economia, lavoro

"Il pugno di ferro degli industriali", di Luciano Gallino

Il contratto nazionale di lavoro dovrebbe svolgere due funzioni fondamentali: perseguire na distribuzione del Pil passabilmente equa tra il lavoro e le imprese, e stabilire quali sono i diritti e i doveri specifici dei lavoratori e dei datori.Diritti e doveri al di là di quelli sanciti in generale dalla legislazione in vigore. La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica compromette ambedue le funzioni, a scapito soprattutto dei lavoratori. Caso mai ve ne fosse bisogno. I redditi da lavoro hanno infatti perso negli ultimi venticinque anni almeno 7-8 punti sul Pil a favore dei redditi da capitale (dati Ocse). Perdere 1 punto di Pil, va notato, significa che ogni anno 16 miliardi vanno ai secondi invece che ai primi. Questa redistribuzione del reddito dal basso verso l´alto ha impoverito i lavoratori, contribuito alla stagnazione della domanda interna, ed è uno dei maggiori fattori alla base della crisi economica in corso.
Quanto ai diritti, sono sotto attacco sin dai primi anni ´90 e la loro erosione ha preso forma della proliferazione dei contratti atipici che sono per definizione al di fuori del contratto nazionale. Per cui lasciano ai datori di lavoro la possibilità di imporre a loro discrezione, a milioni di persone, quali debbano essere le retribuzioni, gli orari, l´intensità e le modalità della prestazione, e soprattutto la durata del contratto.
Si potrebbe obbiettare che il contratto dei metalmeccanici riguarda solo un milione di persone, su diciassette milioni di lavoratori dipendenti. Ma non si può avere dubbi sul fatto che altri settori dell´industria e dei servizi seguiranno presto l´esempio di Federmeccanica. Dietro la quale è sin troppo agevole scorgere non l´ombra, bensì il pugno di ferro che la Fiat sembra aver scelto a modello per le relazioni industriali.
Le conseguenze? Ci si può seriamente chiedere come possa mai immaginarsi un imprenditore o un manager, e come possa sostenere in pubblico senza arrossire, di riuscire a competere con i costi del lavoro di India e Cina, Messico e Vietnam, Filippine e Indonesia, cercando di tenere fermi i salari dei lavoratori italiani mentre li si fa lavorare più in fretta, con meno pause e con un rispetto ossessivo dei metodi prescritti. Magari a mezzo di altoparlanti e Tv in reparto, come già avviene in aziende del gruppo Fiat. Allo scopo di competere con tali paesi bisognerebbe produrre beni e servizi che essi non sono capaci di produrre, o perché sono altamente innovativi, oppure perché sono destinati al nostro mercato interno. Ma per farlo occorrerebbe aumentare di due o tre volte gli investimenti in ricerca e sviluppo, che ora vedono l´Italia agli ultimi posti nella Ue. Affrontare una buona volta il problema dello sviluppo di distretti industriali funzionanti come fabbriche distribuite organicamente sul territorio, tipo i poli di competitività francesi o le reti di competenze tedesche. Accrescere gli stanziamenti per la formazione professionale, le medie superiori e l´università, invece di tagliarli con l´accetta come si sta facendo.
A fronte di ciò che sarebbe realmente necessario per competere efficacemente con i paesi emergenti, la guerra scatenata da Fiat e Federmeccanica al contratto nazionale di lavoro è un povero ripiego. Che farà salire la temperatura del conflitto sociale. Per di più impoverirà ulteriormente i lavoratori, che così acquisteranno meno merci e servizi, abbasseranno gli anni di istruzione dei figli e dovranno andare in pensione prima perché non possono reggere a un lavoro sempre più usurante. Fa un certo effetto vedere degli industriali che nel 2010, a capo di fabbriche super tecnologiche, si danno la zappa sui piedi.

La Repubblica 08.09.10

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“Metalmeccanici, affondo delle imprese cancellato il contratto con la Fiom”, di R.MA.

