attualità, economia, lavoro, politica italiana

Manifutura 2010: Resoconto degli interventi conclusivi di Pier Luigi Bersani e Romano Prodi

Un nuovo patto sociale per uscire dalla crisi economica e politica.
“Chi governa deve dire all’Italia cosa vuole fare, deve avere un’idea per muovere le forze vive del Paese”. Con queste parole Pierluigi Bersani è intervenuto alla chiusura del festival di Manifutura 2011 che si è svolto a Bologna. In Italia, ha affermato il Segretario del Pd, è molto difficile accendere i riflettori sull’industria, mentre la cultura progressista ha interesse e attenzione per l’economia reale, come già abbiamo mostrato con i governi di centrosinistra. La manifattura si aggrega a settori sempre più ampi ed occorre sospingere l’interesse generale verso un tasso di conoscenza più elevato dei problemi. Sulle liberalizzazioni che possono essere occasione di nuovi investimenti, come è accaduto nel settore elettrico, oppure nella tanto richiamata questione della banda larga, molto se ne è parlato ma poco, o nulla, si è fatto. “Non abbiamo saputo combinare le politiche industriali con l’interesse del Paese, ha sottolineato Bersani, non è possibile dire solo che non si fa nulla, bisogna dire che in queste condizioni non si può fare nulla. Siamo di fronte ad un meccanismo personalistico impotente a risolvere i problemi proprio per la sua stessa natura: solo annunci e basta”.
Il Segretario del Pd ha ricordato la propensione manifatturiera del nostro Paese che, contrariamente a scelte di altre nazioni, ci ha consentito di fronteggiare meglio la crisi internazionale. Ovviamente in un mercato globale il nostro Paese deve avere la forza e la capacità di portare le proprie produzioni fuori dai propri confini. Parliamo di investimenti esteri, ha continuato ancora Bersani, “come possiamo fare se siamo su tutti i carri di carnevale del mondo? Noi poniamo un problema che viene prima dell’essere di destra o di sinistra. E’ un problema nazionale da risolvere cercando di avere anche una visione strategica di quello che succederà”.
“Noi stiamo indicando delle strade: chi tace adesso non so come potrà parlare domani”. Il
Segretario del Pd ha, infatti, affrontando la questione dell’enorme debito della crisi mondiale e del
nostro stesso Paese, ammonito i governi nazionali ed europeo a non far ricadere l’extra debito
accumulato sul welfare e sulle nuovi generazioni dimenticando le responsabilità del settore
finanziario.
“Per questi motivi l’Europa deve ritornare ad essere soggetto politico e intervenire come comunità
di stati sui temi vitali quali l’occupazione”. Il leader democratico ha anche richiamato l’Europa alle
proprie responsabilità sulla drammatica crisi nel Nord Africa: “deve dire che sta con il cambiamento
e mettere a disposizione risorse diplomatiche ed economiche per aiutare a risolvere la situazione
con amicizia e partecipazione, senza esportare modelli. Questa è l’occasione anche per ripensare la
politica dell’Unione Europea, spostando il baricentro verso il Mediterraneo”.
A questo punto il Segretario del Pd ha individuato alcuni punti per il rilancio dell’Italia. Al primo
posto una riforma repubblicana, intesa non solo come strumenti di cambiamento istituzionale (come
quello elettorale o del Parlamento) ma aggiungendo il calore della riscossa civica attraverso concetti
di onestà, sobrietà e rigore. Il secondo punto è incentrato su un nuovo patto sociale: “una riforma
fiscale per alleggerire il lavoro e l’impresa; l’avvio di politiche industriali e di liberalizzazione;
nuove relazioni sociali come modello di decentramento con meccanismi di partecipazione,
consapevoli che una contrattazione nazionale, seppur ridefinita con una nuova legislazione
condivisa, deve rimanere”.
“Non dobbiamo rincorrere i cinesi: il lavoro precario non può costare meno di quello stabile”.
Secondo Bersani questo percorso va “illuminato da concetti guida”. Il primo è il problema delle
produttività e della competitività che non si deve risolvere riversandolo su chi è alla catena di
montaggio o sul piccolo imprenditore. Il secondo punto è legato alla stabilità e alla crescita “che
devono darsi la mano”. Su questa questione il Segretario del Pd ha polemizzato con il Ministro
dell’Economia Giulio Tremonti capace solo di guardare ai numeri e non a mettere le mani sulle
“questioni reali della nostra economia”. Infatti, ha sostenuto Bersani: “la sola stabilità senza la
crescita è destinata a fallire”. Altro punto messo a fuoco dall’esponente Pd è la questione
dell’eccessiva concentrazione di ricchezza in mano a poche persone, prospettando un’inversione di
tendenza. “Non siamo d’accordo con meno Stato e più impresa, siamo invece d’accordo che Stato e
impresa lavorino insieme con l’unico obiettivo di affrontare e risolvere i problemi del Paese”. Il
Segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha infine lanciato un appello perché l’Italia ritrovi la forza di
stare insieme combattendo spinte disgregatrici ed evitare un nuovo e pericoloso “avvitamento” della
situazione del Paese”.

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Un cuore d’industria e lavoro nel futuro dell’Europa.
Resoconto della conversazione fra Romano Prodi, già presidente della Commissione europea,e Gunter Verheugen, già Commissario all’allargamento Ue, economia e politica industriale.

