attualità, politica italiana

"Con il riferimento ai servizi, rotto il filo Fini-Letta", di Marcello Sorgi

La durissima nota con cui ieri Palazzo Chigi ha smentito la più pesante delle accuse pronunciate mercoledì da parte del Presidente della Camera contro il premier, che a suo giudizio si sarebbe avvalso della collaborazione dei servizi segreti per ottenere il documento, ovviamente giudicato falso dai finiani, che proverebbe che la società off-shore che ha acquistato il famoso appartamento di Montecarlo finito in locazione al cognato di Fini sarebbe sotto il diretto controllo dello stesso, non segna solo un ulteriore inasprimento dei rapporti tra i due ex-cofondatori del Pdl.

Piuttosto, conferma che ogni tentativo di mediazione tra i duellanti è esaurito. Basta infatti riflettere su un dettaglio: nell’attuale governo i servizi sono sotto il controllo del sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta. La reazione sdegnata di Palazzo Chigi alla presa di posizione di Fini non sarebbe stata espressa in termini tanto ultimativi se Letta stesso – in passato, anche recente, fautore di un riavvicinamento tra i due tronconi separati della maggioranza -, non avesse considerato ciò che è uscito da Futuro e libertà al pari delle “dissennatezze” che Berlusconi ormai tutti i giorni attribuisce al Presidente della Camera.

La rottura Letta-Fini, emersa già ad agosto quando davanti al feretro di Cossiga il leader del neonato Fli disse al sottosegretario “o Berlusconi mi distruggerà o io distruggerò lui”, s’era in parte ricomposta con l’avvicinarsi della scadenza del dibattito sulla fiducia di martedì prossimo e con la ripresa delle trattative sulla giustizia e sulla legge salva processi per il premier. Nel risentimento espresso aspramente, ma sempre sul piano istituzionale (e non a caso seguito da analoghe prese di posizione del Dis, l’organismo di coordinamento dei servizi, della Guardia di finanza, e perfino di Massimo D’Alema, nella sua qualità di presidente del Copasir, il comitato di sorveglianza parlamentare sull’intelligence), è facile riconoscere la mano di Letta, da sempre contrario e preoccupato che la lotta politica possa allungare le sue ombre sulle istituzioni.

L’aggiustamento di tiro dei finiani, dai servizi ad esponenti deviati degli stessi apparati, segnala che all’interno del Fli, diviso tra falchi e colombe, qualche effetto la sortita di Palazzo Chigi l’ha avuto. Ma i toni restano insopportabili (bastava sentire Bocchino ieri sera da Santoro). E l’escalation della guerriglia tra i due fronti avversari, che la prossima settimana dovrebbero inverosimilmente ritrovarsi alleati a sostegno del governo, sembra ormai inarrestabile.

La Stampa 24.09.10

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“I finiani: ecco i nomi di chi ha scritto i dossier”, di Amedeo La Mattina

Sospetti sui servizi. Poi Bocchino tira in ballo Lavitola, ex Psi ora Pdl. «Assolutamente false, diffamatorie e destituite di fondamento». Palazzo Chigi è sferzante nei confronti delle «illazioni e congetture» dei finiani sull’attività di dossieraggio ad opera dei servizi segreti e della Guardia di Finanza. Il casus belli è sempre la casa di Montecarlo venduta da An alla società offshore e poi affittata a Giancarlo Tulliani, cognato di Fini. Il Giornale della famiglia Berlusconi e Libero hanno pubblicato una lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia, l’isola del paradiso fiscale, che “svelerebbe” chi è il vero proprietario della casa: il cognato. E’ una «patacca», questo è «killeraggio politico», ha tuonato il presidente della Camera. Il quale ha interrotto ogni canale di trattativa con i berlusconiani sul Lodo Alfano e su quant’altro sulla giustizia interessa il premier. La rottura sembra così imboccare la strada di non ritorno e in questo clima sempre più infuocato si avvicina la data (il 29 settembre) dell’intervento in aula di Berlusconi.

