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"Adesso basta, meritiamo rispetto", di Sofia Toselli

C’è una classe politica che offende e mortifica continuamente la scuola italiana. Contro la democrazia, contro la Costituzione. Adesso basta, basta insulti. La fatica di insegnare e apprendere, la fatica di crescere, merita rispetto, attenzione e cura.
E una classe politica che non è capace di capire questa verità elementare offende e mortifica continuamente la scuola italiana,con ogni atto e con ogni parola da quasi tre anni, fa al Paese l’offesa più grande.
Qui non si tratta solo di non investire sul futuro dei nostri figli, questo purtroppo gran parte dell’Italia lo ha capito da tempo, qui si tratta, se possibile, di vero e proprio disprezzo.
Tutti i giorni gli insegnanti sono impegnati, attraverso il confronto delle idee, nello sforzo di istruire e educare cittadini liberi, colti, capaci di pensiero autonomo.
Questo è il compito prioritario della scuola pubblica. Come si fa perciò a dire che gli insegnanti vanno contro l’interesse dei genitori?
In realtà si vuole attaccare la scuola pubblica per imporre omologazione, aggredire la Costituzione e in sostanza il futuro democratico del nostro paese.

L’Unità 01.03.11

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“Credere, obbedire, inculcare”, di Marco Simoni

Quando ho letto le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulla scuola pubblica «ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli» mi sono chiesto: ma che principi voglio “inculcare” io ai miei figli? Faccio già abbastanza fatica a spiegare che non si può guardare la Tv per più di venti minuti, e ho dalla mia la possibilità di impormi fisicamente spegnendo l’apparecchio, l’idea di poter quindi inculcare “inculcare”, non “spiegare”, “raccontare”, “suggerire” dei principi addirittura, mi sembra un impresa improba, impossibile.
In effetti, come tutti i genitori ho il desiderio che i miei figli mi seguano per alcune cose, per altre meno, e sarei gratificato nel testimoniare scelte che assomiglino alle mie; credo che il narcisismo abbia in questo un ruolo almeno pari alla convinzione che i principi che cerco di seguire siano giusti. Tuttavia, penso anche che alla fine faranno quello che vogliono. Le scelte che compiono i figli dicono qualcosa dei loro genitori e della loro scuola, ma dicono molto soprattutto di loro stessi. Non credo dunque di poter scegliere una scuola che “inculchi” alcunché, ma posso cercare di esporre i miei figli a conoscenze ed esperienze che li aiutino a dare significato alle scelte che compiranno.
Proprio in queste settimane ho conosciuto meglio i caratteri profondamente classisti della scuola pubblica inglese, in particolare nelle città come Londra, in cui le opportunità di una vita possono dipendere dalla scuola elementare che si frequenta. Le riforme del New Labour nel quindicennio passato hanno fatto molto, affrontando una situazione eccezionalmente grave, ma non sembra abbastanza. Tuttavia, così come è difficile migliorare una grande istituzione in difficoltà, è difficile affossare una istituzione forte, che dipende soprattutto dalla cultura, e dal lavoro di chi la scuola la fa.
Per questo, nonostante la mancanza delle attenzioni che meriterebbe, la scuola italiana rimane una straordinaria fonte di riflessioni sul Paese (basti pensare ai recenti libri di Paola Mastrocola e Silvia Dai Prà) e uno degli assi fondamentali su cui poter ragionevolmente basare il nostro futuro. Non si tratta di ignorare le sue sofferenze, che non dipendono come al solito solo dalla destra, ma di una considerazione fredda sulle forze dell’Italia, una delle quali secondo me è la sua scuola, pubblica, diffusa, di buona qualità e spesso eccellente. Ieri sul Sole24Ore Andrea Ichino ha spiegato il lavoro prezioso che sta compiendo l’Invalsi per capire quali scuole funzionano meglio e quali peggio: primo passo necessario per migliorare le seconde e assicurarsi che le prime continuino così.

l’Unità 01.03.11

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“Quanto vale una scuola”, di Giancarlo De Cataldo

In Italia, l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento. In Italia, la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi. In Italia, anche enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, purché senza spese per lo Stato. La legge fissa i diritti e gli obblighi delle scuole non statali e ha l’obbligo di assicurare la loro piena libertà e di garantire agli alunni lo stesso trattamento delle scuole statali. Sul piano operativo, in Italia la scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Per questo motivo la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altri contributi assicurati per concorso.
Tutto quello che avete letto sinora proviene dagli articoli 33 e 34 della Costituzione. Era necessario, per i padri costituenti, stabilire la libertà d’insegnamento perché si usciva da una dittatura che aveva esercitato un controllo capillare sulla formazione dei giovani, vietando ogni forma di conoscenza non aderente ai canoni del regime. Se il quadro di riferimento è così chiaro, le recenti polemiche sulla scuola pubblica investono direttamente il disegno costituzionale. Un paio d’anni fa, d’altronde, autorevoli pensatori “liberali” si pronunciarono contro l’insegnamento della Costituzione nelle scuole, sostenendo che un testo “storico”, e dunque soggetto a modifiche nel tempo, non doveva diventare, attraverso l’insegnamento, oggetto di culto. C’è, insomma, una certa insofferenza per questa nostra Costituzione che è pensata per evitare, o almeno contenere al massimo, il rischio che un nuovo “pensiero unico”, imposto dall’alto, si impossessi delle coscienze, forgiandole a propria immagine e somiglianza.

L’Unità 01.03.11

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