In Europa manca una politica industriale, fiscale e di bilancio comune a tutti i Paesi membri per uscire dalla crisi attuale. E questo accade proprio in un momento in cui la politica è tornata a contare molto. Questo è stato il tema centrale del confronto tra Romano Prodi e l’ex Commissario europeo Gunter Verheugen su “Un cuore d’industria e lavoro nel futuro dell’Europa” che si è svolto questa mattina al Teatro Manzoni di Bologna nell’ambito della convention Manifutura 2011.
“L’Europa è ancora il numero uno al mondo per prodotto interno lordo, per produzione industriale e per esportazione. Ma non conta nulla sugli scenari internazionali perché non ha elaborato una politica comune e non è stata a livello della storia. Nelle grandi aree del mondo l’Europa è quella che va più adagio e si sta riprendendo meno in fretta: non abbiamo il ritmo asiatico né quello americano. La crisi è stata generata dagli Stati Uniti ma scuote soprattutto l’Europa, proprio perché è mancato il processo decisionale della politica”: così ha esordito Romano Prodi nel dibattito moderato dal vice direttore dell’Espresso, Orazio Carabini. A riprova di quanto detto, Prodi ha poi portato alcuni dati: arrivata la crisi, il governo americano ha varato un progetto di 800 miliardi di dollari, quello cinese di 585 miliardi di dollari, ma a livello europeo non è stato varato nessun intervento, anzi si è posto un freno a qualsiasi iniziativa. “Così, con la scusa di tutelare precari equilibri di bilancio si è attuata una politica conservatrice. In tutto il resto del mondo si è rivalutato invece il concetto di politica industriale – ha proseguito Prodi -. La stessa Cina ha fatto della politica industriale un baluardo sul lungo periodo finanziando grandi progetti di penetrazione nei mercati esteri. Siamo in un periodo in cui i governi contano molto, ma l’Europa e l’Italia in particolare, sconta un’assoluta mancanza d’iniziativa e di coordinamento”.
La mancanza di una strategia politica comune che supporti l’industria è un tema sul quale ha insistito anche Gunter Verheugen. “Parlo soprattutto per le grandi aziende che hanno bisogno di un aiuto programmatico per sostenere adeguatamente la competizione internazionale. Manca un programma per la formazione, la ricerca e lo sviluppo. Gli standard che tutti i Paesi europei si sono dati non devono essere un ostacolo per gli imprenditori ma devono agevolarli nella gestione aziendale e negli investimenti”, ha detto Gunter Verheugen. “Oggi il bilancio europeo investe nella programmazione industriale solo lo 0,96% del prodotto lordo: con questi numeri non andiamo da nessuna parte, non si può fare una politica industriale – ha rincarato la dose Prodi – Il problema italiano è dovuto anche al fatto che l’Italia non ha molte grandi imprese come la Germania. La sfida sarà costruire una politica che riduca la frammentazione e valorizzi le potenzialità delle singole imprese della filiera. Vero è che siamo in una situazione di ristrettezza ma in questi ultimi anni la Germania non ha tagliato dal suo bilancio il sostegno alle imprese e alle risorse umane, l’Italia invece sì”. Lo stesso Gunter Verheugen ha confermato che in Germania proprio in questi ultimi 15 anni i governi hanno messo in cantiere le grandi riforme economiche e sociali che hanno dato spinta adeguata alle imprese, così l’economia è diventata competitiva e la tecnologia è avanzata molto. “Anche se la politica tedesca è diventata molto egoista e non aiuta gli altri Paesi della comunità europea nonostante che la Germania tragga molto vantaggio dall’Europa stessa”, ha ammesso l’ex Commissario europeo Verheugen. “La comunità d’affari tedesca sa benissimo di trarre vantaggio dall’area euro perché qui c’è un bacino di più di 300 milioni di abitanti e sa benissimo che senza euro la Grande Germania sarebbe una piccola Germania. Io non ho paura tanto dell’egoismo di un Paese, ma della stupidità di chi impedisce di progredire e frena la crescita per proprio tornaconto – ha commentato Prodi – L’Italia comunque ha il problema di attrarre gli investimenti esteri: questo è il problema più scottante per il nostro Paese”. Un accenno finale, durante il confronto, è stato fatto anche alla crisi del Nord Africa. “L’Europa ha completamente fallito in quest’area geografica, proprio perché ha sempre considerato i vicini di casa come dei fornitori potenziali e non come dei partner – ha denunciato Verheugen – E’ vergognoso che l’Europa accetti che in Egitto un apparto militare garantisca l’ordine sociale. Questo avviene perché noi non abbiamo mai costruito una seria politica internazionale”. Prodi ha invece centrato l’attenzione sull’Egitto (80 milioni di abitanti) anziché sulla Libia (6 milioni): “Non so se ci sarà esodo dalla Libia o no. E’ certo invece che in Egitto ci sono le Università e dall’Egitto parte l’onda lunga dell’organizzazione sociale dei Paesi arabi. L’America ha stanziato 180 milioni di dollari per gli aiuti di dollari, l’Europa no. Questo è il momento in cui i Paesi europei dovrebbero dimostrare di avere un ruolo internazionale

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