attualità, università | ricerca

""Voi nella zona rossa, noi liberi" la sfida pacifica dei ragazzi in una città inutilmente blindata" di Curzio Maltese

Niente incidenti, fiori e dolci ai manifestanti. Roma per tutta la giornata è stata divisa in due: specchio della condizione del Paese
La vigilia gli studenti di fisica l´hanno trascorsa guardando “Noi credevamo”: poi dibattito con Martone. Mohammed B., travolto dal crollo di un solaio della facoltà di Scienze Politiche. Una delegazione di studenti, che si è staccata dal corteo appena è arrivata la notizia, gli ha portato dei fiori. Qualcuno dei sinistri violenti, che dovrebbero essere trattati come i terroristi, lo conosceva e piangeva.
C´è più verità sull´università italiana in questo fatto di cronaca che nel dibattito televisivo dell´ultima settimana. La più grande università d´Italia e d´Europa, la seconda o terza al mondo per numero d´iscritti, non ha i fondi per finire i lavori, ma non può permettere che i soffitti crollino sulla testa degli studenti. I cantieri sono diventati eterni, lavorano a basso regime con operai immigrati e sottopagati, che muoiono sotto Natale, nel silenzio, senza disturbare lo shopping.
Fra un dibattito e l´altro, il governo in tutti questi mesi non ha ancora deciso gli stanziamenti per l´anno 2010. Non per il 2011 o il prossimo quinquennio o decennio, com´è avvenuto già in tutta Europa, ma per l´anno in corso. A Ingegneria e ad Architettura non ci sono neppure i soldi per organizzare più corsi specialistici di sicurezza nei cantieri. Dio solo sa quanto necessari, in un paese che ha un primato di ottocentomila incidenti sul lavoro all´anno, mille morti e trentamila invalidi (veri) permanenti. Forse anche di questo avranno parlato gli studenti ricevuti in serata al Quirinale dal presidente Napolitano, uno dei pochi personaggi pubblici sensibili a questa tragedia.
Roma è stata per tutta la giornata divisa in due. Due zone, due sentimenti opposti. Specchio della condizione di un paese intero. Il centro prigioniero della paura, blindato da un esercito di polizia e carabinieri in attesa di Tartari che non si sarebbero presentati, con i negozianti pronti ad abbassare le saracinesche al primo botto, alla prima sirena, al minimo rumore sospetto. La periferia romana è stata attraversata invece dai cortei giocosi degli studenti, con tamburi e chitarre, dalla Sapienza al Prenestino, alla Tangenziale.
La gente di una periferia dimenticata, che non aveva mai visto sfilare un corteo sotto casa, con tanto di telecamere al seguito, ha accolto il passaggio degli studenti come una giornata di festa. Anziani alla finestra lanciavano saluti e qualche garofano «perché so´ rossi». Una signora ha consegnato una scatola di cioccolatini trovata per casa a una studentessa: «Anch´io ho una nipote che studia all´università». Una cartolaia del Pigneto al passaggio del corteo ha chiuso il negozio. Non per paura, ma per seguire i manifestanti: «Bravi, venite più spesso, che qui la politica non ci passa mai». C´è stato qualche momento di tensione con gli automobilisti, in una zona di Roma dove il traffico è già infame nei giorni normali, quando gli studenti hanno bloccato la Tangenziale Est, quella che porta in Abruzzo, al grido di «Tutti a L´Aquila». Ma tutto si è sciolto con pochi slogan scherzosi. «Lo vedi che succede a vota´ Berlusconi?». «Chi odia ‘sto governo suoni il clacson», salutato da centinaia di entusiastiche risposte.
Dopo il fuoco, il fumo e il sangue di piazza del Popolo, il movimento studentesco più pacifico della storia è tornato con saggezza allo spirito creativo. Il più femminile anche, un fattore che conta nell´evitare il rischio di militarizzazione. Ragazze ovunque a organizzare. Del genere ragazze normali, perfino nei nomi, Claudia, Lucia, Anna, Francesca, ormai espulso dall´immaginario televisivo monopolizzato dalle Ruby e Noemi. Gli studenti italiani si erano fatti conoscere nel mondo, non solo in Italia, con l´occupazione della Torre di Pisa e del Colosseo, l´ascesa al tetto di Architettura. Immagini finite in prima pagina sui giornali statunitensi, inglesi, francesi, spagnoli. Stavolta hanno spiazzato le torme di avvoltoi appollaiati intorno ai palazzi del potere con i commando che portavano pacchi dono in giro per Roma, dal Policlinico alla Cgil, dall´Atac al sindaco Alemanno. Pacchi con dati e cifre sul disagio dell´Italia giovane e no, che la classe dirigente non leggerà mai. Come non ha letto i titoli dei libri usati come scudo culturale. Si sono inventati trovate come dipingere di rosso l´acqua del fontanone del Gianicolo, però con un colorante studiato per non danneggiare il monumento. «Rosso come il bilancio dell´istruzione pubblica in Italia e come il sangue degli studenti feriti o uccisi nelle loro scuole». Anche questi, purtroppo, tantissimi, visto che la metà degli edifici scolastici della ricca Italia non sono a norma di sicurezza. Non è mancato l´inevitabile «waka-waka» di protesta e la più originale ragazza appesa al filo, segno di precariato, davanti alla sede del comune di Roma. Più una serie di considerazioni sugli ex (?) fascisti Gasparri e Alemanno, nessuna riferibile su un giornale perbene.
Sarebbe naturalmente da ingenui pretendere che questi fatti fermino la caccia allo studente lanciata dalla politica. Una volta avvertito l´odore del sangue, le iene si eccitano. Per esempio. La facoltà di Fisica della Sapienza, il luogo dove il cronista, in trent´anni di mestiere, ha verificato una delle più alte densità d´intelligenza del Paese, è piena di scritte interessanti. La sera della vigilia della manifestazione, che i facinorosi studenti di Fisica hanno trascorso guardando il film sul Risorgimento «Noi credevamo» e discutendone con il regista Mario Martone, personalmente ne ho contate una cinquantina. Non sono slogan, ma dati. Una marea di dati reali sul Paese. Più qualche dotta citazione da romanzieri e filosofi. Poi ce n´è una con la stella a cinque punte: forse solo quella finirà nei telegiornali.
Questa è stata la giornata degli studenti. Non è successo nulla di quanto si temeva. C´è stato il morto, purtroppo, ma non è stato quello che qualcuno aveva evocato.

