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«Università, la riforma valga per tutti», di Paolo Bertinetti *

LA riforma dell’Università che il Parlamento dovrebbe discutere tra poco, secondo alcuni è buona, secondo altri è un po’ discutibile, per altri ancora è disastrosa. Alcuni Atenei, tra cui Pisa e Torino, per manifestare la loro contrarietà alla riforma così com’è hanno deciso di rinviare di una settimana l’inizio dei corsi. Immaginiamo invece che la protesta sia infondata e che la riforma sia buona. Ma allora perché deve valere solo per le università statali e non per quelle private e quelle telematiche? Questo in Italia, dove il titolo di laurea ha valore legale. Ma anche se non lo avesse, sarebbe pur sempre un titolo di pari significato, qualunque fosse l’università a conferirlo. In Commissione Parlamentare una richiesta in tal senso (la riforma deve riguardare tutte le università) è stato bocciato. Ma se la riforma è buona, i suoi sostenitori, per primi, dovrebbero ritenerla giusta per tutti i tipi di università.

Immaginiamo che sia buona. Ma è «a costo zero», in un Paese che è quello che meno di quasi tutti i paesi avanzati investe in Università e ricerca. Persino i Rettori più favorevoli alla Gelmini chiedono finanziamenti adeguati, lamentando l’assenza di un budget ragionevole. È vero che siamo abituati a fare le nozze con i fichi secchi. Ma qui non ci sono neanche i fichi.
Questo aspetto economico chiama in causa un altro aspetto cruciale per la vita universitaria. Attualmente (semplifico) per ogni due docenti che vanno in pensione si può procedere a una sola assunzione. Su «La Stampa» di qualche giorno fa abbiamo letto nuovi dati che confermano l’inevitabilità della fuga dei cervelli. È vero che da noi è difficile fare carriera. Ma, per farla, innanzitutto bisogna essere assunti. Se l’attuale disposizione (fuori due, dentro uno) venisse abolita, si raddoppierebbe il numero dei posti da mettere a concorso: che per il 60% devono essere per ricercatori, cioè per i giovani che se ne vanno.

Se i deputati non accoglieranno queste tre richieste preliminari (avanzate anche dagli ambienti più moderati) dimostreranno di volere non la riforma dell’università, bensì l’affossamento dell’Università pubblica e l’azzoppamento della ricerca universitaria, pubblica e privata.

* Preside della Facoltà di Lingue di Torino

da www.lastampa.it

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