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"Dal Veneto la scalata verde alle fondazioni", di Gianni Del Vecchio

Chi sostiene che la Lega non ha uomini né mordente nelle fondazioni bancarie e che queste ultime continuano e continueranno a essere governate da ex democristiani dice una mezza verità. Mezza perché è vero che attualmente il Carroccio non occupa ruoli chiave tali da poter influenzare direttamente la gestione delle banche ed è vero che sono tutti appannaggio di vecchi dc. Ma è anche vero che la tornata di rinnovi nei consigli delle fondazioni, che è appena cominciata e si chiuderà fra due anni, rivoluzionerà lo status quo: ci sarà una bella infornata di consiglieri in quota Lega che, se non riuscirà a far eleggere un padano alla guida di questi enti, sicuramente influenzerà, e non poco, la gestione degli istituti di credito. Insomma, in via diretta o indiretta, comunque i leghisti metteranno le mani sulle banche. E sarebbe strano il contrario, visto che a loro spetta solamente capitalizzare il boom elettorale alle regionali, provinciali e comunali degli ultimi due anni.
Del resto i primi segnali dell’inizio di questa nuova stagione nel mondo delle fondazioni ci sono tutti. E vengono dal Veneto. La prima fondazione cui spetta rinnovare gli organi direttivi è la Fondazione Cariverona. Il prossimo 22 ottobre verrà nominato il nuovo consiglio d’amministrazione ma nel frattempo la settimana scorsa c’è già stato il rinnovo del consiglio generale, organo deputato a indicare il nuovo cda. Ebbene, su 25 nuovi membri, la Lega ne incassa ben dieci, grazie all’opera del sindaco veronese Flavio Tosi. L’uomo del Carroccio ha fatto asse con Paolo Biasi, attuale presidente di Cariverona e vecchio democristiano, che molto probabilmente verrà riconfermato nel suo ruolo.
Ovviamente in cambio di una maggiore attenzione verso le esigenze leghiste. Cariverona, per capirci, è fra i primi azionisti di Unicredit ed è stata la fondazione capofila fra quelle che hanno fatto fuori l’ex ad Alessandro Profumo.
La Fondazione trevigiana Cassamarca, anch’essa fra gli azionisti della prima banca italiana, cambierà i propri vertici soltanto nel 2012. Tuttavia il governatore veneto, Luca Zaia, ha già cominciato a cannoneggiare contro l’attuale presidente Dino De Poli, che invece si trincera dietro delle regole statutarie che formalmente lo metterebbero al sicuro. Non è un caso che lo stesso Zaia ha definito lo statuto «antidemocratico», perché «consente l’autoinvestitura del presidente per infinite volte». Promettendo però battaglia: «Faremo i conti con questa Fondazione». Anche in questo caso nessuno si stupirebbe se De Poli, altro dc storico, preferisse allo scontro frontale una mediazione che concedesse più poteri (e soldi) agli uomini di Bossi.
Se i leghisti veneti riusciranno a fare da battistrada, gli effetti si sentiranno anche in Piemonte e in Lombardia. In terra sabauda il cda della Compagnia San Paolo, prima azionista di Intesa, va in scadenza nel 2012, mentre quello della Fondazione Crt nel 2013. E allora il leghista Roberto Cota potrà far valere il suo peso da presidente della Regione. In Lombardia invece i successi elettorali di Bossi hanno già fruttato qualcosa: l’aver messo piede nella Cariplo dell’ex dc Giuseppe Guzzetti, con l’innesto di Luca Galli nella Commissione centrale di beneficenza della fondazione lombarda. Per non parlare della nomina a presidente della Banca Popolare di Milano del primo banchiere verde, Massimo Ponzellini.
Primi passi, certo, a cui però potranno seguirne altri quando il consiglio della Cariplo andrà a scadenza, fra due anni e mezzo.

Da Europa Quotidiano 23.09.10

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“Il localismo non ce la farà”, di Roberto Pinza

