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"Il buon alleato è un incapace", di Lucio Caracciolo

Berlusconi può essere insieme “incapace, vanitoso e inefficace” e il “migliore amico degli Stati Uniti”? I messaggi riservati dell´ambasciata Usa a Roma sono coerenti con la esibita santificazione del nostro presidente del Consiglio da parte di Hillary Clinton, ieri ad Astana? Paradossalmente sì. Anzitutto sotto il profilo formale.
I cablogrammi di Palazzo Margherita sono riservati, come tali sinceri. Le dichiarazioni del segretario di Stato sono per i media, come tali difficilmente sincere.
Se esprimono un´autorevolezza assai superiore a quella dell´ormai celebre signora Dibble – autrice materiale del non lusinghiero ritratto di Berlusconi – non necessariamente debbono riflettere il pensiero della Clinton. Malgrado Assange – anzi oggi più che mai – un certo grado di doppiezza fra linguaggio pubblico e privato resta costitutivo della diplomazia e della politica. Sotto ogni latitudine. Non ci meraviglieremmo perciò se fra qualche tempo scoprissimo che mentre la signora Clinton lodava il capo del nostro governo, nei suoi stessi uffici circolavano giudizi meno estasiati su Berlusconi e sulla sua politica estera.
Ma anche nella sostanza, Dibble e Clinton non sono incompatibili. Perché proprio la debolezza di Berlusconi e del paese che rappresenta può essere utile agli Stati Uniti. Come per esempio in Afghanistan, dove contrariamente ad altri alleati abbiamo rafforzato la nostra presenza militare. In cambio di nulla. Perché ciò che ci distingue nel mondo brusco e malizioso delle relazioni internazionali è lo spirito francescano. Diamo senza nulla chiedere. Magari poco, ma sempre gratis. Al massimo, in cambio di una photo opportunity. Se vantaggi ci sono, riguardano la sfera privata, certo non lo Stato. E che cosa può attendersi di meglio l´America, o qualsiasi altro paese, da noi o da chiunque altro? Nell´arte del dono siamo imbattibili.
Peccato che ne consegua l´irrilevanza. Perché la logica della cessione gratuita di sovranità può essere certo sfruttata da chi ne fruisce, ma non apprezzata. Appare infatti come una forma di immoralità politica. Di più: suscita il dubbio della slealtà. Dai lanci di WikiLeaks emerge infatti che alcuni consiglieri forse troppo dietrologi della Clinton adombrino il sospetto che tanta liberalità celi fini reconditi. Altrimenti perché la stessa responsabile della diplomazia Usa avrebbe chiesto di approfondire il profilo personale di Berlusconi, i suoi eventuali affari privati con Putin?
I sospetti, se non le certezze, riguardano soprattutto i rapporti del nostro presidente del Consiglio con il primo ministro russo, di cui “sembra essere il portavoce” (Dibble). Il caso Georgia, quando Berlusconi, più ancora di Sarkozy, difese le ragioni della Russia, e ancor più il suo forte impegno nel progetto di gasdotto South Stream, tanto caro a Putin, hanno irritato prima Bush e poi Obama. Poco importa se in entrambi i casi Berlusconi si muovesse nel solco di un´antica tradizione filorussa delle nostre élite politiche e industriali, confermata anche dagli ultimi governi di centrosinistra. Quel che stona, a occhi e orecchi americani, è l´intimità fra il “vanitoso” Berlusconi, con la sua “inclinazione ai party”, e il leader di una grande potenza di cui Washington continua a diffidare.
Conclusione: Berlusconi è utile finché conta poco e pretende meno. Almeno in veste di capo dell´Italia. Se e quando pesasse di più, risultando più ingombrante per gli interessi americani, scatterebbero le contromisure. O sono già scattate?

La Repubblica 02.12.10

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