Elezioni sempre più vicine? Sicuramente si sono chiusi gli spiragli di dialogo ai quali credeva una parte del Pdl, a cominciare da Gianni Letta e Angelino Alfano. Ora il capogruppo Cicchitto chiede di riprendere il confronto e invita a separare la questione politica dal resto della vicenda. Anche perchè Berlusconi, questa la tesi di Palazzo Grazioli, con quello che scrivono Il Giornale e Libero non c’entra alcunché. Mescolare le due cose, per il ministro Matteoli, è «infantile». E in ogni caso, aggiunge Osvaldo Napoli, rimane sempre il problema del ruolo superpartes che Fini non riesce a garantire: «Fini, di fronte a fatti umani che lo toccano in profondità e rispetto ai quali non nascondo di avere comprensione, trova ancora la forza per esercitare con equilibrio il suo mandato?». Un’affermazione legata, appunto, alla bufera politica e alla rottura ordinata direttamente dal presidente della Camera.

Messi in mezzo dai finiani, sia la Guardia di Finanza che i servizi di informazione (Dis) hanno smentito, con tanto di nota ufficiale, di avere a che fare con dossier e lettere false costruite ad arte. E a queste due smentite Palazzo Chigi fa riferimento quando dice che mettere in giro queste voci è una «totale irresponsabilità». I finiani replicano di non avere chiamato in ballo le strutture dei servizi e i loro dirigenti, ma settori deviati. «Nessuno – spiega Bocchino – ha mai dubitato della lealtà istituzionale dei nostri apparti di sicurezza. Il problema semmai è avere certezza che, come è accaduto in passato, non ci siamo azioni torbide, deviate di cui non sono a conoscenza i vertici. E questa certezza purtroppo non può averla nessuno, come dimostrano tante vicende anche recenti (vedi Pio Pompa)». Sulla vicenda interviene pure D’Alema, presidente del Copasir. Bisogna accertare se «da parte di singoli, o di gruppi che operano al di fuori di ambiti istituzionali», vi sia stata collaborazione ad «attività vergognose».

Ma nel corso della giornata Bocchino ha spostato il tiro dagli ambienti dei servizi a persone molto vicine Berlusconi, che hanno girato in Sud America, per scoprire chi ha costruito la falsa lettera che farebbe risalire al cognato di Fini la proprietà della casa monegasca. Il colpo di scena arriva in serata ad Annozero con il nome di Valter Lavitola, editore e direttore dell’Avanti, che sarebbe secondo Bocchino l’autore della lettera-patacca. «Valuterò se ci sono gli estremi per la querela», è stata la reazione di Lavitola.

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Berlusconi teme il “documento patacca”, di UGO MAGRI

Il dubbio che si tratti di una clamorosa «patacca» solca perfino la mente del Cavaliere. Il quale da ieri non fa che ripetere, con l’orecchio teso alle notizie da Santa Lucia: «Io sono un garantista vero, pure rispetto a Fini. Dunque crederò alle accuse che lo riguardano solo quando arriveranno, se mai arriveranno, le conferme ufficiali…». Lecito dedurre che, punto primo, il presidente del Consiglio attende novità dai Caraibi sotto forma di attestazione da parte del governo locale, ma non ne è così certo, anzi comincia a disperare.

