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"Con la libertà", di Ezio Mauro

Tutto l´Occidente si interroga sull´esito della rivoluzione che scuote la Libia, con gli insorti che guardano a Tripoli dalle città liberate, il regime che spara sulla folla e promette ora le riforme che non ha voluto concedere per 42 anni.
In Europa, l´Italia è con Malta il Paese più esposto davanti all´esplosione libica. Proprio per questo, se si comprendono le preoccupazioni del governo è giusto anche pretendere chiarezza nei comportamenti, e prima ancora nei giudizi politici.
L´Italia, con il suo Presidente del Consiglio e il suo ministro degli Esteri, è arrivata per ultima a condannare le violenze, e non ha ancora chiamato per nome il regime dittatoriale contro cui il popolo è sceso nelle piazze, sfidando le armi e i mercenari del Colonnello.
Da questa incapacità di giudicare (che nasce dall´imbarazzo per i ripetuti baciamano a Gheddafi di Berlusconi) discende una posizione a-occidentale: perché riduce la questione libica ad un´emergenza domestica per l´ondata immigratoria, mentre è invece una grande questione di libertà che investe l´Occidente.
Incredibilmente, il nostro governo continua a pensare che Gheddafi possa ancora negoziare un piano di riforme con il suo popolo, come se ne avesse la credibilità e la legittimità. Altrettanto incredibilmente, si pensa che il dittatore possa essere protagonista di un piano di riconciliazione nazionale, dopo che Obama ha parlato di una violenza di regime “che viola la dignità umana”.
È umiliante che con le navi da guerra nel Mediterraneo il premier tenga governo e Parlamento in scacco per studiare cinque misure di salvacondotto dai suoi processi: prescrizione breve, conflitto di attribuzione, improcedibilità, processo breve, più riforma della Consulta. Qualcuno gli spieghi che quando i popoli possono riconquistare la loro libertà, l´Occidente ha un dovere preciso che viene prima di tutto: stare dalla loro parte. Questa e solo questa è la risposta alla minaccia di una deriva nell´integralismo islamico. Non la mediazione con i dittatori.

La Repubblica 25.02.11

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“Quella colonia d´oro macchiata di sangue”, di BERNARDO VALLI

