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«Le mani della lega sulla scuola pubblica», di Salvatore Settis

In attesa che Bossi riceva l´annunciata laurea honoris causa da un qualche Ateneo presuntivamente celtico, la Lega allunga le mani sulle scuole pubbliche. È di domenica la notizia della scuola di Adro «leghizzata» con gran dispiego di «sole delle Alpi» dai banchi al tetto; intanto a Bosina di Varese la moglie di Bossi dirige la scuola «dei Popoli Padani», privata ma con una dotazione di 800.000 euro decisa dal governo con la cosiddetta «legge mancia» (Il Giornale.it, 13 settembre). È dunque il momento giusto per interrogarsi sui meriti culturali di Bossi, che fanno tutt´uno coi progetti scolastici del suo partito. Secondo i suoi detrattori, il futuro dottore sarebbe capace solo di gestacci, insulti alla bandiera ed altre volgarità: grandi virtù comunicative, meglio di una tesi di laurea. Ma gli orizzonti culturali di Bossi sono assai più ampi. In un discorso del 27 gennaio 2004, dal titolo Dio salvi la Padania (visibile sul sito della Lega), egli traccia addirittura un quadro della «rottura geopolitica del mondo» dopo l´11 settembre, colpa di «Roma ladrona» oltre che dell´attacco alle Torri gemelle. Sull´Italia, la dottrina di Bossi è questa: «quando uno Stato è eterogeneo dal punto di vista etnonazionale, i problemi girano attorno a due lealtà, la lealtà alla Nazione e quella verso lo Stato. Per i popoli che non sono dominanti, come noi padani, le due lealtà sono distinte e possono entrare in competizione tra loro. In questi casi la minoranza chiede l´autodeterminazione nazionale, un diritto sancito dall´Onu». Eterogeneità etnonazionale, «comuni matrici etnoculturali» dei popoli padani: ecco un linguaggio «dotto» dove non ce lo aspetteremmo. Da dove viene?
Il miglior parallelo sono le elaborazioni «teoriche» del «Pensiero Etnonazionalista» e dell´«Idea Völkisch nelle comunità Alpino-Padane» che si possono leggere in un libro, Fondamenti dell´Etnonazionalismo Völkisch (2006), firmato da Federico Prati, Silvano Lorenzoni e Flavio Grisolia. Secondo loro, «le comunità padane» sono la miglior risposta a «un´epoca etnicamente e culturalmente decadente», all´«immigrazione allogena, al materialismo comunista, al mondialismo massonico». Fin troppo chiare le matrici razziste e fasciste, anzi naziste, della terminologia usata (völkisch , «sangue, suolo e conoscenza»). Silvano Lorenzoni, festeggiato nel giorno del suo compleanno come « un vero identitario/razzialista bianco veneto/europeo», è stato presidente dell´Associazione Culturale Identità e Tradizione, che si ispira a Julius Evola, e capogruppo della Liga Veneta nel Consiglio Comunale di Sandrigo (Vicenza). La casa editrice Effepi (Genova), che ha pubblicato questo e altri volumi su tale «etnonazionalismo», si distingue anche per i suoi libri di «storia non convenzionale» del Novecento, per esempio quello di Udo Walendy che considera l´Olocausto un prodotto della propaganda antitedesca ottenuto con abili fotomontaggi.
Ma la neoideologia padana non si affermerebbe senza mettere le mani in pasta nell´educazione delle nuove generazioni: nella scuola. Guardiamo quel che succede in Spagna, nazione anche in questo sorella, dove l´insorgere delle autonomie regionali si lega strettamente alla fine del franchismo e alla fortuna delle lingue diverse dallo spagnolo (specialmente il catalano e il basco), fondata sulla loro lunga e nobile tradizione culturale, ma anche su una sacrosanta reazione alla repressione franchista. Ma l´ondata degli autonomismi regionali ha generato e diffuso nelle scuole una manualistica rivendicativa di altrettanti «spiriti nazionali» (basco, catalano, galiziano, andaluso…), puntualmente riflessi nel linguaggio degli storici «allineati», come ha mostrato Pedro Heras in un bel libro recente (La España raptada: la formación del espíritu nacionalista , Barcelona, Altera, 2009). Analizzando manuali scolastici e pratiche dell´insegnamento, Heras ha dimostrato che tali «processi di ri-nazionalizzazione» hanno adottato in pieno la stessa retorica del più vieto nazionalismo franchista, utilizzando per esaltare le nazionalità regionali le stesse identiche formule, gli stessi slogan che furono martellati per decenni dalla propaganda di regime, applicandoli al popolo spagnolo nel suo insieme, e usandoli allora anche per reprimere le lingue «proibite». Quasi che, se applicata mettiamo al catalano, quella stolta retorica fosse «sdoganata» d´incanto.
