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"Mafia, i silenzi di Milano", di Franco Morganti

Dopo la denuncia di Roberto Saviano in televisione durante la trasmissione Vieni via con me, adesso arriva quella della procura milanese.
Non solo in Lombardia c’è la malavita organizzata, in particolare la ‘ndrangheta, ma gli imprenditori non denunciano usura e estorsioni, come invece avviene in Sicilia e, da poco, anche in Calabria. Così mercoledì scorso Ilda Boccassini, procuratore aggiunto e capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, mentre il procuratore Edmondo Bruti Liberati accenna agli accordi con Assolombarda, con la firma del Protocollo per la legalità firmato a Milano da Assolombarda col ministro dell’interno. Milano, dunque, peggio di Reggio Calabria? Cerchiamo di percorrere il tragitto di emigrazione della malavita meridionale verso la Lombardia. All’origine c’è la pratica di estorsione, di spaccio di droga, di controllo della prostituzione che si svolge nei territori controllati dalla malavita: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. Ci sono territori in cui il cittadino viene “invitato” a rifornirsi presso un determinato distributore di benzina, dove il voto avviene con la scheda precompilata e scambiata con la scheda bianca ad ogni votazione. Sono territori a “controllo totale” da parte della malavita. È lì che la malavita avrebbe dovuto essere stroncata sul nascere.
Questi territori non sono la Lombardia, né Milano. Ci possono essere e ci sono fenomeni di usura, contro i quali funzionano vari antidoti, anche bancari. In quei territori la malavita ha creato il suo patrimonio. Quando il patrimonio è costruito, bisogna ripulirlo, lavarlo. Allora serve il Nord, dove c’è più business e circola più denaro. Servono attività dove si paga in contanti come i distributori di carburante, i ristoranti, i supermercati. All’atto dell’acquisto di queste attività dovrebbe intervenire l’autorità che concede le licenze, i permessi.
Che non sono certo gli imprenditori, se non per le cessioni che avvengano in clima di intimidazione. Di solito di tratta di acquisti regolari, compiuti da irregolari: ma tocca a me che vendo il ristorante accertare la vera natura del compratore? Pecunia non olet, il denaro non puzza.
Quando il lavaggio è compiuto, i vari Coco Trovato, Farao-Marincola, Mangeruca, Valle, Barbaro, Papalia, Muià, Nirta, Flachi, Paparo, Arena-Nicoscia, Mancuso, Iamonte (la procura li conosce tutti per nome e conosce il loro insediamento nel territorio lombardo) sono operatori con tanti soldi buoni in tasca, che possono partecipare a qualsiasi gara d’appalto, trattativa privata, contratto d’affari. Fermarli a questo punto è difficile.
Saviano ha detto in televisione che la malavita vince le gare d’appalto perché fa prezzi più bassi e batte la concorrenza. E può farlo perché dispone di immense fortune raccolte illegalmente (altrove). Ma le cose non sono così semplici: intanto contro i prezzi bassi operano di solito i meccanismi di gara che li scartano automaticamente; inoltre gli imprenditori malavitosi non operano sul mercato per consumare le proprie risorse, ma per aumentarle. E poiché i prezzi al Nord non sono addomesticati, a ogni ribasso corrisponde una diminuzione di guadagno o un rischio di perdita.
Si può fare quello che Claudio de Albertis, presidente di Assimpredil-Ance a Milano e già presidente Ance (le associazioni dei costruttori edili) ha chiesto ai suoi associati, riuniti per una festa di Natale all’Alcatraz di Milano il 13 dicembre: di aprire gli occhi, di sorvegliare, di denunciare. Che è quello che ha chiesto ai suoi associati Alberto Meomartini presidente di Assolombarda, pena l’espulsione, come in Sicilia per iniziativa di Ivan Lo Bello. In tutto il meccanismo dei subappalti si nasconde il diavolo: e su questi gli imprenditori possono aprire gli occhi e sorvegliare.
La procura dice che finora non lo hanno fatto: speriamo in futuro.

da Europa Quotidiano 17.12.10

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