cose che scrivo, cultura, interventi

«Missione 2011 impariamo a cambiare la nostra mente», di Oliver Sacks

I propositi per l´anno nuovo spesso riguardano un´alimentazione più sana, il frequentare di più la palestra, lo smettere di mangiare dolci, il perdere peso: tutti encomiabili obbiettivi che servono a migliorare la salute fisica. La maggior parte della gente, tuttavia, non si rende conto di poter potenziare allo stesso modo anche il proprio cervello.
Sebbene alcune aree cerebrali siano determinate geneticamente fin dalla nascita o dalla prima infanzia, altre zone – specie quelle poste nella corteccia cerebrale, che è nevralgica per le funzioni cognitive superiori come il linguaggio e il pensiero, nonché per le funzioni sensoriali e motorie – possono essere in larga misura ricondizionate nell´età adulta. In effetti, il cervello possiede la sorprendente capacità di recuperare la propria funzionalità dopo aver subito un danno: persino un danno devastante come la perdita della vista o dell´udito. Nella mia veste di medico che si occupa di pazienti affetti da malattie neurologiche, mi accade continuamente di assistere a questo fenomeno.
Ad esempio, una delle mie pazienti rimasta sorda a 9 anni, in seguito a una scarlattina, era talmente abile a leggere il labiale che ci si dimenticava della sua sordità. Una volta, senza pensarci, mi sono voltato mentre le stavo parlando.
«Non riesco più a sentirla», mi disse seccamente. «Intende dire che non riesce più vedermi», le dissi. «Lei può definirlo vedere, ma per me é un modo di sentire».
La lettura labiale, osservando i movimenti delle labbra, è stata immediatamente trasformata da questa paziente in un modo di “ascoltare” il suono delle parole nella propria mente. Il suo cervello ha trasformato una sensazione in un´altra.
Allo stesso modo, i ciechi riescono spesso a “vedere”. Alcune aree del cervello, se non stimolate, si atrofizzano e muoiono. («Usalo o lo perderai», dicono spesso i neurologi). Ma le aree visive del cervello, anche in alcuni soggetti nati ciechi, non scompaiono completamente ma vengono reimpiegate da altri sensi. Tutti abbiamo sentito parlare di persone non vedenti che possiedono un udito insolitamente acuto, ma anche altri sensi possono essere potenziati. Ad esempio, Geerat Vermeij, un biologo diventato cieco all´età di 3 anni, ha identificato molte nuove specie di molluschi sulla base di lievissime variazioni dei contorni delle conchiglie. Egli utilizza una sorta di abilità spaziale o tattile di molto superiore a quello di una qualunque persona vedente.
Lo scrittore Ved Metha, anch´egli cieco fin dalla prima infanzia, naviga soprattutto utilizzando la “ecolocazione” – la capacità cioè di avvertire la presenza degli oggetti dal modo in cui essi riflettono i suoni, o gli impercettibili cambiamenti delle correnti d´aria che raggiungono il suo viso. Ben Underwood, un ragazzo straordinario che perse la vista quando aveva 3 anni e che è morto nel 2009, a 16 anni, aveva elaborato un´efficace strategia, simile a quella dei delfini, che gli permetteva, emettendo schiocchi a ritmo regolare, di avvertirne l´eco sugli oggetti vicini. Era diventato così abile che poteva andare in bicicletta, fare sport e persino giocare con i videogame.
Persone come Ben Underwood e Ved Metha, che hanno avuto qualche precoce esperienza visiva ma che in seguito hanno perso la vista, sono in grado di trasformare istantaneamente le informazioni che ricevono attraverso il senso tattile o l´udito, in un´immagine visiva: riescono, ad esempio, a “vedere” i puntini mentre leggono con le dita la scrittura Braille.
I ricercatori che utilizzano le immagini funzionali del cervello confermano che in situazioni del genere i soggetti attivano non solamente le aree della corteccia dedicate al senso tattile, ma anche parti della corteccia visiva.
Non c´è bisogno di essere ciechi o sordi per sfruttare la misteriosa capacità del cervello di apprendere, adattarsi e svilupparsi. Ho visto centinaia di pazienti con vari deficit – ictus, sindrome di Parkinson e persino demenza – imparare a fare le cose in modo nuovo, sia consapevolmente che inconsapevolmente, così da aggirare quei problemi.
