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Bersani: «Non chiudiamo le feste». Il Pd a Brunetta: chieda scusa

Dopo le contestazioni a Renato Schifani e Raffaele Bonanni, il Partito Democratico non ha nessuna intenzione di rinunciare alle feste. A chiarirlo è stato Pier Luigi Bersani. «Intendiamo tenere aperte le nostre feste, sono feste popolari e luoghi aperti», ha sottolineato il segretario del Partito Democratico, «l’ordine pubblico lo tutela chi deve tutelarlo. Non vogliamo organizzare Katanga», ha aggiunto ricordando i servizi d’ordine del movimento studentesco.

«Ho già espresso a Bonanni rincrescimento e condanna per l’aggressione subita», ha spiegato «ho visto però qualche commentatore che ha messo di mezzo il Pd, ma non ho letto uguali riflessioni nel caso dell’incidente di Alfano quando Tremonti, Calderoli e Maroni subirono l’aggressione di tifosi. Nessuno disse che la Lega non era in condizione di organizzare dibattiti». Quanto al Pd, ha insistito «sono in corso centinaia di feste che si svolgono regolarmente con interlocutori i più vari e avversari politici. Sono uno dei pochissimi luoghi in cui avviene una discussione politica in Italia e c’è da preoccuparsi che altri stiano rinunciando».

Nel frattempo, le polemiche dopo l’aggressione a Bonanni si alimentano con le parole del ministro Renato Brunetta e le reazioni che suscitano. L’aggressione subita ieri dal segretario generale della Cisl, mostra che «dentro la cultura e l’anima vera del Pd si mantiene una componente squadrista, reazionaria, estremista e conservatrice», ha detto il ministro della Pubblica Amministrazione ed Innovazione intervenendo ad Atreju 2010.

«Possibile che Brunetta non si sia reso conto che non è il momento per sparare le sue abituali provocazioni, insensate e irresponsabili?», si è chiesto Marco Meloni, responsabile riforme dello stato del Pd. «Sono parole gravissime, spero frutto della stanchezza, e che comunque richiedono immediate scuse. Come Brunetta sa benissimo, il Partito Democratico è la vittima principale di un’iniziativa, come già accaduto qualche giorno prima, preordinata a creare incidenti da parte di soggetti o movimenti del tutto estranei al nostro partito».

«Il fallimento del governo brucia a Berlusconi e ai suoi ministri. Solo questo può giustificare la stravagante esternazione di oggi del ministro Brunetta», ha detto Stefano Fassina, della segreteria del Partito Democratico.

«Un’uscita infelice e irresponsabile quella di Brunetta sui fatti di ieri a Torino», ha detto Sergio D’Antoni, deputato Pd. Brunetta non si rende conto che fomentare la polemica «significa solo rovinare il paese, alimentando ulteriormente il clima di tensione e di divisione». «Questa uscita -ha aggiunto- non fa altro che qualificare la pochezza di un governo giunto al capolinea».

da www.unita.it

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«Diritto di parola», di Michele Serra

UN FUMOGENO, corredato da una batteria di urla e insulti, lanciato addosso al “sindacalista traditore” Raffaele Bonanni nel tentativo (riuscito) di impedirgli di parlare alla festa del Pd di Torino. Per evitare di spendere parole troppo scontate e troppo azzimate, partiamo dalle motivazioni degli aggressori, ragazzi dei centri sociali: “Riteniamo inaccettabile invitare alla Festa del Pd un personaggio come Bonanni, che dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori”.

Impressionante riuscire a concentrare in una sola frase, e in un solo gesto, una così deragliante prepotenza. Primo: la festa del Pd è organizzata dal Pd, che come è ovvio invita chi ritiene più opportuno. Se uno non gradisce il cast degli oratori, va da un’altra parte. Non solo per buona educazione (che comunque non farebbe schifo) ma per rispetto delle scelte e dell’autonomia altrui: e questa non è forma, è sostanza. Oppure i centri sociali, quando organizzano le cose loro, chiedono l’approvazione del Pd o di chicchessia?

Secondo. Un dibattito pubblico nel quale tutti siano d’accordo non è solo una contraddizione in termini (i dibattiti riescono utili, e interessanti, solo se tra posizioni difformi). È anche un insulto all’intelligenza, un rituale conformista, rassicurante solo per chi ha la necessità piccolo borghese di sentirsi sempre d’accordo con chi è sempre d’accordo con lui. È da deboli avere paura delle idee altrui, da forti saperle affrontare a viso aperto. Tra sentirsi comunità (interessati alle stesse questioni) e sentirsi tribù (interessati alle stesse certezze) c’è una bella differenza: e non certo a vantaggio della tribù.

Terzo. Bonanni rappresenta milioni di lavoratori iscritti al suo sindacato. Spetta a loro e solo a loro, qualora lo decidessero, dargli la patente del “traditore”. Si sa che la democrazia, nel sindacato come altrove, è una controversa, faticosa approssimazione: ma la più scalcinata delle pratiche democratiche, specie se conquistata in circa un secolo e mezzo di lotte e di repressioni come la democrazia sindacale, è mille volte meglio del presuntuoso esproprio di uno spazio pubblico (e democratico) da parte di un gruppetto che si autonomina, non si sa a quale titolo, avanguardia di classe. Di autonominati, di arroganti e di Unti ce n’è già abbastanza al governo: l’opposizione non ne sente la mancanza.

Quarto. A gongolare per l’episodio torinese (che si somma alla contestazione, meno incivile ma ugualmente sgradevole, a Schifani) sono da un lato gli aggressori che possono compiacersi delle proprie gesta; dall’altro quelli della curva opposta, come il ministro Sacconi al quale non è parso vero scaricare sulle spalle del mitissimo (fin troppo) Pd la responsabilità dell’accaduto. È matematico, ed è un calcolo antico ormai di un paio secoli: l’estremismo è una benzina che brucia le idee e le energie (a volte anche la vita, propria e altrui) e lascia campo solo alla conservazione del potere.

Nessuno è felice dell’estremismo, a parte gli estremisti, quanto i tartufi della conservazione e gli strateghi della restaurazione. Poiché l’estremismo si rinnova e si ripete, in forme diverse, di generazione in generazione, significa che quel calcolo elementare è troppo difficile da fare per i bambini iracondi che lanciano i fumogeni ai “traditori” e complicano la vita ai sindacati e agli operai che ci si riconoscono: come se non avessero già abbastanza problemi, e debolezze, e fatiche.

da www.repubblica.it

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