cultura, pari opportunità | diritti, partito democratico

"In democrazia si fischia dopo. Prima bisogna far parlare", di Piero Fassino

Squadristi” è certo una parola forte. E difatti io non l’ho pronunciata. Come risulta dalla registrazione del dibattito e dalle cronache giornalistiche, rivolgendomi a chi impediva al Presidente Schifani di parlare, ho usato parole molto precise che qui riporto: “In questi giorni abbiamo considerato un atto squadristico l’annuncio che attivisti berlusconiani si organizzassero per fischiare Fini e impedirgli di parlare; attenzione che state usando lo stesso metodo”. Parole di cui sono assolutamente convinto e che non esiterei a pronunciare in qualsiasi situazione analoga. Penso, infatti, che trasformare la politica in una rissa brutale, in cui l’unico obiettivo è demolire l’avversario e impedire il suo diritto alla parola, produca un grave danno alla democrazia. Intimidire e linciare l’avversario è il metodo a cui ricorre ogni giorno Il Giornale, il quotidiano di Berlusconi. Noncredo ci si debba mettere sulla stessa sciagurata strada. A chi obietta che non si dovesse invitare Schifani ricordo che le Feste del PD – e prima ancora le Feste dell’Unità – sono sempre state luogo di confronto, anche con gli avversari politici. Peraltro, soltanto pochi giorni fa noi stessi abbiamo considerato un atto irrispettoso che tre ministri – Tremonti , Maroni e Calderoli – dopo aver accolto il nostro invito, si siano poi strumentalmente ritratti. E invece abbiamo apprezzato che il ministro dell’agricoltura Galan non si sottraesse al confronto. Come ha deciso di non sottrarsi il Presidente del Senato pur consapevole
di possibili contestazioni.
Non mi pare neanche utile invocare la nostalgia di “servizi d’ordine” che peraltro avrebbero aggravato ancora di più la tensione, né mi pare convincente stigmatizzare i fischi con l’argomento che “farebbero un favore alla destra consentendole di presentarsi come vittima”, il che è certamente vero, ma ridurrebbe la stigmatizzazione a una sola valutazione di opportunità.
Quasi che l’invettiva fosse giusta o errata a seconda di chi la lancia e di chi la subisce.
Pare a me, invece che ci siano alcuni principi democratici irrinunciabili a cui ogni cittadino dovrebbe ispirare i suoi comportamenti:
1. In democrazia ogni opinione è legittima, chi la sostiene ha diritto di esprimerla liberamente e nulla giustifica che lo si impedisca.
2. L’avversario lo si contesta e lo si contrasta con gli strumenti della democrazia che sono la ragione e la parola. Non è mai stato vero, e non lo è neanche oggi, che l’invettiva, l’insulto, l’urlo rendano più forte e più credibile un’opinione.
3. Ognunoha naturalmente il diritto di esprimere il proprio consenso o dissenso, anche fischiando. Ma un conto è se il fischio viene dopo che si sia ascoltata l’opinione altrui; altro conto, invece, se è strumento per intimidire, impedire
la manifestazione di un pensiero e dare luogo a un inaccettabile linciaggio politico.
4. Anche per un uom politico, l’accertamento di eventuali illegalità o comportamenti illeciti spetta ai magistrati e il luogo per emettere sentenze sono i tribunali, non la piazza.
Aggiungo che impedire la manifestazione delle idee altrui è metodo tanto più pericoloso perché può facilmente essere esteso ad ogni campo e applicato contro chiunque, tant’è che vi è già chi ha annunciato, sempre a Torino, che nelle prossime ore andrà a inveire contro l’architetto Fuksas,”reo” di essere progettista di un grattacielo. E peraltro se coloro che volevano impedire a Schifani di parlare fossero a loro volta destinatari di analoghi atteggiamenti intimidatori, sarebbero i primi – e giustamente – a ribellarsi e a rifiutarli.
E aggiungo infine che, proprio qui a Torino, abbiamo ben viva la memoria dei tempi bui in cui si teorizzava – e si praticava terribilmente – l’intimidazione, la violenza e l’annientamento dell’avversario.
Spero che chi ha contestato così violentemente il Presidente del Senato voglia prendere in considerazione questi argomenti. So bene che chi fischiava e urlava era probabilmente mosso da un’indignazione onesta. E che i tanti misfatti del berlusconismo suscitano una diffusa e legittima insofferenza. Ma questo non è sufficiente.
Se ogni dissenso si trasforma in censura, intimidazione,
prevaricazione, linciaggio, la democrazia muore.

L’Unità 07.09.10

Condividi