attualità, politica italiana

"Il fattore coalizione che stana gli astenuti", di Ilvo Diamanti

Da qualche tempo il dibattito politico ha preso in considerazione le coalizioni, oltre ai partiti. O meglio: più ancora dei partiti. Soprattutto in prospettiva elettorale. Visto che le elezioni anticipate, anche se non appaiono probabili, restano, almeno, possibili.
Tuttavia, in una competizione tra coalizioni, la maggioranza di centrodestra perderebbe voti, mentre le aggregazioni alternative ne guadagnerebbero. Se utilizziamo, come base-dati di riferimento, il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos di due settimane fa, in una competizione di tipo maggioritario a tre, il Centrodestra otterrebbe il 37% dei voti validi (circa 3 punti in meno rispetto alla somma dei partiti), il Centro salirebbe, invece, al 20% (oltre 6 punti in più) mentre il Centrosinistra raccoglierebbe quasi il 43% (4 punti in più). Diverso il risultato di una competizione a due. La “grande coalizione” tra il Centro con il Centrosinistra e la Sinistra si attesterebbe al 56%, mentre il Centrodestra salirebbe al 43%. L’attuale maggioranza, cioè, guadagnerebbe voti (rispetto alla somma dei partiti) ma perderebbe largamente lo stesso. Vincerebbe solo in caso di alleanza del Pd (da solo) con il Centro. Oppure se il Centrodestra trovasse, a sua volta, l’intesa con il Centro.

Da questo bilancio quantitativo, pedante e forse un po’ noioso, emergono due indicazioni interessanti.

1) I partiti di opposizione riescono a essere competitivi quando si presentano in
“coalizione”. Se interpretano le elezioni in modo (semi) “maggioritario”. D’altronde, prima del famigerato Porcellum del 2005, il Centrosinistra guadagnava nella competizione maggioritaria, il Centrodestra in quella proporzionale. (Motivo per cui il Centrodestra cambiò legge elettorale.)

2) Tuttavia, a questo esito contribuisce, in parte, il comportamento della “zona grigia” dell’elettorato, che comprende e riassume gli indecisi, i reticenti e quelli che si dicono intenzionati ad astenersi. Una componente molto ampia. Superiore a un terzo degli elettori. Secondo alcuni istituti, intorno al 40%. Ebbene, di fronte alla scelta fra coalizioni invece che fra singoli partiti, l’ampiezza della “zona grigia” quasi si dimezza. Oltre il 45% di quanti non voterebbero per un partito, infatti, voterebbero per una coalizione. (Il che significa oltre il 15% e 7 milioni di voti).

3) Se ne avvantaggerebbe, chiaramente, l’opposizione. In caso di competizione a tre: il 12,6% degli incerti sceglierebbe il Centrodestra, il 13,8% il Centro e il 20,6% il Centrosinistra. In caso di competizione a due, fra il Centrodestra, da una parte, e il Centro, il Centrosinistra e la Sinistra alleati, dall’altra parte, il 16% degli indecisi (e degli altri che non si esprimono) si schiererebbe con il Centrodestra, il 31,6% con il Centro-Centrosinistra.

Questi dati suggeriscono alcune considerazioni.

a) L’area degli indecisi risente dell’offerta politica. Cioè, delle alternative e delle regole della competizione elettorale. Il Centrodestra, fondato sull’alleanza fra Berlusconi e Bossi, tra Pdl e Lega, dispone di un’identità definita. Ciò lo rende abbastanza stabile, dal punto di vista elettorale, ma con pochi margini di ulteriore crescita. Per cui appare esposto alla “concorrenza”, nel momento in cui gli avversari, invece di rassegnarsi a una logica proporzionale, si presentassero insieme. Perché non si vota solo per affermare un’identità. Ma anche per vincere.

b) D’altronde, il Pd, ormai, è ridotto al 24-25%, per effetto, soprattutto, degli “elettori scoraggiati”. Evocano i “lavoratori scoraggiati”, le fasce deboli del mercato del lavoro, che, nelle fasi di crisi, ne restano fuori. Allo stesso modo, gli “elettori scoraggiati” si parcheggiano fuori dal “mercato elettorale”, quando le alternative, ai loro occhi, appaiono “scoraggianti”. Come oggi. Gli elettori del Pd: delusi dal deficit di leadership, di progetto, di linguaggio del partito. Dal senso di impotenza di fronte a Berlusconi. Anche quando, come in questa fase, il Premier appare fragile e vulnerabile. Lo stesso sentimento deprime gli elettori a sinistra della Sinistra, che nel 2008 rinunciarono a votare, perché “esclusi” dalla soglia imposta dalla legge elettorale e dalla decisione di Veltroni di allearsi solo con l’Idv.

c) Questi elettori “scoraggiati”, in parte, sono stati attratti dalle novità politiche “personalizzate” degli ultimi anni: Vendola oppure Di Pietro. In parte, semplicemente, si sono chiamati fuori. “Esuli”. Cambierebbero atteggiamento di fronte a un’alternativa concreta, offerta da un’alleanza del Centrosinistra con la Sinistra. O a un’opposizione che comprendesse anche il Centro. Allora, potrebbero uscire dalla zona grigia, rientrare dall’esilio. Votare.

d) Sanno bene che si tratterebbe di una soluzione transitoria, perché hanno già sperimentato la difficoltà di “governare”, dentro a coalizioni che comprendono gruppi e identità tanto eterogenee. Basti pensare all’esito rapido e infelice dell’Unione. Tuttavia, neppure la coalizione di centrodestra che governa ha messo in luce grande compattezza. Nonostante abbia stravinto le elezioni nel 2008, naviga a vista. Sopravvive grazie a sedicenti “responsabili” e ad altri parlamentari itineranti fra un gruppo e l’altro.

e) E poi, non è detto che le coalizioni debbano essere “per sempre”. Si possono costruire a termine. Per conseguire specifici obiettivi. Ad esempio: una nuova legge elettorale, alcune riforme istituzionali. E anzitutto: per battere il Centrodestra guidato da Berlusconi. Per battere Berlusconi. Al di là delle sue vicende giudiziarie: con il voto.

f) Il problema è che le alleanze “alternative”, per essere credibili, per attrarre gli elettori irriducibili e quelli scoraggiati, debbono essere dichiarate. Sottoscritte. Insieme agli obiettivi. E al candidato comune e condiviso.

g) Ma per uscire dalle simulazioni, ciò deve avvenire presto. Anzi: se non ora, quando?

La Repubblica 28.02.11

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