attualità, politica italiana

"Le elezioni sono ora più vicine", di Marcello Sorgi

Ci sono dei momenti, nella furia di una tempesta, in cui una nave che pur avanza, sballottolata dalle onde, si piega su un fianco e sembra ormai destinata al naufragio: una sensazione del genere s’è avuta ieri, quando dopo due giorni di dibattito sulla «patacca», che Berlusconi avrebbe fatto costruire ad arte, per dimostrare che Giancarlo Tulliani, oltre che affittuario, è praticamente proprietario del famoso appartamento di Montecarlo venduto da An per decisione di suo cognato Gianfranco Fini, si è scoperto che «patacca» non era. Il ministro Rudolph Francis di Santa Lucia, l’isoletta caraibica paradiso di inaccessibili società off-shore, non poteva immaginare, con la conferenza stampa che ha autenticato il documento che accusa Tulliani, di aver probabilmente posto fine alla legislatura italiana cominciata poco più di due anni fa. Ma l’impressione, anche prima che oggi Fini cerchi di chiarire in un videomessaggio destinato a Internet, è che sia diventata impossibile una ricomposizione della maggioranza di centrodestra che martedì in Parlamento dovrebbe rilanciare il governo dopo la paralisi di quest’estate: destinata, invece, di conseguenza, a protrarsi chissà per quanto.

Pur in difficoltà rispetto alla vicenda di Montecarlo, sulla quale finora non è riuscito a dare spiegazioni convincenti, Fini infatti avrebbe potuto tentare più agilmente di uscire dall’angolo, se non avesse scelto due giorni fa la linea della patacca e delle accuse al presidente del Consiglio di essersi servito dei servizi segreti per incastrarlo. Solo per fare qualche esempio di punti che andrebbero approfonditi, avrebbe potuto contestare la carta che incastra il cognato nel merito e non nell’autenticità, sottolineare alcune evidenti contraddizioni e ambiguità del testo, chiedere per quale ragione e su sollecitazione di chi, in un Paese in cui l’off-shore è pane quotidiano, il governo di Santa Lucia decida di occuparsi di una, e solo di una, delle migliaia di società che ne approfittano, e infine contestare l’affermazione che la stessa società è sotto il controllo di Tulliani quando poi nell’ultima riga il documento ammette che sono ancora in corso accertamenti.

Non è escluso che questa sarà oggi la linea di difesa del Presidente della Camera: ma è evidente che il passaggio precedente, lo slogan della patacca, le accuse al premier e ai servizi di dossieraggio, rendano adesso meno convincenti giustificazioni come queste. Prima di fare certe affermazioni, ribadite peraltro in tv dal capogruppo del suo nuovo partito Bocchino, la terza carica dello Stato avrebbe dovuto prendere le sue precauzioni, valutando le conseguenze di parole così pesanti, che provenivano non dal palco del comizio di un leader, ma dallo scranno più alto della Camera dei Deputati.

Se Fini dunque è in forte difficoltà – la natura istituzionale delle sue responsabilità lo mette automaticamente sotto la lente d’osservazione delle altre autorità dello Stato -, Berlusconi non sta molto meglio. Nell’immediato, certo, ha potuto godere dell’autogol messo a segno dal suo avversario, che tra l’altro, ieri pomeriggio, a un convegno, ribadiva che a nessun costo lo aiuterà ad ottenere l’impunità dai processi che lo affliggono. Ma tutt’attorno ha un panorama di macerie. Il governo nato sull’onda della grande vittoria elettorale del 2008, che godeva di oltre cento deputati di maggioranza alla Camera, annaspa alla ricerca della famosa «quota 316» che dovrebbe consentirgli di andare avanti anche senza l’appoggio dei finiani. Per quanti sforzi abbia fatto, a quattro giorni dalla seduta parlamentare in cui dovrebbe presentare il programma dei prossimi tre anni, Berlusconi quella quota non l’ha raggiunta, così che la conclusione più probabile del dibattito alla Camera è che il governo sarà costretto ad andare avanti, malgrado l’evidenza della crisi politica, da un appoggio datogli a dispetto dagli avversari interni che fanno capo al presidente della Camera, che lo voteranno per pura ipocrisia e per potere continuare a trafiggerlo dal giorno dopo.

Né le cose cambierebbero se alla fine, sfruttando la paura delle elezioni di molti deputati peones, il Cavaliere dovesse raggiungere la fatidica quota: l’esigua maggioranza che lo sosterrebbe, in nome del salvataggio della pensione parlamentare prima che della legislatura, di fronte a nuove insostenibili difficoltà sarebbe pronta a raccogliersi, un domani, per sorreggere un altro governo, anche d’emergenza, che nascerebbe tuttavia, anche questo, sotto i peggiori auspici opportunistici. Da qualsiasi punto di vista e comunque la si guardi, la legislatura sembra insomma arrivata alla fine: e se davvero si andrà al voto, si potrà dire che mai il Paese c’è andato in condizioni peggiori, senza un chiaro sbocco, né alternative che abbiano un minimo di credibilità.

La Stampa 25.09.10

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Partito il conto alla rovescia, ultimi giorni per il governo

Fini non può restare, Lombardo si tira fuori, Confindustria all’opposizione. Gianfranco Fini vuole dire basta, oggi dirà la «sua verità» attraverso un video, vuole mettere un punto alla novela sulla casa di Montecarlo che ieri ha visto in campo (per pochissimi minuti) nientemeno il ministro di Santa Lucia, Francis, che ha confermato l’autenticità della famosa “carta” che incastra il cognato del presidente della camera. Vero? Falso?
L’attenzione della politica è tutta rivolta verso l’affaire, con corredo di veleni, patacche, voci e personaggi strani che in questa fase si stanno dando un gran da fare. Ma quello che ieri è apparso evidentissimo è che Fini sta per rompere e che la crisi politica sta rapidamente superando il livello di guardia e tracimando in una vera e propria crisi di governo. Adesso sono pochi a scommettere su una tenuta dell’esecutivo, che la settimana prossima si sottoporrà al voto (peraltro ancora non definito nelle sue modalità) di Montecitorio. La sensazione è che Berlusconi non governi più la situazione, c’è smarrimento fra i suoi, Bossi torna ad innervosirsi, il capo dell’Mpa pronuncia un de profundis e Emma Marcegaglia di fatto “molla” il governo. Un quadro drammatico, il Pd chiede al governo di dimettersi.

da Europa Quotidiano 25.09.10

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