attualità, politica italiana

"Così ha lavorato la macchina del fango", di Giuseppe D'Avanzo

Ora, tra Berlusconi e Fini, tutto ritorna in alto mare. Come prima. Se è possibile, peggio di prima. Molto peggio. Va per aria la pace concordata per scrivere insieme una legge immunitaria costituzionale e quindi la road map che avrebbe consentito al governo di vivacchiare per lo meno fino ai primi mesi del 2012 quando il referendum confermativo avrebbe dovuto decidere il destino della legislatura. Che cosa è accaduto? Perché il presidente della Camera ha chiesto ai suoi “ambasciatori” Italo Bocchino e Giulia Bongiorno di chiudere ogni canale di comunicazione e trattativa con il ministro della Giustizia Alfano e l´avvocato del Cavaliere Ghedini? Quali evidenze hanno convinto Fini che quella trattativa politico-legislativa è una falsa trattativa, una trappola, soltanto un modo per temporeggiare in attesa che si concluda il character assassination; una parentesi tattica per dar modo agli “assassini politici” di concludere il lavoro sporco di demolizione di ogni affidabilità pubblica del co-fondatore del Popolo della Libertà? La risposta che si raccoglie negli ambienti vicini al presidente della Camera non è ambigua: «Fini ha qualche prova e la ragionevole certezza che le informazioni distruttive che ogni giorno vengono pubblicate da il Giornale e Libero, controllati dal presidente del Consiglio, sono fabbricate in un circuito che fa capo direttamente a Silvio Berlusconi».
Fini, nel pomeriggio di ieri, può dire ai suoi “ambasciatori” che quel che gli viene riferito, quel che gli viene mostrato, quel che ha accertato con indagini private non lascia spazio al dubbio. Gli uomini più esposti nell´aggressione riferiscono passo dopo passo del loro lavoro e delle loro mosse al Cavaliere. Che martedì, alla vigilia del titolo “Fini ha mentito, ecco le prove”, ha incontrato Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, i “sicari” del Giornale, e ieri Amedeo Laboccetta, il parlamentare del Pdl, vecchio esponente napoletano di An, capace di «muovere le cose» nei Caraibi grazie all´influenza di Francesco Corallo. Altro nome chiave – Francesco Corallo – di questa storia. Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, Francesco Corallo è nei Caraibi «l´imperatore di Saint Maarten», dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l´Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali. Le mani che s´intravedono nella “macchina del fango” che muove contro Fini da mesi sono di Berlusconi, Feltri, Angelucci (editore di Libero), Laboccetta (Corallo), dicono senza cautela gli uomini del presidente della Camera. «Non è più il tempo della prudenza. Abbiamo sufficienti informazioni per poter ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi». Gli uomini di Fini hanno isolato otto questioni «decisive per capire» e Flavia Perina, direttora del Secolo d´Italia, le ha ordinate come se fossero domande. «È vero, come ha scritto Libero che c´è un rapporto personale tra l´ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi che “deve far tremare Fini” (nell´isola di Santa Lucia è registrata la società proprietaria dell´appartamento di Montecarlo affittato dal cognato di Fini, ndr)? È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei Servizi e della Guardia di finanza, e chi li ha mandati? È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama? E´ vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura “riservata e confidenziale” è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza – guarda caso – di Luciano Gaucci? E´ solo una coincidenza che Gaucci sia la “mina vagante” della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, l´Ultima Parola e persino Quelli che il calcio? Cosa significa l´ambigua nota in coda alla lettera di Francis “le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale”? E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi “pubblicità negativa” la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi? Dice niente a nessuno il fatto che l´attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?».
