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Camera dei Deputati: dichiarazione a nome del PD sul voto di fiducia

PIER PAOLO BARETTA. Signor Presidente, il Governo del nostro Paese, questo Governo, non è più in grado di governare. Gli mancano ormai la lucidità e la volontà, gli mancano la competenza e l’autorevolezza, gli mancano la forza e la compattezza, gli mancano la serenità e la serietà. Stiamo per votare la fiducia su un provvedimento che, nel giro di poche ore, ha subito le censure del Comitato per la legislazione, del servizio studi della Camera dei deputati, dei presidenti delle Commissioni bilancio ed affari costituzionali e da ultimo, ma non ultimo, del Capo dello Stato che, ancora una volta, ha offerto una dimostrazione di garanzia istituzionale della quale va ringraziato. Ma, come se non bastasse, è stato criticato addirittura dal Presidente del Consiglio che l’ha definito, appunto, un ippopotamo e che avrebbe imputato al Ministro dell’economia e delle finanze di aver combinato un pasticcio. Ed è la verità, proprio di un pasticcio si tratta. Un provvedimento sbagliato sin dall’inizio, ma che nell’iter parlamentare è stato trasformato, attraverso modifiche ampie ed eterogenee – per usare il linguaggio diplomaticamente chiaro del Presidente della Repubblica – in un mostruoso animale preistorico, altro che ippopotamo. L’esito è un testo ridondante, esagerato, provocatorio, barocco, ambiguo, insostenibile giuridicamente e politicamente, che ha travalicato ogni forma consentita di bon ton istituzionale.

