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"Le tre lady che diedero pari dignità ai salari", di Leonardo Maisano

«Sally era con te, Vera?». «Certo. Questa, invece, è Rose. Sì, quella lì, quella dietro a tutte noi. E lavorava di fianco a te, Sheila». «No, Gwenn, ti sbagli non con me…». Metti un mattino, un tè con tre anziane signore. Sheila, Vera e Gwenn, scrutano vecchie fotografie sedute al pub Lord Denman, estrema periferia occidentale di Londra. East End vero, quello dove la parlata cockney muta di tono con il ricambio delle pinte di birra che già di buon ora arredano i tavoli e accendono il discettare su salari e disoccupazione, sussidi e posti di lavoro. East End vero, dicevamo, via dal mimetismo di Kensington, Chelsea, Notting Hill. Lontani dal profondo ovest, ai confini metropolitani, a Dagenham, dove la Ford fece la storia della manifattura britannica e 187 donne fecero la storia della Ford.

Sheila, Vera, Gwenn e altre 184 signore che ora non ci sono più, o sono troppo distratte dai nipoti, o hanno semplicemente seppellito, con l’età, l’epopea di loro stesse, scrissero un capitolo di storia celebrato da un film che mobilita Londra. Racconta di una protesta che ha cambiato le relazioni industriali e rivoluzionato quelle del vivere civile, avvenuta quando i Beatles erano già celeberrimi, il ’68 accendeva Parigi, l’uomo sbarcava sulla Luna e le donne, nelle fabbriche di un Regno che era già di Elisabetta, erano pagate meno degli uomini.

«We want sex» si leggeva sugli striscioni davanti a Westminster. «We want sex» è il titolo del film nella versione italiana, «Made in Dagenham» è quello della pellicola distribuita in Gran Bretagna. «Non avevamo aperto bene il cartellone e la parola equality non si leggeva. Volevamo sex equality. Oddio, magari anche sex». Vera, i capelli corti, piglio da ottantenne battagliera, ride di sé stessa per quella battutaccia che trascina, nello scherzo, anche Gwenn, ordinata nella permanente pepe e sale, e che scuote Sheila, la più giovane con le sue 74 primavere. Autunni, si direbbe, a guardar fuori dai vetri bagnati del Lord Denman. «A Roma è meglio», aggiunge ammiccando. Il termometro meno ostile eccita Sheila, in vista del debutto nelle sale italiane, in dicembre, di un film (presentato al festival romano) che ha reso omaggio a una storia dimenticata. Quella dell’emancipazione salariale delle donne nella fabbriche inglesi. Emancipazione caduta dal cielo per una strana congiuntura fatta di sindacati afflitti da un machismo duro a morire, datori di lavoro riluttanti, una signora ministro e 187 signore operaie che volevano guadagnare di più.

Era la metà di maggio del 1968 quando tutte le macchiniste, le uniche donne degli stabilimenti Ford di Dagenham, cessarono di lavorare per avere l’inquadramento come operaie specializzate. «Non ricordiamo come avvenne – dicono Sheila, Vera e Gwenn – ma le cose cambiarono». Non ricordano, cioè, come fu che la lotta alla discriminazione salariale femminile finì per prendere il sopravvento nella protesta. «Noi volevamo il riconoscimento della nostra specializzazione, ma Bernie ci consigliò e il diritto di uno stipendio uguale agli uomini divenne, d’improvviso, la nostra bandiera». Bernie Passingdon è il sindacalista che le aiutò, forzando le resistenze dei suoi compagni delle Unions, inclini alla cultura della birra e della lotta. Alle braghe, non alle gonne. «Certo che era un mondo maschile. Stia attento lei, che è qui da solo». Vera se la spassa, scuotendo fra le risate, ricordi e amarezze.

«Il Mirror (giornale da sempre vicino al Labour Ndr) liquidò la nostra agitazione – aggiunge Sheila – come lo sciopero delle sottane. Ma come si fa? Sottane». «E io – incalza Vera – non mi dimenticherò mai quando, in un appassionato scambio con un pezzo grosso delle Unions, tale mister Todd, mi fu detto “Cosa vuoi fare? Il neurochirurgo?” e questo solo perché avevo ipotizzato di presentare domanda per un lavoro di maggior concetto. Fu dura, mi creda, perché lo sciopero bloccò per venti giorni la produzione e chi aveva anche il marito in fabbrica visse momenti difficili». Fino a quando anche le Unions misero il cappello dell’ufficialità a uno sciopero selvaggio. Altre due settimane di blocco, poi la convocazione a Whitehall. Ufficio di Barbara Castle, ministro del lavoro, donna emergente nel Labour di Harold Wilson. «Finì tutto grazie a lei – ricorda Gwenn – battè il pugno sul tavolo, convinse la Ford e ci fece avere subito una paga quasi uguale a quella dei maschi. Due anni dopo, nel 1970, il ministro Castle varò l’equality pay act, la legge che sancisce il diritto all’uguaglianza salariale». E poi? «Tutto riprese come prima. Abbiamo lavorato per altri decenni a Dagenham – aggiungono – e le relazioni con Ford sono state ottime. Tutti, anche a casa, si dimenticarono di noi e di quella tacca nell’emancipazione di questo paese che mettemmo quasi per caso».
La Bbc, di recente, si è ricordata dei giorni di Dagenham e ha organizzato un confronto fra le scioperanti e i manager Ford dell’epoca. «Il programma, intitolato The Re-Union, è stato un successo. La trasmissione radiofonica ha suggerito, poi, l’idea del film. Oggi tutti parlano di noi. E siamo felici – aggiunge Sheila – ma…». Ma cosa? «Fu un’ingiustizia negare l’evidenza, ovvero che il nostro era lavoro da specialiste». Gwenn annuisce, Vera s’entusiasma, al Lord Denman la voglia di protesta s’avanza d’improvviso, per cedere alla nostalgia della memoria. «Guarda Sheila che Rose lavorava di fianco a te!». «Ma no, Gwenn, ti sbagli». «Ma sì!». Un altro tè per le signore di Dagenham.

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