innovativa per la tradizione italiana, visto il silenzio sul punto dello Statuto albertino e l’opposta concezione, finalizzata all’interesse della nazione, propria della Carta del lavoro fascista. Si aggiungono poi due tipi di limiti. Tale iniziativa «non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»(comma2). Spetta alla legge determinare «i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» (comma 3). Dal diritto vivente (fatto di giurisprudenza e legislazione, soprattutto di derivazione comunitaria), risulta poi che nella garanzia della libertà di iniziativa economica è compresa anche quella del mercato e della concorrenza; che i limiti che essa incontra derivano dalla necessità di contemperamento con altri principi costituzionali, come la dignità, la libertà, la sicurezza, i diritti dei lavoratori, a prescindere dal fatto che siano menzionati nel comma 2; che programmi e controlli possono essere previsti dal legislatore, se lo ritiene, ma non esiste alcun obbligo costituzionale in tal senso. In definitiva, tornando alle dichiarazioni del Ministro. O si vuole veramente svincolare la libertà di impresa da qualsiasi limite, facendone un supervalore prevalente sui principi supremi del nostro ordinamento, primo tra tutti la dignità umana.Osi tratta dell’ennesimo annuncio, sprovvisto di esito pratico ma volto, pian piano, a delegittimare la Costituzione circondandola di un’aura di arretratezza e dannosità. O l’art. 41 è una foglia di fico dietro la quale il governo si nasconde per giustificare l’incapacità di portare avanti l’indirizzo politico, invocando a pretesto presunti(ma inesistenti) ostacoli costituzionali. Rottura della Costituzione, uso distorto, strumentalizzazione politica: tutti atteggiamenti che non possono trovare consenso,ma anzi invitare alla vigilanza, chi crede ancora nella attualità dei principi costituzionali

L’Unità 08.06.10

Condividi