Per quanto rozzi e incolti, i tentativi di Bossi di creare dal nulla la neo-etnia dei padani hanno fatto lo stesso: pur senza rifarsi esplicitamente alla tradizione nazi-fascista, da essa hanno ripescato la terminologia «etnonazionale» con tutte le sue implicazioni, usandola simultaneamente per de-nazionalizzare l´Italia e «nazionalizzare» una Padania d´invenzione. Perciò i più agguerriti proclami in lode della “razza padana” (come quelli citati sopra) si trovano sul sito www.stormfront.org, alfiere del World Wide White Pride, fondato nel 1995 da Don Black, già leader del Ku Klux Klan, che usa come logo la cosiddetta «croce celtica», surrogato della svastica. La maggioranza dei leghisti, persino di quelli che usano quelle formule e quegli slogan, è presumibilmente inconsapevole di queste derivazioni e tangenze, anzi le negherebbe accanitamente. Non per questo esse sono meno preoccupanti, in una scena politica come quella italiana, in cui secessione e federalismo sono fratelli siamesi, e gli argomenti per l´una e per l´altro s´intrecciano e si confondono in una rincorsa senza fine; in cui, con la passività o la complicità delle sinistre, il maggior argomento in favore del federalismo è la minaccia di secessione, e chi detta le regole è solo la Lega. Vedremo se la spiritosa invenzione dell´etnonazionalismo padano risulterà merito sufficiente per una laurea honoris causa: in ogni modo, sotto quella pergamena non basta la firma di un qualche ateneo galloceltico, ci vuole anche (per legge) quella di un ministro nel suo ufficio di «Roma ladrona».

www.repubblica.it

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«Il problema è Miglio, non Adro», di Federico Orlando
Se alle otto della sera il radioascoltatore voglioso di ascoltare la propria voce domanda al conduttore come mai Roma ladrona abbia “regalato” alla signora Manuela Marrone, coniugata Bossi, 800 mila euro per la scuola Bosina di Varese, da lei fondata e dove si insegnano “filastrocche locali e tante materie folk”, il conduttore social-forzista lo fulmina e lo manda a quel paese.
Lui non capisce e osa resistere: l’ho letto nella prima e seconda pagina del Messaggero , un’inchiesta di Mario Ajello su “Soldi facili per la scuola “padana”, favori ai parenti e corse in auto blu”.
Nient’affatto, l’ascoltatore ha le traveggole, deforma, ingigantisce una presenza muliebre nel consiglio direttivo della Bosina e ne vorrebbe menar scandalo contro il governo. È la Radio della repubblica.
Ma i moschettieri del duce o le amazzoni che montano la guardia a tutti i “fili diretti” dalle 6,10 del mattino alle 20,30 della sera, non gliele lasciano passare ai provocatori: «Qui non si fa politica o strategia, qui si lavora». Si lavora per il duce e, se lo richiede la congiuntura, anche per il gaulaiter padano.
Per ora, la gente coglie che la Lega, nella sua marcia di allontanamento dal “cancro” del Sud, non ne rifiuti più, tuttavia, la spesa clientelare e il familismo amorale, le due facce, pubblica e privata, del sottosviluppo. Ricordava in primavera Sergio Rizzo, nell’inchiesta La Cricca (Rizzoli), che anche i leghisti, come tutti, tengono famiglia. E giù nomi noti e ignoti. Alfabeticamente, si comincia da Bossi e si finisce con Zaia: il fratello del leader Franco ingaggiato come assistente dell’europarlamentare Salvini e il figlio Riccardo dell’europarlamentare Speroni. Mentre l’erede alla corona, Renzo la “Trota”, purificato domenica dal padre con l’ampolla del Dio Po, risulta per ora “nominato” nell’Osservatorio sulle Fiere lombarde. «Che cosa devono aver pensato – scriveva il giornalista del Corriere – i contribuenti che nel Veneto si son visti recapitare un’elegante rivista dal titolo Il welfare in Italia , col ministro delle politiche agricole Luca Zaia sorridente in copertina, apprendendo che quella pubblicazione patinata era stata stampata e distribuita in 500mila copie con i soldi dello stesso ministero, giusto alla vigilia delle elezioni regionali del 2010, alle quali il ministro era candidato?». Conflitto d’interesse? Si risponde Rizzo: «Dalla pagliuzza alla trave il passo è breve».
