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"Se la scuola decide di non bocciare più", di Lorenzo Salvia

L’annuncio in Austria per le superiori. I presidi italiani: buona idea, ma costa. Scena dal film «Notte prima degli esami» , due studenti ci scherzano sopra: «Hai tre possibilità per evitare la bocciatura. Uno, il buco dell’ozono si allarga e ci stermina tutti. Due, un meteorite gigante si schianta contro la casa di Martinelli (il professore di italiano detto carogna). Tre, studia che è meglio» . Dal prossimo anno a queste tre possibilità se ne potrebbe aggiungere un’altra: trasferirsi a Vienna. Il ministro austriaco dell’Istruzione ha annunciato l’intenzione di abolire le bocciature a partire dal 2012 per le scuole superiori. Il che non vuol dire tutti promossi e una bella estate di relax in regime di par condicio per secchioni e somari. Il ministro— la socialdemocratica Claudia Schmied — ha spiegato che la bocciatura andrebbe sostituita da corsi di recupero nelle materie in cui i ragazzi non hanno raggiunto la sufficienza. Ma a settembre nessuna notte prima degli esami: in ogni caso si passa all’anno successivo. Perché una proposta del genere? Il ministro dice che molto spesso la bocciatura è il primo passo verso l’abbandono degli studi. E questo non è un problema solo del bocciato ma del Paese intero perché la scuola non è riuscita a portare un ragazzo fin dove dovrebbe. Un’idea strampalata o addirittura pericolosa? In realtà già funziona così in Norvegia, Islanda e Gran Bretagna. Certo, sono Paesi con una cultura ed un rigore molto diverso dal nostro, ma sempre di Europa parliamo. Da noi sarebbe possibile? «In linea di principio— dice Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi — l’idea è interessante perché la scuola nasce non per bocciare ma per promuovere, nel senso di innalzare il livello culturale dei cittadini» . Ma c’è un ma. «La nostra scuola è anche un ufficiale certificatore, il pezzo di carta che consegna alla fine ha un valore legale uguale per tutti. E quindi deve garantire che chi esce abbia raggiunto un determinato livello» . Niente ricetta austriaca, allora? «Mi sembra difficile, anche perché ci vorrebbero insegnanti con competenze specifiche per i corsi di recupero. Una cosa del genere costa e non mi sembra aria» . In realtà anche in Italia qualche tentativo è stato fatto. Il primo nel 1977, quando si diceva «bocciato l’alunno, bocciato il professore» . L’idea era simile a quella austriaca, ma tutto si fermò quando si capì che i corsi di recupero avrebbero allungato l’orario di lavoro degli insegnanti. Gli altri due tentativi sono più recenti, ma più che didattica la motivazione era economica: le bocciature costano perché, ripetendo l’anno, si aumenta il numero totale degli studenti. Nel 2003 il ministro Moratti propose nella sua riforma di rendere possibili le bocciature non ogni anno ma ogni due. Nel 2007 la Finanziaria del governo Prodi voleva mettere un tetto al totale delle bocciature riducendole del 10%. Non se ne fece nulla. A parte lo studio e il trasloco in Austria, ai ragazzi italiani non resta che sperare nel buco dell’ozono o nel meteorite gigante.

Il Corriere della Sera 03.03.11

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“Ripetere l’anno non sempre aiuta gli studenti”, di BENEDETTO VERTECCHI

In questi ultimi anni molta enfasi è stata posta su un’idea di «serietà» della scuola che si esprimerebbe attraverso una sua maggiore propensione a sancire l’insuccesso attraverso la bocciatura. Quel che non si considera è che alle bocciature corrisponde un peggioramento delle condizioni educative, che si risolve in una perdita nella qualità dell’istruzione. Da questo punto di vista la proposta che arriva dall’Austria offre degli spunti interessanti. La differenza fra gli allievi che godono per provenienza sociale di una condizione di vantaggio e gli altri è che per i primi l’esperienza compiuta all’esterno della scuola integra l’apprendimento formale, mentre per gli altri presenta caratteristiche che vanno nella direzione opposta. Offrire a tutti l’opportunità di compiere esperienze apprezzabili dal punto di vista educativo è il modo per rendere più omogenei i risultati conseguiti dagli allievi. La crisi che oggi molti sistemi scolastici stanno attraversando si collega al contrasto che si è determinato fra due interpretazioni contrapposte della funzione della scuola: la prima segue una logica orientata ai tempi lunghi (educazione), l’altra a quelli brevi (formazione). La rapidità dei cambiamenti che intervengono nella cultura e nelle attività produttive ha spinto molti ad affermare un criterio di utilità immediata, come quello che si esprime nella formazione professionale: chi impara a svolgere attività pratiche e applicative è in grado di svolgere queste attività non appena conclusa la fase dell’apprendimento. Ma per quanto tempo resteranno valide le competenze acquisite? Va nella direzione opposta la scelta a favore dell’educazione. Non c’è dubbio che leggere Dante non abbia alcuna utilità pratica, ma chi può negare che il profilo che si acquisisce non migliori la capacità di adattamento nel lungo periodo?

Il Corriere della Sera 03.03.11

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“Ma così le classi diventano parcheggi”, di Silvia Vegetti Finzi

Credo che i nostri ragazzi siano profondamente amati e che, come adulti, ci sentiamo in colpa per non essere in grado di offrire loro tutte le opportunità di cui abbiamo fruito noi. Indubbiamente viviamo in un’epoca di crisi, dove il lavoro è poco, frammentato, precario, mal retribuito e spesso inadeguato al titolo di studio conseguito. Ma reagire all’eclisse del futuro declassando la scuola superiore equivale a comportarsi come chi solleva una pietra per lasciarsela cadere sui piedi. Mai come adesso i ragazzi hanno bisogno, per non cedere allo sconforto e all’apatia, di trovarsi ad affrontare mete valide e percorsi significativi. Se priviamo il percorso di studio di prove in grado di valutare l’apprendimento e l’impegno, ne faremo un parcheggio insensato. Ai pochi che studieranno per passione faranno riscontro i molti che attenderanno il suono finale della campanella. La bocciatura rappresenta sempre una sconfitta ma non è una tragedia. Può costituire l’occasione per recuperare il tempo perduto, anche in termini di maturazione personale. Se si evita all’età evolutiva di vivere qualsiasi frustrazione s’impedisce all’apparato psichico di elaborare i necessari anticorpi contro la disperazione. Non si diventa adulti senza affrontare qualche delusione, senza superare momenti di crisi. I corsi di recupero poi, se non prevedono valutazioni e sanzioni, rimangono privi di motivazioni, inutili parcheggi. Sottrarre agli insegnanti la possibilità di bocciare significa farne dei guardiani piuttosto che degli educatori. Certo lo spirito dell’educare non consiste nella punizione, ma la comunità scolastica esige, come tutte le società, di essere retta da norme giuste, capaci di riconoscere i meriti e sanzionare i demeriti. Una scuola che rinuncia a giudicare, che opta per una indistinta tolleranza, rischia di favorire alternative elitarie, che premiano più il censo del merito.

Il Corriere della Sera 03.03.11

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