Punto secondo, i canali diplomatici ufficiali non sono stati attivati dal nostro ministero degli Esteri oppure (in caso affermativo) non hanno prodotto le conferme desiderate. E terzo, ammesso che sia vera la tesi dei suoi detrattori (è stato Berlusconi, accusano da sinistra, a ispirare i dossier tramite vecchie conoscenze), il premier adesso prova a nascondere la mano. Si dichiara estraneo al «dossieraggio» con una nota ufficiale di Palazzo Chigi ispirata da un offesissimo Gianni Letta, il capo delle «colombe» mai d’accordo con certi metodi. Addirittura Berlusconi si augura privatamente, affinché venga riferito in giro dai soliti chiacchieroni, che Fini possa dimostrarsi al di sopra di ogni sospetto. Insomma, sembra già pronto a scaricare il peso dell’eventuale gigantesca figuraccia sul gruppo dei suoi «pasdaran» che tanto avevano insistito per far fuori Fini con le maniere spicce. Perché lo scenario più devastante per il premier è proprio questo: il suo avversario che non crolla al tappeto, anzi giganteggia come la vittima innocente di oscure trame, però a questo punto voglioso di vendicarsi contro i mandanti politici e morali dell’aggressione. E Fini ha tutti gli strumenti per riuscirci. Da leader di 36 deputati può impantanare a suo piacimento il cammino delle leggi salva-premier, a cominciare dal Lodo costituzionale che i giuristi berlusconiani ieri riuniti sotto la guida dell’avvocato Ghedini insistono a mandare avanti con falso ottimismo. Ma da presidente della Camera, lo attacca il berlusconiano Osvaldo Napoli, Fini proverà a rendere impossibile la vita della maggioranza soprattutto nel «day by day» della vita parlamentare, dalle decisioni su calendario e ordine dei lavori agli emendamenti che si possono ammettere al voto e quelli che no. Come si può immaginare un percorso di riforme sul federalismo e sul resto se la terza carica dello Stato si mette di traverso? La Lega è preoccupata al punto che due settimane fa Bossi aveva provato addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica.

Ora il Cavaliere sembra rendersi conto del «boomerang». Certi parlamentari toscani che sono andati a trovarlo si son trovati di fronte un uomo stanco, provato. «Ma voi mi ci vedete ad andare avanti così per altri tre anni?», ha chiesto Silvio con un debole sorriso. Non è chiaro se si riferisse alla fatica di governare o alla strutturale fragilità della maggioranza senza i finiani. Forse, chissà, a entrambe le cose. Continua a sperare nell’«autosufficienza» del governo, quota 316 e oltre, ma le ultime dal «calciomercato» non lo entusiasmano. Da Futuro e libertà si dissocia la Sbai, intanto dal Pdl se ne va Catone e non è bastato al Cavaliere usare tutte le sue armi di seduzione (telefonata compresa) per trascinare dalla sua parte la Polidori. Sul fronte Udc Berlusconi non riesce a trattenere Scanderebech, che torna alla base centrista, e non è detto che tramite l’esperto Fitto riesca a catturare il foggiano Cera. Prima o poi le minoranze linguistiche (Svp e Uv) daranno l’appoggio, scommette speranzoso il premier, però più poi che prima… «Tutta colpa delle fughe di notizia», scuote la testa uno stratega berlusconiano preoccupatissimo, «e di quella maledetta lista di nomi uscita con troppo anticipo», col risultato che alcuni degli «acquisti» sono stati subito «ricomprati», vanificando l’effetto sorpresa.

Il Cavaliere fiuta l’aria e spalanca l’ombrello. Niente più voto di fiducia, giovedì prossimo a Montecitorio, ma solo un discorso su cui sta lavorando insieme con Bonaiuti. E se ne intuisce il perché. Approvare le dichiarazioni del premier è molto meno impegnativo che sottoscrivere una mozione di fiducia con tutti i crismi. Così Berlusconi spera di convincere qualche deputato indeciso e, con questa piccola astuzia, di allargare l’area del consenso. Ma soprattutto, si guarderà bene dal pronunciare in Aula la parola Montecarlo, né si sognerà di chiedere le dimissioni della terza carica dello Stato. Tutt’al più lo «sporco lavoro» di alzarsi e provocare Fini verrà affidato a Cicchitto, il capogruppo, fin qui distintosi per il fair-play. Lui, Silvio, volerà alto. Dopo mesi tornerà a parlare dell’Italia e dei suoi problemi. Come se il fango nel ventilatore ci fosse finito per caso.

La Stampa 24.09.10

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