La Repubblica 23.12.10

******

“Le ragioni delle parole più forti delle pietre”, di ROBERTO SAVIANO

È bellissimo vedere le ragioni di questo movimento che fanno molta più paura, al governo, delle pietre. È stato bellissimo vedere come questo movimento abbia dimostrato che la violenza non gli appartiene. Le manifestazioni pacifiche di ieri sono state la dimostrazione che tutto è diverso, che tutto è nuovo.
Interpretare questa manifestazione con le categorie del passato per cercare di spiegare cosa sta accadendo nelle piazze e nelle università è miope.
In concreto è stato bellissimo vedere quello che sta accadendo: è qualcosa di nuovo, qualcosa anche di migliore rispetto al passato. Sono felice di averci visto giusto quando ho scritto la lettera ai ragazzi del movimento (uscita su Repubblica il 16 dicembre, ndr) cercando di riflettere sulla strategia e sul fatto che io – quasi loro coetaneo, ho trent´anni – avevo guardato la violenza come un´enorme regalo da fare al governo. Questa volta infatti la strategia è stata diversa, le ragioni hanno vinto sui sassi e sui sampietrini.
Insomma il movimento è riuscito a trovare gli anticorpi al suo stesso interno: gli anticorpi alla violenza. E sta crescendo e sta diventando sempre più consapevole e il governo lo considera sempre più pericoloso: pericoloso perché pacifico, pericoloso perché coinvolgente, pericoloso perché è diventato un soggetto con cui non può più rifiutarsi di parlare e le cui richieste non possono rimanere senza risposta.