Aveva capito tutto, in largo anticipo, il grande Giorgio Gaber, che un giorno confessò: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”».
E infatti la crisi istituzionale, morale ed economica che sta travolgendo il paese si alimenta della sostituzione del privilegio alla legge, dell’interesse al buongoverno. Via via che tale cultura berlusconiana dura nel tempo e si generalizza, la Lega cambia tattica: la rottura del paese resta sullo sfondo strategico, nella scena quotidiana domina la sua scomposizione, attraverso la conquista pezzo a pezzo. Fino a lambire la polizia, che a Venezia ferma i giovani col tricolore per non urtare i leghisti che festeggiano l’Ampolla sacra; e la Guardia di finanza, che acquatta i suoi uomini nelle motovedette libiche quando sparano sui pescatori italiani, scambiandoli per res nullius , ossia emigranti; e l’amministrazione scolastica, che consente di costruire scuole padane, come ad Adro, fra il plauso delle famiglie locali: «È bellissima, sembra un campus universitario». La Lega non è nuova alle conversione a U, reali o meglio apparenti: prima quella del 2000 dal secessionismo al federalismo, per uscire dall’isolamento e diventare forza di governo; ora, con l’avanzato stato di decomposizione del paese, provocato dai suoi governi con Berlusconi, l’affiancamento al federalismo dell’occupazione vietcong dei territori. Dopo c’è di nuovo il secessionismo di Gianfranco Miglio. Era stato lui, il preside di scienze politiche della Cattolica, a teorizzare le tre Italie legate da un blando vincolo federale a esaurimento, il Nord padano, il Centro papista e il Sud mafioso. Lui ne rideva diabolico nella bella villa sul lago di Como, quando lo intervistavo per recensirne i libri o la bozza di nuova Costituzione della repubblica (la bozza di Assago).
Al di là delle costruzioni da scrivania, Miglio avrebbe voluto “costituzionalizzare” di fatto la mafia, per affidarle il governo del Sud («con la mafia bisogna convivere », dirà qualche anno dopo il ministro berlusconiano Lunardi, a dimostrazione della comune cultura della destra, dal Po a Varese). E ieri l’informatissimo Barbacetto ha raccontato sul Fatto , attraverso atti giudiziari di Palermo, i tentativi leghisti di creare, dopo la Lega Nord, una Lega Sud appaltata a Cosa nostra: per “giustificare” la secessione, ma lasciando in piedi le condizioni per l’interscambio degli interessi criminali. Oggi a Miglio dedicano scuole, perché il suo disegno era il più radicale fra quanti se ne ideavano per ricomporre – attraverso lo smembramento “federale” del paese – l’unità di fatto degli interessi: mafiosi e nordisti, clericali e partitocratici, corporativi e castali, non più garantiti unitariamente dopo la caduta del Caf nelle elezioni del 18 aprile 1992.
Perciò, sotto il titolo La Cricca , sulla copertina di Rizzo si legge “Perché la repubblica italiana è fondata sul conflitto d’interessi”. Il conflitto d’interessi comprende gli illeciti possedimenti, le mariuolerie clientelari, le visioni federaliste, i ricatti secessionisti. È un gioco molto più grande di quello della Lega, la cui destrezza sta nello spostarsi dall’uno all’altro di questi piani, praticandone qualcuno e agitandone qualche altro, tenuto in riserva. Oggi è maturato il tempo del clientelismo e del familismo amorale, dopo la progressiva conquista dei territori (comuni, province, regioni, Asl, comunità). Ma non lasciamoci distrarre da mariuolerie e favori. Il problema resta il destino del paese, il suo smembramento, che Bossi simboleggia nel dito medio alzato. Come quello di Berlusconi.
da www.europaquotidiano.it

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