attualità, politica italiana

"Il finto federalismo", di Marina Sereni

La decisione del governo di porre la fiducia sul federalismo municipale ha un significato politico rilevante, indipendente anche dal merito del decreto che stiamo per votare. Leggo questa scelta come frutto di due spinte: da un lato quella della Lega che – per una volta – pretende che la fiducia si misuri su un tema a lei caro, ormai più bandiera che sostanza della presenza di questo partito nell’esecutivo. Dall’altra, la spinta opposta delle microformazioni meridionali (meridionaliste certo no) che sostengono il governo e che si sono moltiplicate in questa ricerca di “responsabili”. Per questi deputati votare la fiducia è meno disdicevole che votare il decreto. Il punto politico è questo: si sta trasformando il federalismo in un pasticcio (pericoloso) perché lo si è fatto diventare terreno di scambio e di piccolo cabotaggio politico anziché una vera e profonda riforma del patto fiscale tra stato e cittadini. Il dibattito pubblico sul federalismo è assolutamente al di sotto dell’esigenza di far comprendere ai cittadini la posta in gioco.
La materia è inevitabilmente piuttosto tecnica e ciò rischia di restringere il confronto alla cerchia degli specialisti.
Credo che spetti al Pd tentare di riportare sul piano della politica “alta” il tema del federalismo scongiurando una contrapposizione retorica e falsata tra chi esalta le virtù salvifiche e chi prevede le conseguenze catastrofiche (in specie al Sud) del federalismo fiscale. Nel merito abbiamo spiegato il nostro no al decreto sul federalismo municipale denunciando la confusione generata dalle tante modifiche.
Ormai tutti concordano sul fatto che questo decreto alla fine produrrà aumento del peso fiscale su imprese e cittadini senza accrescere l’autonomia impositiva dei Comuni, rendendo impossibile quella responsabilizzazione delle classi amministrative locali che dovrebbe essere uno dei risultati principali della riforma in senso federalista. In realtà la fretta con cui la Lega sta cercando di “portare a casa” i decreti attuativi sul federalismo fiscale (ma quale fretta visto che il ritardo accumulato sui molti adempimenti previsti dalla legge è tutto da addebitare al governo?) è cattiva consigliera.
Si sarebbe dovuti partire dagli aspetti di sostanza, come noi abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere: il Codice delle autonomie (“chi fa che cosa” tra Regioni, Province e Comuni, quali funzioni devono essere gestite in forma associata, come eliminare sovrapposizioni e duplicazioni, come disboscare la selva degli enti di secondo livello); i livelli essenziali dei servizi e delle prestazioni; gli obiettivi di servizio che si intende raggiungere in ciascuna regione per ridurre le distanze tra i cittadini.
Tremonti invece sembra aver scelto questa via per tagliare le risorse a disposizione di Regioni, Comuni e Province e magari “restituire” al Nord qualcosa di ciò che è stato tolto con i diversi provvedimenti finanziari.
La Lega fa del federalismo il terreno di una permanente campagna elettorale volta soprattutto a distogliere la sua base dai “rospi” che l’appartenere ad una maggioranza tutta concentrata sulle vicende private e giudiziarie di Berlusconi li costringe ad ingoiare ogni giorno. L’obiettivo principale del federalismo fiscale per noi era e resta rendere la spesa pubblica locale più efficiente, promuovere maggior controllo da parte dei cittadini amministrati sulle scelte dei loro amministratori, elevare il livello dei servizi e delle prestazioni in quelle aree dal paese in cui sono più diffusi sprechi e inefficienze. Il Pd è l’unico partito che può fare lo stesso discorso al Nord, al Centro, al Sud. E il federalismo sarà la spina del fianco di questo governo e di questa maggioranza anche nei prossimi mesi. Siamo una forza che ha ereditato una forte cultura autonomista e abbiamo le carte in regola per imbracciare noi con coerenza la bandiera del federalismo buono, quello che serve per far crescere l’Italia con nuove regole, più merito, più responsabilità.

da Europa Quotidiano 02.03.11

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