Il fatto che il cervello sia in grado di adattamenti tanto radicali solleva interrogativi interessanti. Fino a che punto siamo plasmati dal nostro cervello, e in che misura siamo noi a plasmarlo? La capacità del cervello di modificarsi può essere sfruttata in modo da fornirci maggiori capacità cognitive? L´esperienza di molte persone fa ritenere che ciò è possibile.
Una mia paziente è diventata paralitica da un giorno all´altro a causa di un´infezione del midollo spinale. Inizialmente è caduta in depressione perché non poteva più godere nemmeno del più piccolo piacere, come il cruciverba quotidiano, da lei tanto amato. Dopo qualche settimana, però, ha chiesto di avere il suo giornale, in modo da poter almeno dare un´occhiata al gioco, vederne la configurazione, gettare uno sguardo agli indizi. Nel fare questo, accadde qualcosa di straordinario. Leggendo gli indizi, le risposte sembrarono scriversi da sole negli spazi vuoti. Nelle settimane successive la sua memoria visiva si potenziò fino a quando scoprì di poter tenere a mente l´intero cruciverba e tutti gli indizi dopo una sola, attenta, occhiata e di poter risolverlo mentalmente.
Questa evoluzione può verificarsi anche in pochi giorni. I ricercatori di Harvard, ad esempio, hanno scoperto che soggetti adulti vedenti, tenuti bendati per soli cinque giorni, sono in grado di produrre un cambiamento nel modo in cui funziona il loro cervello: i soggetti hanno migliorato considerevolmente le loro competenze tattili, come l´apprendimento del sistema Braille.
La neuroplasticità – la capacità del cervello di creare nuovi percorsi – svolge un ruolo essenziale nel recupero di coloro che perdono una capacità sensoriale, cognitiva o motoria. Essa tuttavia può svolgere un ruolo essenziale anche nella vita quotidiana di tutti noi. Sebbene sia vero che apprendere durante l´infanzia è più facile, i neuroscienziati oggi sanno che il cervello non cessa di svilupparsi, anche nell´età matura. Ogni volta che ci accingiamo a fare qualcosa che già sappiamo fare, o apprendiamo qualcosa di nuovo, le connessioni neuronali già presenti si potenziano e, con il tempo, i neuroni ne creano di nuove. Possono essere create persino delle nuove cellule nervose.
Ho sentito molte storie di persone comuni che hanno iniziato a praticare un nuovo sport o a suonare uno strumento musicale a 50 o 60 anni e non soltanto sono diventate piuttosto brave ma, facendolo, ne hanno tratto una grande gioia. Eliza Bussey, una giornalista di 55 anni che oggi studia arpa al conservatorio Peabody di Baltimora, solo pochi anni fa non era in grado di leggere neanche una nota. In una sua lettera, mi ha scritto che cosa è significato imparare a suonare la Passacaglia di Händel: «Sentivo, ad esempio, che le mie dita e il mio cervello cercavano di collegarsi per dare forma a nuove sinapsi… So che il mio cervello è cambiato in modo straordinario». Non c´è dubbio che la signora Bussey ha ragione: il suo cervello è cambiato.
La musica ha una particolare forza plasmante, perché ascoltarla e soprattutto suonarla impegna molte differenti aree del cervello, le quali devono tutte lavorare in tandem: dalla lettura della notazione musicale e il coordinamento di precisi movimenti muscolari della mano alla valutazione e all´espressione del ritmo e della tonalità e all´associazione della musica a ricordi ed emozioni.
Che sia attraverso l´apprendimento di una nuova lingua, viaggiando in posti nuovi, seguendo una passione per l´apicoltura o semplicemente pensando in modo nuovo ad un vecchio problema, tutti noi, nei prossimi anni e in quelli che seguiranno, possiamo stimolare lo sviluppo del nostro cervello. Proprio come l´attività fisica è essenziale al mantenimento di un corpo sano, così mettere alla prova il proprio cervello, mantenerlo attivo, impegnato, flessibile e vivace non è soltanto divertente: è essenziale al benessere cognitivo.

(Traduzione di Antonella Cesarini)

da Repubblica

Condividi