Questo suo carattere negativo non è cambiato dopo i correttivi, necessari, ma insufficienti, che avete apportato a seguito dell’intervento del Presidente della Repubblica. Si tratta di correttivi insufficienti anche dal punto di vista politico, come dimostra la discussione tutta interna alla maggioranza, che non è ancora conclusa, su alcuni punti cardine del provvedimento in oggetto. State cercando di nascondere questa verità con il ricorso alla vostra tradizionale e ripetitiva, ma ormai spuntata, vis polemica.
Il Presidente del Consiglio, in primis, sostiene che il provvedimento «milleproroghe» è tale perché il Governo è impedito di agire liberamente, perché costretto tra le prerogative del Capo dello Stato, da un lato, e quelle del Parlamento dall’altro. Ho già denunciato ieri, in quest’Aula, la gravità di queste affermazioni, ma credo che sia necessario tornarci, in quanto temo che siano espressione, purtroppo, sincera e convinta, di una concezione più generale dello Stato e della politica che ha il Presidente del Consiglio.
Fecero bene – dice Berlusconi – i padri costituenti a stabilire, dopo il ventennio, un gioco di contrappesi. Ma oggi che siamo lontani dal ventennio – non molto, in verità, sono all’incirca diciassette anni che pazientiamo -, questi vincoli rallenterebbero le attività dell’Esecutivo, come la libertà personale ed economica, l’articolo 41 della Costituzione, l’operato della magistratura, le tasse.
Credo che potremmo aggiungere, interpretando liberamente il pensiero politico del Presidente Berlusconi, che, tutto sommato, un ostacolo alla sua attività sia, in fin dei conti, rappresentato anche dall’Esecutivo stesso, o almeno da qualcuno: magari, da quel Ministro che somma in sé l’eccessiva dote di titolare dell’economia, del bilancio, del tesoro, delle finanze e che è depositario del pacchetto azionario delle ancora molte, troppe, società partecipate dallo Stato. Devo dire che, con riferimento a questo aspetto, Berlusconi lo capisco.
Una volta si diceva qualunquisticamente «piove Governo ladro», ma oggi si direbbe che, come nella nuvola di Fantozzi, piove solo sul povero Governo, circondato un mondo di ladri. Certo, una Repubblica con un Presidente del popolo eletto – ma non unto, è stato autorevolmente ricordato ieri -, senza il Parlamento e, in specie, senza l’opposizione, senza il Capo dello Stato, senza la magistratura e, magari, anche senza i Ministri, più che agile ed efficiente, sarebbe ben morta e sepolta.
Ecco, quindi che, in queste condizioni, il Governo è costretto a ricorrere alla sola arma che ha a disposizione: il voto di fiducia. Ieri, il collega Baldelli, ovviamente, ha ricordato il Governo Prodi, secondo un rito assai diffuso negli interventi della maggioranza – anche l’onorevole Simonetti lo fatto poco fa -, un rito che ha, evidentemente dell’ossessivo se, dopo tre anni, l’attacco al precedente Governo resta, di fatto, il più ricorrente, se non il solo argomento della vostra polemica parlamentare. Ebbene, dopo aver ricordato questo, ieri, il collega Baldelli, ci ha – e mi ha – criticato per le nostre continue e vittimistiche lamentele intono al ricorso alla fiducia. Io resto della mia opinione e, cioè, che quando è troppo è troppo: oltre quaranta questioni di fiducia in trentatré mesi, sono sintomo di malgoverno, e non vi è scusa che tenga.
Ha poco da dichiarare l’onorevole Cicchitto – al quale si è associato stamattina l’esponente dei cosiddetti Responsabili che, peraltro, ha anche portato un grave attacco al collega Bucchino, che non mancherà di rispondere personalmente -, che, ancora ieri, si è trincerato dietro il numero delle proposte emendative da noi presentate per giustificare il voto di fiducia. Egli sa fin troppo bene che ci eravamo dichiarati disponibili, ancora una volta, a ridurre drasticamente il loro numero, se il Governo avesse accolto davvero le indicazioni contenute nella lettera del Presidente della Repubblica – e così non è stato – ed avesse deciso di non ricorrere al voto di fiducia, la cui anticipazione è stata fatta – non dimentichiamolo – dal sottosegretario per l’economia e le finanze, sovrastando il silenzio del Ministro competente, pur presente in Aula e reiteratamente interrogato sul punto dal Presidente della Camera. Niente bugie, dunque.
Visto che la maggioranza ha, al contrario, una visione positiva dello strumento della fiducia, mi permetto di suggerire che, nel copioso elenco dei record che vantate, aggiungiate anche questo, che mi segnala il collega Zaccaria e che state felicemente per raggiungere: tre questioni di fiducia consecutive su un solo provvedimento e – aggiungo io – in poco più di una settimana.
Ammetto che sarà difficile eguagliarvi, ma è proprio questo il sintomo di quell’assenza di lucidità a cui ho fatto riferimento poco fa. Lo prova ancora la clamorosa sottovalutazione della condizione nella quale la maggioranza si trova nella Commissione bilancio che la vede in minoranza di un voto; anziché, saggiamente, come si conviene in questi casi, scegliere il dialogo, il confronto, la soluzione condivisa, la maggioranza stessa ha arrogantemente adottato la inedita pratica dell’ostruzionismo di maggioranza, perdendo del tempo prezioso e realizzando il bel risultato, altro record, di non votare nemmeno il mandato al relatore.
C’è una curiosità che mi resta, come mai tanto rigore alla Camera e tanta generosità Senato? Le cosce dell’ippopotamo vengono gettate in pasto all’opposizione, che sarebbe così responsabile degli eccessi. Suvvia, siamo seri, è questa stessa confusione che ha prodotto l’originale gestione dell’Aula alla quale abbiamo assistito in questi giorni e che ha fatto slittare il voto a ridosso del limite della decadenza a causa dell’attesa di un maxiemendamento che non arrivava. Maxiemendamento che contiene: le tasse sul cinema, le tasse sui cittadini vittime di calamità naturali che si pagano da soli le loro disgrazie – noi abbiamo un’idea ben diversa del federalismo – le tasse sulla benzina e sulla luce per pulire le città dai rifiuti, mentre fa slittare il pagamento delle multe per le quote latte e non copre finanziariamente la sospensione dei tributi dell’Abruzzo; il maxiemendamento reinventa la social card ma la affida a generici enti caritativi e non risolve, come era stato promesso, la questione del 5 per mille e dei malati di SLA; proroga la permanenza nell’occulto delle case fantasma; stabilisce una graduatoria di qualità della produzione culturale degli enti lirici sulla base del colore della giunta che li gestisce (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), come, pochi minuti fa, ha detto, forse inconsciamente, l’oratore della Lega Nord Padania, e così via dicendo.
Non voteremo, dunque, signor Presidente, la fiducia a questo provvedimento e al Governo che lo sostiene. Siamo all’opposizione e già questo legittima il nostro atteggiamento contrario, ma, come ho cercato di dimostrare, è del tutto evidente che non ci sono le condizioni di merito, politiche ed istituzionali per avere un solo dubbio in proposito.
Penso, anzi, che le vicende accadute a questo provvedimento siano l’epilogo di una condizione politica irrecuperabile. Mi avvio a concludere, signor Presidente: il punto critico è che siamo nel mezzo di una anomalia; il professor Beccaria nel suo bel libro sulla lingua italiana mette in evidenza la contraddizione di questa frase di un politico: bisogna mettere fine all’immobilismo che porta il nostro Paese di corsa verso il baratro. Come possa l’immobilismo farci correre e, purtroppo, verso il baratro è uno dei misteri della politica che solo il Presidente Berlusconi è in grado di realizzare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

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