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"Libia, ora paghiamo il conto" di Gigi Riva

Berlusconi ha ridotto il rapporto con Tripoli a un’adulazione di Gheddafi. E adesso che il Rais è finito, le conseguenze saranno pessime. Sotto ogni punto di vista, da quello economico a quello umanitario. La Libia, come l’abbiamo conosciuta, non esiste più. La sta distruggendo il dittatore che per 41 anni l’ha tenuta con pugno di ferro e in spregio ai più elementari diritti umani. Davanti alla rivolta non ha esitato a ordinare agli sgherri della sua milizia di sparare contro il popolo: la repressione brutale di un uomo che non accetta di lasciare il potere, minaccia una Tienanmen mediterranea, definisce “ratti” e “drogati” i giovani in piazza, accusa l’Italia e gli Stati Uniti di aver fornito razzi ai suoi oppositori.

Questo stesso uomo, Muammar Gheddafi, 68 anni, è uno dei migliori amici del nostro primo ministro Silvio Berlusconi che su questo legame ha basato gran parte di una politica estera sconcertante e di cui ci chiedono conto le cancellerie di mezzo mondo. Quando già parte del suo esercito aveva abbandonato il colonnello, unendosi agli insorti di Bengasi, la seconda città del Paese, quando alcuni piloti dell’aviazione avevano disertato per non obbedire all’ordine di bombardare la folla, quando persino alcuni ministri e ambasciatori libici, a Washington come a Parigi, avevano gettato la spugna per non condividere la brutalità della repressione con cataste di cadaveri, la nostra diplomazia parlava ancora il linguaggio tragicamente comico di un Franco Frattini che sosteneva la “non ingerenza” negli affari interni di un altro Stato. E, messo davanti all’evidenza delle accuse lanciate dal rais disperato al nostro Paese, dopo tre ore di penoso silenzio non trovava di meglio che balbettare: “Se fossero confermate le parole di Gheddafi si tratterebbe di una falsità che lascia sgomenti e sbigottiti. Razzi non ne abbiamo mai dati”.

Dietro l’uso stupefacente del condizionale (il discorso è andato in mondovisione, che bisogno c’era di conferme?) si nasconde l’ipocrisia per un rapporto cameratesco andato troppo oltre il corretto rapporto di buon vicinato per essere sconfessato. Anche lo stupore per il tradimento di chi solo sei mesi fa era stato ricevuto a Roma con gli onori di un imperatore e gli si era permesso di tenere deliranti discorsi sul primato di una democrazia modello libico, con codazzo di amazzoni e hostess ribattezzate “gheddafine”. Ma i patti col diavolo sono appunto tali. E bastava ripassarsi un po’ di storia recente per imparare che il rais, proprio lui, era quello di precedenti pogrom in patria, delle collusioni col terrorismo, degli aerei che esplodono nei cieli, degli omicidi mirati degli avversari. Sempre, nel passato, aveva utilizzato qualunque mezzo per raggiungere i suoi fini. E solo con la superficialità della politica degli inchini e dei baciamano si poteva immaginare fosse diventato un partner credibile e affidabile. Oltretutto saggio se durante la crisi egiziana, sempre Frattini lo definì come “un vero leader capace di trarre lezione dagli eventi”.
La storia ha fornito una cartina di tornasole a stretto giro sul leader e sulle lezioni che ne ha tratto se Mubarak, al confronto, impallidisce per debolezza e condiscendenza verso la piazza. Ma Frattini ha poca voce in capitolo nelle linee strategiche e, come l’intendenza, segue. Chi guida è Berlusconi. Così preoccupato di non disturbare il manovratore da non averlo chiamato, nella prima fase della carneficina. Lo ha fatto la sera di martedì 22 febbraio, dopo le sollecitazioni di chi gli implorava di intervenire per dire al compare di smetterla. Ha ottenuto rassicurazioni: “In Libia va tutto bene, il popolo sta garantendo la sicurezza, la stabilità e l’unità nazionale”. La bugia e la dissimulazione elette a sistema.