Gli otto dubbi retorici consentono di ricostruire il puzzle che, benché ancora monco, Gianfranco Fini ha sotto gli occhi. Indagini private gli hanno confermato che Giancarlo Tulliani non è il proprietario dell´appartamento di Montecarlo. Sospiro di sollievo: il giovane cognato avrebbe sempre potuto mentirgli ostinatamente, e fino ad oggi. Con la certezza dell´estraneità di Tulliani, Fini ha potuto sistemare meglio le altre tessere del mosaico. Si è chiesto: ma è ragionevole che un´isola (Santa Lucia) che vive con la leva della sua legislazione offshore si dia da fare per svelare i nomi dei proprietari di una società registrata in quel paradiso fiscale? Un non-sense. Epperò perché il ministro di Giustizia scrive che è Tulliani il proprietario delle sue società sospette? Ma è vero che questo ha scritto quel ministro? E´ autentica quella lettera o su carta intestata (autentica) è stata sovrapposto un testo apocrifo?
La lettera se la sono rigirata a lungo tra le mani, ieri, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino e hanno concluso che o la lettera è del tutto falsa o, anche se non lo è, non aggiunge nulla di nuovo a quel che si sa perché conferma che, secondo fonti monegasche, Giancarlo Tulliani è il «beneficiario dell´appartamento» che potrebbe voler dire soltanto che Tulliani è – bella scoperta, a questo punto – l´affittuario dell´immobile. Gianfranco Fini è apparso più interessato a ricostruire, con le informazioni che ha a disposizione, lungo quale canale e con quali protagonisti quella lettera manipolata si sia messa in movimento consapevole che il mandante dell´assassinio politico provochi la fuga di notizie rimanendo al di fuori della mischia. Dicono che sul tavolo intorno a cui Fini ha incontrato i suoi collaboratori sia rimasto a lungo un foglio, presto annotato con nomi, frecce, connessioni. Lo si può ricostruire così. Uomini dei servizi segreti o della Guardia di finanza raggiungono Santa Lucia (la notizia è del Giornale). Devono soltanto sovrintendere che «le cose vadano nel verso giusto», che quel ministro di giustizia dica quel che deve o fornisca le lettere con intestazione originale che necessitano. E´ stato lo stesso Silvio Berlusconi a predisporre le cose potendo contare sul «rapporto personale tra l´ex ministro di Santa Lucia e il nostro presidente del Consiglio». Un legame (notizia di Libero) che «deve far tremare Fini». Bene, viene confezionato il falso. Ora deve arrivare in Italia senza l´impronta digitale del mandante. Bisogna seguire le frecce sul foglio dinanzi a Gianfranco Fini. Da Santa Lucia la lettera farlocca (o ambigua) arriva su un sito e poi nelle redazioni di due giornali di Santo Domingo. Da qui afferrata come per una pesca miracolosa dal sito Dagospia. Ora – gli uomini di Fini chiedono – chi ispira Dagospia? Credono di saperlo. Anzi, dicono di saperlo con certezza: «Dagospia, sostenuto dai finanziamenti di Eni ed Enel, è governato nelle informazioni più sensibili da Luigi Bisignani, il piduista, l´uomo delle nomine delicate, braccio destro operativo di Gianni Letta dal suo ufficio di piazza Mignanelli». Da Dagospia l´informazione manipolata slitterà sulle prime pagine di Giornale e Libero. Che potranno dire: abbiamo rilanciato soltanto una notizia pubblicata dalla stampa internazionale. Una menzogna che tace e copre e manipola quanto ormai è chiaro a tutti dal character assassination di Veronica Lario, Dino Boffo, Raimondo Mesiano, Piero Marrazzo e ancora prima di Piero Fassino. Il giornalismo, diventato tecnica sovietica di disinformazione, alterato in calunnia, non ha nulla a che fare con queste pratiche che non sono altro che un sistema di dominio, un dispositivo di potere. Uno stesso soggetto, Silvio Berlusconi, ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di «paesi amici e non alleati». Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la «meccanica» che abbiano sotto gli occhi da più di un anno e bisogna scorgere – della «macchina» – la spaventosa pericolosità e l´assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d´interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore ancora una volta, con l´”assassinio” di Gianfranco Fini, è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che minaccia l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Il presidente della Camera sembra determinato a spezzare il gioco e, saltato il tavolo della non belligeranza, la partita appare soltanto all´inizio e sarà la partita finale.