ROMA – Federmeccanica contro la Fiom-Cgil. Gli industriali metalmeccanici hanno scelto la linea dura, quella dello scontro diretto: hanno deciso il «recesso» dal contratto nazionale del 2008, l´ultimo firmato anche dalle tute blu della Cgil. Vuol dire di fatto la cancellazione di quell´accordo alla scadenza del 31 dicembre 2011. Una mossa senza precedenti nei rapporti sindacali italiani. Conseguenza: la Fiom non avrà più alcuno strumento per contrastare per via giudiziaria le deroghe al contratto nazionale che le imprese insieme alle altre sigle sindacali, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl e Fismic, si apprestano a definire entro un paio di mesi. Deroghe rese possibili dal successivo contratto nazionale del 2009, firmato da tutti ma non dalla Fiom, e che recepisce le linee del modello contrattuale modificato sempre l´anno scorso senza la firma della Cgil.
Non solo un fatto «tecnico», dunque, come ha spiegato ieri a Milano al termine della riunione del Consiglio direttivo, il presidente della Federmeccanica, Pier Luigi Ceccardi. Soprattutto un fatto politico. L´inizio, probabilmente, di una nuova stagione delle relazioni industriali nella quale il sindacato con più iscritti (la Fiom) non partecipa al tavolo contrattuale. D´altra parte è ciò che aveva chiesto l´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, per rendere pienamente applicabile l´intesa per la nuova organizzazione del lavoro nello stabilimento campano di Pomigliano d´Arco. Marchionne, subito dopo il referendum sull´accordo di Pomigliano approvato con il 63% dei voti dei lavoratori ma non con un plebiscito come auspicavano al Lingotto, aveva minacciato l´uscita della Fiat dalla stessa Federmeccanica e quindi dalla Confindustria per non dover più applicare il contratto nazionale. Il compromesso tra la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, e il numero uno della Fiat è stato costruito proprio sulle deroghe. Quelle che la Fiom non accetta. E ieri il segretario dei metalmeccanici della Cgil, Maurizio Landini, ha parlato di «una scelta grave e irresponsabile» da parte delle imprese. Oggi sarà il Comitato centrale della Fiom a decidere come rispondere.
Federmeccanica e gli altri sindacati hanno minimizzato: non cambia nulla perché il contratto in vigore è quello del 2009. Ma aver tolto un´arma in mano alla Fiom non si può derubricare a un solo passaggio tecnico. L´ha implicitamente ammesso il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, scegliendo, come spesso gli accade, di non essere super partes: «La disdetta da parte della Federmeccanica del contratto nazionale del 2008 non ha alcuna valenza sostanziale per i lavoratori che sono protetti dal ben più conveniente contratto del 2009. Si tratta ora di auspicare l´ulteriore evoluzione delle relazioni industriali anche nell´ultima ridotta del vecchio impianto ideologico che voleva il necessario conflitto tra capitale e lavoro». Per Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, è invece «sbagliato puntare sulla divisione dei lavoratori».
Tra una settimana Federmeccanica, Fim, Uilm, Ugl e Fismic cominceranno a scrivere le deroghe e, nei fatti, anche un contratto di lavoro specifico per il settore dell´auto. Ma a quel tavolo non ci sarà la Fiom. Che – non essendo più uno dei soggetti firmatari del contratto nazionale – dal primo gennaio del 2012 potrebbe non poter più esercitare i diritti sindacali nelle aziende nelle quali non ha firmato un contratto collettivo.

La Repubblica 08.09.10

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“Federmeccanica ha violato la legge pronti alla denuncia”, di Paolo Griseri

Al muro di Federmeccanica la Fiom risponderà «anche con la battaglia legale».
Maurizio Landini, perché finire in tribunale?
«Lo stiamo valutando in queste ore. Ma certo recedere, come dice Federmeccanica, dal contratto 2008 solo a partire dal 2012 significa riconoscere che il contratto 2008, firmato da tutti i sindacati, è valido fino al dicembre del 2011, la sua scadenza naturale».
Dunque?
«Se Federmeccanica riconosce che il contratto del 2008 è ancora valido, non poteva firmare quello separato del 2009. Facendolo, potrebbe aver violato la legge».
Qual è il vostro giudizio sulla mossa di Federmeccanica?
«E´ il primo passo, grave, verso la fine del contratto nazionale».
Gli imprenditori pensano a un contratto per il solo settore auto. Non vi convince?
«Il contratto auto a cui pensano è quello di estendere a tutti le regole dell´accordo di Pomigliano. Mi pare azzardato definire quello di Pomigliano un contratto».
Il suo collega della Fim, Giuseppe Farina, dice che la disdetta di Federmeccanica non è una notizia. Come risponde?
«Parlando in questo modo Farina offende innanzitutto i lavoratori metalmeccanici italiani. Chi ha dato a Fim e Uilm il mandato per modificare il contratto lo scorso anno? Segnalo che l´accordo del 2008 era stato confermato dal voto di tutti i metalmeccanici italiani».
Dice che Fim, Uilm e Fismic hanno la maggioranza degli iscritti e che dunque possono trattare a nome di tutti..
«Il fatto è che i contratti non valgono solo per gli iscritti ma per tutti i lavoratori. Se sono così sicuri di avere la maggioranza, perché l´anno scorso non hanno voluto sottoporre il loro accordo separato al referendum?».
Federmeccanica chiede nuove regole per rendere più competitive le aziende. Non siete d´accordo?
«La Fiom ha firmato migliaia di accordi nelle aziende concedendo turni di lavoro in più, non possono accusarci di essere rigidi. Non possono chiederci però di abolire il diritto di malattia e quello di sciopero. L´idea che la concorrenza si batte abolendo i contratti collettivi è sbagliata. Negli Usa l´assenza di un contratto nazionale ha consentito ai giapponesi di produrre in quel paese con le regole stabilite a Tokyo. Così la Chrysler è fallita».
Marchionne dice che i sindacati americani sono molto meglio di voi…
«Per Marchionne i sindacati della Chrysler sono il principale azionista: vorrei vedere che li trattasse male».
Che cosa cambia ora per i metalmeccanici italiani?
«Possono cambiare molte cose per le migliaia di aziende in cui la Fiom è l´unica sigla presente in fabbrica. Sarà difficile per i titolari di quelle imprese decidere che il sindacato non esiste più. Credo che molti imprenditori rischieranno di subire le conseguenze di una mossa dettata dalla Fiat».
I rapporti con Fim e Uilm sono a pezzi. Come ricostruirli?
«Con una legge sulla rappresentanza che stabilisca le regole del gioco. E che obblighi i sindacati a sottoporre contratti e accordi a referendum, come vuole la democrazia».

La Repubblica 08.09.10

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