Se si indugia sul nostro rapporto col dittatore, una volta tanto non è per provincialismo. La Libia non è strategica, come l’Egitto, per l’equilibrio del mondo. La Libia è strategica per l’Italia. Un tempo la si definiva “quarta sponda” e, a dispetto di un’esperienza coloniale datata, le cancellerie internazionali la considerano una sorta di Albania del lato sud del Mediterraneo, sulla quale dovremmo avere un occhio vigile ed esercitare un’influenza. Compiti che, con tutta evidenza, abbiamo fallito. Abbiamo laggiù, tra Tripolitania e Cirenaica, le noste poche multinazionali, interessi colossali. Ma, evidentemente, nemmeno uno straccio di intelligence credibile che ci mettesse in guardia sullo scarso consenso di cui il dittatore gode ormai tra la gente.
Soprattutto abbiamo puntato, come non si fa mai, su un solo cavallo (cammello?) ritenendolo onnipotente e immortale. Senza coltivare una rete di relazioni con quell’opposizione che domani potrebbe essere potere. E che già ci rimprovera, tra il fragore dei tumulti, un legame troppo simbiotico col loro carnefice. In alcune manifestazioni si alzano cartelli contro l’Italia, la tribù che vive sul territorio dove passa il nostro oleodotto minaccia di sabotarlo. Perché Gheddafi controlla ormai solo una fetta del Paese e mostrare la faccia truce non è un antidoto sufficiente a scongiurare la sua fine.

Anche Angelo Del Boca, il massimo esperto di Libia, che pure gli riconosce una statura politica notevole oltre che una grande intelligenza ne è convinto: “Non ce la farà”. Porta a testimone Anwar Fekini, avvocato di fama internazionale, doppio studio a Londra e Parigi, nipote di quel Mohamed Fekini che è un eroe nazionale libico della resistenza contro gli italiani. Anwar, 52 anni, tre figli e moglie americana, è stato a Tripoli fino a martedì 22 febbraio, prima di tornare in Europa quando l’aria si è fatta irrespirabile. Potrebbe essere una riserva dello Stato dopo il cambiamento di regime: “Sono a disposizione solo per la fase di transizione, non ho ambizioni politiche”. Lo tirano per la giacca, però, e chissà se cederà per amor di patria. Quello che ha visto lo ha convinto che non potrà cambiare direzione l’inerzia degli eventi. Una testimonanza di prima mano che sbuca dal buio informativo: “Gheddafi sta asserragliato nella sua caserma a Tripoli da dove, di tanto in tanto, escono in formazione 7-8 camionette blindate che sparano a vista, per uccidere, senza guardare se si tratta di rivoltosi o di semplici passanti. Anche gli aerei lanciano ordigni contro coloro che si avvicinano ai depositi di munizioni. In alcuni quartieri c’è l’inferno, in altri regna la calma”.

Il futuro è probabilmente una guerra civile totale perché il rais, oltre a disporre dei mercenari stranieri, non è stato tradito dalle due milizie, al comando delle quali ha messo i figli, forti di 30 mila uomini, ben pagati e ben equipaggiati. Una parte dell’esercito (50 mila soldati, la metà di leva) sta invece con gli insorti: il presupposto per un bagno di sangue. Ma chi sono questi insorti? Come già nella piazza Tahrir del Cairo giovani senza capi riconosciuti che hanno iniziato se non per fame (il reddito medio della Libia è il quadruplo rispetto al resto del Maghreb) per voglia di democrazia. Cammin facendo hanno trovato una solidarietà variegata di islamisti e di alcune tribù (i clan più importanti sono una quarantina e per ampiezza vanno dalle tremila persone di quello di Gheddafi ai 90 mila degli orfella) soprattutto nella da sempre inquieta Cirenaica e adesso sono massa. Fekini ragiona sul possibile nuovo leader. Escluso chiunque dell’aristocrazia gheddafiana, compreso il figlio presunto riformatore Seif al Islam: “Si è bruciato parlando alla nazione ed evocando la guerra civile”. Nemmeno Abdel Salaam Jallud, già numero due del regime, poi emarginato: “All’inizio fu uno dei peggiori criminali”. Nessuno degli orfella: “Anche loro un tempo compromessi”. E allora chi? “Le università hanno sfornato negli anni un sacco di professionisti, medici, avvocati, letterati, bisognerà pescare lì”.

Ma noi italiani non li conosciamo, nella nostra ostinazione di ridurre la Libia a un uomo solo cui legarci indissolubilmente. Ancora Del Boca: “Berlusconi ha commesso un errore fatale due anni fa a firmare quel trattato di amicizia con Gheddafi che ha toni militareschi. Manca un preambolo in cui si doveva almeno scrivere: la Libia ha un governo su cui nutriamo perplessità e speriamo si avvii sulla strada del rispetto dei diritti umani”. Avremmo salvato le apparenze. Ma Berlusconi su Gheddafi non è mai stato perplesso.

L’Espresso 28.02.11

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