La Repubblica 22.09.10

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L´ira del cofondatore “Il mandante è Silvio”, di Liana Milella

Di una cosa è convinto Gianfranco Fini. Ormai senza alcuna ombra di dubbio. E per questo, quasi a scandire la giornata, ha continuato a ripeterla. «Il mandante di quello che il Giornale pubblica è solo ed unicamente Berlusconi.
È inutile che dica o faccia finta di non esserlo. Io so che è così». Una certezza che ha reso la sua collera profonda, la sua indignazione grande «per quel documento falso» sparato in prima pagina, la sua reazione politica inevitabile. «Io da tempo sono convinto che con questi qui non si può più trattare». Il Giornale aperto sulla scrivania, col titolo che troneggia «Fini non ha detto la verità». E lui scuote la testa e dice: «Quello che abbiamo sotto gli occhi è la prova che dobbiamo fermare tutto». La conseguenza è scontata. Sta tutta nelle parole gravi che il presidente della Camera pronuncia mentre è a colloquio con il capogruppo di Futuro e libertà Italo Bocchino e con la responsabile Giustizia e suo avvocato Giulia Bongiorno. Sono quasi le 14 e una nuova pagina del lungo e tormentato divorzio da Berlusconi si consuma: «Lui punta scientificamente a distruggermi. Lo pianifica. Ma io a questo punto blocco ogni trattativa. Sulla giustizia si deve fermare ogni passo. Il mio è un punto d´onore perché non mi faccio impallinare da lui così, su una ricostruzione del tutto falsa». La sua collera diventa pubblica, ma dal quartiere berlusconiano non giunge neppure un minimo tentativo di ricucitura, né una possibile spiegazione. Non chiama neppure l´abituale colomba Gianni Letta.
Era cominciato il giorno prima il tam tam dello nuovo scoop di Feltri. Era arrivata all´orecchio di Fini proprio con il racconto di un Berlusconi che se ne vantava parlandone con i suoi. «Lo fottiamo un´altra volta» andava dicendo il Cavaliere. Pronto a liquidare chi gli raccomandava prudenza in vista del voto su Cosentino: «Ma che c´importa dei loro voti, tanto abbiamo i nostri». Questo indigna il leader di Fli, la fredda premeditazione. La costruzione a tavolino di un documento che, nella migliore delle ipotesi, e secondo la lettura dei finiani, è falso nella firma, nella peggiore è un falso integrale. Per questo, con Bocchino e la Bongiorno, fa ulteriori verifiche sulla possibile origine. E parla con il cognato Gianfranco Tulliani, dal quale ottiene una nuova conferma che no, non è lui il titolare di quelle società. E dunque Fini può dire tranquillo: «Avete visto? Questa prova è come quella di qualche giorno fa sulle firme uguali di Tulliani sotto i contratti. Un altro falso, perché le firme invece sono differenti».
Si può trattare sulla giustizia, lavorare a uno scudo per mettere in sicurezza il premier, mentre nell´ombra, proprio quello stesso premier, manovra per far cadere il suo interlocutore? «No, non è possibile» decide Fini. Se Berlusconi crea un clima «da piano Solo» allora tutto si ferma. Salta l´appuntamento fissato per le 16 tra la Bongiorno e Niccolò Ghedini. L´avevano preso davanti alla buvette all´una. Fini ordina di cancellarlo un´ora dopo. La Bongiorno chiama Ghedini: «Mi dispiace, ma non ci vediamo più, la trattativa è chiusa». Ghedini corre da Berlusconi dove lo raggiunge il Guardasigilli Angelino Alfano. Che tenta di mediare con Bocchino: «Che facciamo col lodo?» gli chiede al telefono. E Bocchino reagisce freddamente: «E a me lo chiedi? Devi chiederlo al tuo capo. Noi nel merito siamo d´accordo, ma voi state ponendo le condizioni per la definitiva rottura. A questo punto noi non scriviamo più il lodo con voi, fatelo da soli, presentatelo, e noi lo esamineremo in piena libertà. Ma, come per tutte le altre leggi costituzionali, anche per questa ti ricordo che ci vorranno sei o sette mesi solo per la prima lettura». Peggio non poteva sentire il ministro della Giustizia che invece, nei suoi colloqui con il premier, aveva disegnato una road map ben più celere, un anno fino alla definitiva pubblicazione.
Ma, come dirà lo stesso Bocchino alla pattuglia di Fli riunita per tutto il pomeriggio, «ormai la guerra con Berlusconi è totale, noi il 29 settembre voteremo solo il suo documento, ma poi su tutto il resto non ci saranno trattative, ognuno per la sua strada». Come per la commissione Giustizia, dove Fini sventa un altro «falso», il tentativo di impallinare la Bongiorno. Un altro tassello della strategia della disinformazione, l´insistenza nel ripetere che lei non è più la persona che Fini ha delegato a occuparsi di giustizia, che ora ci sono altri, da Moffa a Consolo, cui far riferimento. Tale è il battage che la notizia esce sui giornali, condita dal dettaglio che anche sul piano legale, per l´affare di Montecarlo, accanto all´avvocato che fu di Andreotti ci sarà anche Giuseppe Consolo. Nella giornata delle smentite furiose una è a tutela della Bongiorno, che non solo resta l´unico avvocato di Fini («Non ho in animo di affiancarle alcuno»), ma è anche «l´unica candidata di Fli per la presidenza della commissione Giustizia». Lei resta con lui per tutto il pomeriggio, legge e rilegge l´articolo del Giornale, quello che Flavia Perina sul Secolo di oggi definisce «una surreale bufala», l´ultimo pezzo «di un´escalation velenosa finalizzata a cancellare il principale competitor dell´attuale presidente del Consiglio».

La Repubblica 22.09.10

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