Accade che sempre più di frequente gli eventi del mondo bancario conquistino le prime pagine dei giornali. Questo fatto, inusitato per decenni in cui le banche operavano nel silenzio, nella riservatezza ed in parte anche nella disattenzione generale, deve indurre a qualche riflessione.
La verità, a me sembra, è che il mondo industriale, che per tanti anni era stato al centro dell’attenzione generale, si è un poco appannato e, ad eccezione di qualche recente fatto di rilievo come la internazionalizzazione e la riorganizzazione del gruppo Fiat, non dà più la sensazione che le sue scelte possano incidere fortemente sulla struttura dell’economia nazionale.
Le assicurazioni sono silenti come è loro abitudine e la stessa politica, che pure per anni ha costituito il fulcro dell’attenzione generale, spesso è degradata a cronaca giornaliera, sicché la sensazione complessiva anche per i non specialisti è che la battaglia del potere si combatta principalmente all’interno del sistema bancario e che, in tali casi, come sempre avviene, il diritto di prima pagina è assicurato. Sottolineo questo aspetto in quanto spesso si scambiano contese periferiche e di scarso rilievo con quelle che in effetti sono destinate a modificare profondamente il sistema economico italiano come avviene quando si tratti di banche e, soprattutto, di grandi banche.
Il mondo bancario italiano si è autocelebrato nel periodo di crisi tutt’ora perdurante con l’affermazione di essere il più solido e il meno esposto a rischi fra quelli europei.
In ciò vi è molto di vero e la tradizionale prudenza dei banchieri italiani, la minore incidenza sui loro bilanci degli andamenti della finanza internazionale e una vigilanza da parte di Banca d’Italia sicuramente molto più attenta di quella svolta, ad esempio, dalla Fse in Gran Bretagna: e dire che fino a due anni fa, la Fse veniva additata ad esempio da imitare mentre invece è clamorosamente fallita con conseguenti disastri per le banche inglesi.
Tuttavia oggi il sistema è di fronte a due necessità oggettive dalle quali non può in nessun modo prescindere.
La prima è che il mondo ha concordemente scelto di elevare i livelli di patrimonializzazione delle imprese bancarie: e ciò perché esso ha compreso l’insegnamento della crisi e quindi ha considerato come d’altro canto è regola elementare, che le imprese bancarie fortemente patrimonializzate hanno capacità di superare le difficoltà dei periodi peggiori.
In questo vi è una consapevolezza intellettuale apprezzabile che era venuta a mancare negli ultimi anni quando si era sottovalutato il problema della solidità patrimoniale in quanto si riteneva che le crisi fossero definitivamente superate e che si dovesse quindi ragionare solo in termini di entità di uno sviluppo di per sé sicuro.
Ha ragione Roubini, quando, con la sua celebre immagine dei cigni bianchi e dei cigni neri, afferma che la crisi è una componente strutturale del sistema e quindi che occorra attrezzarsi economicamente per fronteggiarla.
Ciò però pone il problema (anche prima dei termini previsti dagli accordi internazionali) di individuare i modi per aumentare le proprie dotazioni patrimoniali: il che è particolarmente difficile in quanto il mercato è contratto e risente di una crisi ancora in essere sicché non è facile individuare soggetti che possano essere apportatori di capitali.
Ciò va fatto con attenzione in quanto la natura dei singoli Istituti bancari va conservata ma con decisione, sapendo ad esempio che, per la prima volta dopo anni, la limitatezza o l’assenza di utili nelle imprese bancarie (che probabilmente si evidenzierà quest’anno ancor di più) renderà più difficile la partecipazione ad aumenti di capitale da parte di quelle Fondazioni bancarie che hanno ancora gran parte del patrimonio investito nelle banche di riferimento in quanto esse riceveranno dividendi nulli o assai limitati.
Certamente potranno ricorrere ai Fondi di stabilizzazione che quelle più avvedute hanno creato, ma ciò servirà solo per conservare una certa omogeneità nelle erogazioni e non per fare investimenti significativi nelle banche di riferimento.
Il venir meno o il ridursi di possibili apporti da parte delle Fondazioni sono stati il perno per la riorganizzazione del sistema bancario deve rendere molto più attenti nei confronti di una ostilità, in questi giorni dichiarata, nei confronti di investitori anche di altri paesi: ciò è avvenuto nell’industria senza che si ponessero problemi, è avvenuto di recente anche e soprattutto negli Stati Uniti ove le banche sono spesso addirittura possedute da soggetti non americani, è avvenuto nella Borsa di Londra in gran parte controllato da capitale arabi: non vedo pertanto che senso abbia in Italia scatenare crociate contro questo o quell’investimento straniero.
La seconda riflessione attiene ai processi di internazionalizzazione. La crisi ci ha insegnato che l’unico modo di uscirne nel più breve tempo possibile è quello di avere un fortissimo inserimento nei mercati internazionali, soprattutto in quelli che fortunatamente non soffrono crisi e stanno in realtà trascinando la ripresa, pur iniziale, del resto del mondo.
L’internazionalizzazione non è una sorta di interruttore che si accende e si spegne per cui un paese o l’altro va bene quando si esporta nello stesso ma non va più bene quando investe capitali nel nostro paese.
Quello che si è notato nel caso Unicredit e che è francamente deplorevole è che si sono mescolate culture “anti-stranieri” (probabilmente di pura copertura) con l’idea concreta, ma sbagliata, che un grandissimo complesso bancario internazionale debba in realtà misurarsi molto di più con piccole ma urlanti realtà locali quasi che un grande Istituto sia soltanto una istituzione frutto di una sommatoria di localismi.
La questione Unicredit non è chiara in tanti aspetti e quindi è inutile in questo momento tentare un’indagine che mancherebbe di dati informativi certi, ma comunque il dato di fatto è che è stato effettuato una sorta di assalto alla dirigenza fino ad ottenerne la capitolazione da parte di localismi, molto precisi nel pretendere la propria difesa ma difficilmente in grado in futuro per sostenere lo sviluppo di una grande banca internazionale del tutto unitamente a qualche pseudo-ideologia che non esiste in alcun paese al mondo.
E dire che il nostro sistema imprenditoriale ha disperatamente bisogno di banche, come Unicredit, Intesa ed altre, che lo aiutino ad inserirsi ancora più stabilmente nei mercati internazionali nei quali può intravedere una possibilità di uscita dalla crisi: d’altro canto la Germania sta insegnando anche ai meno avveduti che è la potenza delle esportazioni che può trascinare verso una ripresa.
Tutto ciò che suona come regressione dai livelli internazionali appare quindi l’ennesimo sintomo di un paese che sta sempre più smarrendo la strada della modernità.

Da Europa Quotidiano 23.09.10

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