Un secolo fa gli avvenimenti di Tripoli occupavano, come oggi, le prime pagine dei giornali. La storia non si ripete mai, dicono suoi autorevoli cultori.
Questo non esclude somiglianze tra avvenimenti distanti decenni o secoli, che si verificano in contesti politici e sociali che non si assomigliano affatto. Così gli anniversari fanno a volte scherzi, di sapore sinistro. Cent´anni or sono, nel 1911, il 3 ottobre, unità della marina italiana sbarcavano nella capitale libica, seguite il 12 da più consistenti reparti dell´esercito. Nelle ore precedenti i cannoni della flotta al largo avevano bombardato l´As-saraya al-amra, il Forte Rosso, dal quale ancora oggi si può dominare la città affacciata sul mare. Ed altre bombe erano cadute sul forte di Bengasi, in Cirenaica.
Così il Regno d´Italia, mentre a Roma governava il liberale Giovanni Giolitti, metteva in atto la dichiarazione di guerra fatta quattro giorni prima all´Impero ottomano che occupava quella sponda del Mediterraneo. E proprio come accade nel 2011, l´opinione pubblica internazionale condannò allora le atrocità commesse nella città appena conquistata. Nelle capitali dei grandi imperi coloniali (non certo senza macchia nei loro ampi possedimenti africano o asiatici), a Londra e a Parigi, ma anche a New York, si moltiplicarono le manifestazioni contro il bagno di sangue. Di cui l´Italia era colpevole.
Tripoli aveva a quei tempi trentamila abitanti ed era la principale città di un vasto paese ricco di deserti bellissimi e popolato da meno di un milione di uomini e donne dispersi lungo la costa. Giolitti, uomo politico «punto fantasioso e retore», secondo Benedetto Croce, aveva voluto quella conquista coloniale, sempre per Croce, come un padre che si avvede che la figliola, cioè l´Italia, è ormai innamorata e provvede a darle dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto. Insomma Giolitti dà agli italiani quel che vogliono.
Lui alla Libia ci pensava da tempo, anche se l´impresa non lo entusiasmava. Il momento sembrava però propizio e non rinviabile. Anche problemi di politica interna lo spingevano ad agire. Voleva promuovere importanti riforme politiche e sociali, in particolare l´estensione del suffragio universale e l´introduzione dell´assicurazione obbligatoria sulla vita, bene accette ai socialisti, che voleva conquistare. Si può persino azzardare che molti libici hanno perduto la vita per permettere a molti italiani, spesso analfabeti, di conquistare il diritto al voto. La guerra avrebbe soddisfatto conservatori, nazionalisti e cattolici, e quindi attenuato la loro opposizione alle riforme. Ed anche quelle di importanti settori economici. Tra i pretesti esibiti nel dichiarare la guerra alla Turchia c´erano i provvedimenti ottomani contro le numerose succursali del Banco di Roma presenti in Libia.
La conquista della Libia è per i militari una rivincita poco più di un decennio dopo la disfatta di Adua, in Abissinia, e le precedenti deludenti prove nelle guerre del Risorgimento. E´ l´acquisizione di una colonia di popolamento per l´emigrazione italiana, che in quegli anni è al massimo ed è fonte di frustrazione nazionale. Offre inoltre l´impressione di alzarsi al rango di francesi, inglesi e spagnoli, che si distendono sulla costa africana senza che in nessun tratto sorga la bandiera italiana. Francia e Germania si sono appena contese il Marocco. Persino Antonio Labriola, socialista e marxista (ma promotore della grandezza d´Italia e della prosperità e arricchimento della sua borghesia, sottolinea ancora Croce) fin dall´inizio del secolo esortava all´occupazione di Tripoli. Lo considerava un buon affare. Ottant´anni prima Karl Marx aveva accolto con soddisfazione la conquista francese dell´Algeria. Come poi Labriola, Marx pensava che con l´arrivo degli europei sarebbero sorte fabbriche, e con le fabbriche si sarebbe formata una classe operaia, indispensabile per fare la rivoluzione.
In realtà le debite informazioni e le altrettanto debite cautele non erano state sufficienti. E l´impresa libica si rivelò subito più complicata del previsto. Anzitutto la popolazione, al contrario delle previsioni, non accolse gli italiani come liberatori. A Sciara Sciat (il 23 ottobre 1911), un sobborgo di Tripoli, reparti dell´esercito italiano caddero in un´imboscata tesa da ufficiali turchi e gruppi di partigiani tripolini, e furono annientati. Tre giorni dopo, in un´altra località, sempre in prossimità della capitale, a El-Messri, seicento soldati italiani colti di sorpresa furono uccisi. La reazione fu severa. La città fu messa a ferro e fuoco e (secondo lo storico Nicola Labanca), forse mille ottocento, sui trenta mila abitanti di Tripoli, furono fucilati o impiccati per rappresaglia. E migliaia di tripolini furono arrestati e deportati in Italia. Ci sono voluti anni, e una lunga sanguinosa repressione, prima che la Tripolitania, e soprattutto la Cirenaica e il Fezzan potessero accogliere migliaia di coloni italiani.
Le tracce italiane sono ben visibili nella Tripoli d´oggi. Negli anni in cui fu governatore dal 1921 al 1925, Giuseppe Volpi (diventato conte di Misurata, località in cui promosse un´operazione militare contro i ribelli arabi) ha compiuto i primi grandi lavori destinati a lasciare un´impronta coloniale italiana in Libia. Ha restaurato la cittadella, senza rispettarne troppo le forme originali, ha costruito grandi edifici tra le case modeste: il palazzo di giustizia, la Banca d´Italia, la cattedrale, la moschea di Sidi Hamuda, il Grand Hotel Municipal, il vicariato apostolico.
L´altro governatore che ha dato a Tripoli un carattere italiano, «littorio», secondo i canoni dell´architettura fascista, è stato Italo Balbo. Dal 1934 al 1940 (anno in cui mori precipitando con l´aereo colpito «per sbaglio dall´antiaerea italiana, mentre sorvolava Tobruk) il gerarca ferrarese portò ingegneri e architetti dalla sua città emiliana affinché erigessero edifici e tracciassero strade. Balbo era contrario all´alleanza con i tedeschi e non voleva la guerra, anche perché sapeva che la Libia era un fronte indifendibile.
Con lui si intensificò, e fu ampiamente propagandato, l´insediamento di coloni italiani, del quale il veneziano Volpi aveva gettato le basi, con criteri imprenditoriali. La vicenda dei coloni in Libia fu un´iniziativa alla quale il fascismo dette toni spettacolari. Il deserto trasformato in orti e in campi di grano diventò ben presto un teatro di guerra seminato di mine e di tombe. Il petrolio che giaceva in profondità sotto gli ortaggi, orgoglio dei coloni, cominciò a sgorgare quando il fascismo era già defunto. E la Libia non era più una colonia italiana. Non era più la « quarta sponda» di Mussolini.
Sconfitto l´esercito italo-tedesco di von Rommel, dal 1943 Tripoli è passata sotto l´amministrazione britannica. E otto anni dopo è diventata capitale della Libia indipendente. Con un monarca. Re Idris. Il quale era il nipote di Sayyid Muhammad bin Ali al-Senussi, fondatore della confraternita dei Senussi. Come emiro della Cirenaica, con Bengasi capitale, Idris è venuto a patti con gli italiani, ma quando il regio esercito coloniale si è mosso dalla costa e ha cominciato ad occupare, dopo il 1920, i territori dell´interno, Idris si è rifugiato in Egitto, da dove ha ispirato la guerriglia contro gli invasori. Si è poi schierato con gli inglesi, durante la Seconda guerra mondiale, ed è ritornato a Bengasi con loro. Promosso anche emiro della Tripolitania, quando la Libia unificata è diventata indipendente lui, Idris, ne è diventato il sovrano.
Un sovrano debole, indeciso, che ha stentato a mantenere il ritmo di un paese ormai con una popolazione in rapido, travolgente aumento (oggi conta almeno sette milione di abitanti), e diventato, grazie al petrolio, un eldorado affollato di società internazionali. La sua neutralità, o indifferenza, durante la guerra del ‘67, il terzo conflitto tra arabi e israeliani, ha provocato sommosse, ed anche un pogrom contro la comunità ebraica, che viveva in Libia da quattro secoli. I seimila ebrei sono dovuti partire da Tripoli con una valigia e venti sterline, lasciandosi tutti i beni alle spalle.
Nel ‘69, il 4 agosto, re Idris ha gettato la spugna. Ha annunciato che tra un mese, il 5 settembre avrebbe abdicato in favore del principe ereditario, Sayyid Hasan al-Rida al-Mahdi el Senussi. Ma il primo settembre, mentre Idris si faceva curare in Turchia, il colonnello Gheddafi ha preso il potere. Ha cancellato la monarchia. Il nuovo re ha regnato un solo giorno. La bandiera di re Idris è rispuntata in questi giorni in Cirenaica, a Tobruk e a Bengasi, al posto di quella verde di Gheddafi che ha sventolato sugli edifici pubblici per più di quarant´anni.

La Repubblica 25.02.11

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