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"Questa Italia non è più da decenni un paese per le donne e i bambini", di Serena Gana Cavallo

Ogni tanto la stampa nazionale scopre l’acqua calda e le dedica il dovuto spazio. L’ultima sorgente venuta alla luce sgorga dalla Relazione generale sulla situazione economica del paese 2009, prodotta dal ministero dell’economia, dalla quale si ricava che in tutta Europa l’Italia è quella che spende di meno per la famiglia e la maternità.
A parte il fatto che qualsiasi casalinga o laureata, di Voghera o di Forlimpopoli, avrebbe potuto comunicare identico scoop, e trascurando che una delle promesse più corrive e logore di qualsiasi forza politica è quella di «fare qualcosa per la famiglia», può essere simpatico ricordare che nel 1990 La Stampa pubblicò una lunga intervista a una notissima demografa, Olivia Ekert-Jaffè, che aveva fatto una corposa ricerca internazionale proprio sulle politiche familiari. Alla fine dell’intervista il giornalista le chiese perché nel suo testo l’Italia non comparisse mai e la lapidaria risposta fu: «Perché sull’Italia non ci sono dati, almeno per ora. Purtroppo l’Italia, per quanto riguarda le politiche familiari viaggia a rimorchio, è un paese tra i più indietro d’Europa».

La demografa non aveva naturalmente contezza del fatto che l’assenza di una qualsiasi politica a favore della maternità in Italia è stata dettata da una scelta politica, per segnare anche in questo campo una assoluta distanza dalle abominevoli politiche del fascismo. Comunque il vago cenno di speranza, implicito nell’inciso «almeno per ora», era ed è restato un pro-forma, perché la situazione è rimasta immutata: tra il ’94 ed il ’99 la spesa per maternità e famiglie nel nostro paese è rimasta invariata, vale dire quasi nulla, mentre si registrava un aumento medio del 4% nei paesi europei, Olanda esclusa visto che era già al top delle prestazioni. In una serie di articoli apparsi sul Nuovo Avanti tra il 2002 e il 2003, venivano analizzati i dati più significativi dello Stato sociale di dodici paesi europei e la fotografia continuava ad essere impietosa. Per tenere sott’occhio la situazione, se ci si vuole deprimere, basta consultare periodicamente i dati elaborati dalla Commissione occupazione e affari sociali dell’Ue, anche se è più facile e comodo aspettare che, a sintetizzarli, sia un soggetto istituzionale nazionale, anche perché la non notizia certo non solleciterà dibattiti e ventate di rivendicazioni data l’assuefazione delle madri e delle famiglie italiane a barcamenarsi tra private difficoltà e pubbliche solenni promesse. Poiché nel giornalismo nazionale non è d’uso fare due più due, in alcuni articoli si sottolineava che tra le voci in diminuzione nella spesa sociale italiana spiccavano consistenti riduzioni sia per gli assegni familiari sia per l’indennità di maternità, che è il minimo che ci si possa aspettare in un paese che scoraggia la maternità e che ha avuto e ha in corso una notevole crisi occupazionale di cui le donne sono le non felici portabandiera. Stando così le cose, è meglio che non si vada a elezioni anticipate perché si potrebbero formare gruppi spontanei di lanciatrici di ortaggi vari, pronte a spostarsi velocissime da un palco a un teatro o uno stadio o studio televisivo, per omaggiare qualsiasi politico o aspirante tale che volesse parlare di mirabolanti e futuribili politiche per la maternità e la famiglia.

Da ItaliaOggi 31.08.10

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