La Repubblica 23.12.10

******

“Quei fiori per Mohammed”, di Adriano Sofri

Sarebbe stata una notizia qualunque, in un giorno qualunque, in un posto qualunque. In un incidente (si chiamano ancora così) sul lavoro, è morto l´operaio tunisino Mohammed B., 35 anni, schiacciato da un escavatore. Non era un posto qualunque: era l´università della Sapienza a Roma. Non era un giorno qualunque: era il giorno in cui, mentre il Senato correva a licenziare la legge di riforma universitaria, gli studenti romani manifestavano contro quella legge e molto altro.Giornata molto attesa, e si era temuto (o augurato, vero?) che “ci scappasse il morto”. Ci è scappato, il più prevedibile e insieme il più imprevisto. Gli studenti romani, che erano stati così capaci di andare, loro e i loro pacchi dono e i loro fiori, “da un´altra parte” rispetto alle autorità costituite, sono rientrati nella loro università a lasciarli al posto giusto, quei fiori. Le coincidenze, quando sono troppo simboliche, rischiano di cancellare le persone, e già Mohammed B. è una riga dell´elenco di mille, e magari ci sarà chi giocherà sul contrasto fra gli studenti figli di papà e fannulloni che si aggirano per la città a fare chiasso e l´uomo che fatica per loro. Nei giorni scorsi si erano insultati gli studenti impegnati a prendere a cuore il destino proprio e altrui, e si era ennesimamente riletto a vanvera il Pasolini di Valle Giulia. Chissà se lo leggeranno una buona volta per intero. A occhio e croce, questi ammonitori non darebbero cinque centesimi e cinque minuti della loro tasca per bagattelle come gli “incidenti” sul lavoro e gli operai tunisini. Intanto, nella così “normale” tragedia di ieri c´è un senso in più: perché ieri gli studenti hanno disegnato la loro mobilitazione non solo in modo da voltare le spalle al malaugurio dei loro odiatori, ma soprattutto in modo da cercare un legame con tante altre persone, con i quartieri senza zone rosse in cui altre persone abitano, coi luoghi in cui lavorano.
È uno svolgimento pressoché naturale di ogni movimento in cui i giovani si impegnino, smettendo di scommettere da soli, o addirittura l´uno contro l´altro, sul proprio futuro. Anche sulla presunta superficialità con la quale gli studenti (all´uopo intervistati dal tg) si misurano “nel merito” di cose tecniche come i tagli finanziari o i disegni di legge, si soloneggia parecchio. E´ successo con ogni riforma scolastica, dalle pessime alle passabili. Nell´obiezione dei giovani c´è un movente concreto ed esatto, e uno universale, ed è difficile, per fortuna, districarli. Tutti i poteri, se non altro perché sono troppo abituati e affezionati a comandare, sono soprattutto imbestialiti all´idea che qualcuno li metta in discussione non solo da un proprio particolare punto di vista, ma con un´altra idea della convivenza. Sta succedendo di nuovo. E mettendo fuori la testa, uno dei primi paesaggi in cui gli studenti si imbattono è popolato dai loro coetanei, più o meno, che vengono dall´altro mondo. Nella cancellazione della voce dei ragazzi invalsa da noi –con quel giovanilismo fasullo che fa dichiarare “giovani” i pretendenti al viceregno di cinquanta o sessant´anni, e dei giovani sul serio, dai 15 ai 24, si ricorda soltanto fornendo l´ultimo dato sulla disoccupazione, 26 per cento, 36 al sud…- ha una parte essenziale il contrasto fra una società via via più avara e longeva (e inebriata dall´elisir di lunga vita, in confezione premier kazako) e un´immigrazione impetuosa che ha le fattezze di uomini giovani e prolifici. L´immigrazione straniera e povera è un capitolo essenziale del rapporto fra vecchi e giovani da noi. È una propaggine via via più intima del nostro rapporto col mondo povero nella stagione del nostro impoverimento: noi vecchi e con pochi figli, loro giovani e come conigli. In realtà, i vecchi non sono uguali, anzi, e i vecchi potenti (e spaventati dall´impotenza) e i vecchi pensionati sono lontani come il giorno dalla notte, e i giovani “nostri” e quelli nuovi arrivati possono avvicinarsi come la notte al giorno. I giovani studenti che si ribellano e i giovani immigrati che vengono qui a faticare e morire si aggirano come spettri fra noi: e, nella nebbia del secondo giorno d´inverno, possono apparire come uno spettro solo. Come davanti alla facoltà di Scienze Politiche –”scienze politiche”… Dove si leggono fra altre bellissime un paio di cose fuori posto. La prima, appena vergata: “Vendetta”. La seconda, che sta lì da sempre: “È vietato l´ingresso ai non addetti ai lavori”. Dentro una cittadella col nome di Sapienza, con un piccolo posto vuoto coperto dai fiori.

La Repubblica 23.12.10

Condividi