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"Donne al comando in azienda? L'Italia è ultima in Europa", di Paolo Barone

L’8 marzo il Parlamento approverà finalmente la nuova legge per correggere l’anomalia del nostro Paese nella Ue: e fra un anno la geografia del potere economico verrà rivoluzionata. Più si sale in alto e più il «tetto di cristallo» diventa spesso. Più la società è importante e più la quota di consiglieri d’amministrazione «rosa» si diluisce fin quasi a sbiadire. Basta scorrere gli elenchi dei consiglieri dei primi dieci titoli quotati a Piazza Affari per scoprire che su 147 seggiole appena 8 sono occupate da donne. Poco più del 5% del totale. Se si allarga lo sguardo all’intero listino la situazione migliora un poco, ma resta pur sempre imbarazzante nel confronto con altri Paesi: siamo al 7,6%, ovvero 332 consigliere su un totale di 4014. Ventinovesimi in Europa su 33 paesi censiti.

Nei giganti pubblici, all’Eni come all’Enel, su nove posti di consigliere d’amministrazione la presenza femminile è pari a zero. Idem in Telecom (15 posti in cda, 15 uomini), Fiat (15 uomini su 15 nella spa e 9 su 9 in Fiat Industrial), Tenaris (10 su 10). Saipem e Snam Rete Gas concedono appena un posto su nove: l’imprenditrice Anna Maria Artoni nel board della società di impiantistica dell’Eni, e l’ingegnere elettronico Elisabetta Olivieri in quello della società che gestisce la rete nazionale di distribuzione del metano.

Solo quando le società moltiplicano le poltrone si apre qualche misero spazio: nel consiglio di Unicredit su 24 posti, due sono occupati da donne. Si tratta dell’economista Lucrezia Reichlin e dell’avvocato Marianna Li Calzi. Due le donne, ma su 28 posti (tra consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione), anche nei board di Intesa San Paolo: il revisore contabile Rosalba Casiraghi e l’economista Elsa Fornero, che ricopre l’incarico di vicepresidente del Consiglio di sorveglianza. Due donne, in un consiglio di 19, anche alle Assicurazioni Generali: si tratta della spagnola Ana Felicia Botin, presidente di Banesto, e dell’economista Paola Sapienza.

Di qui ad un anno, posto che la legge sulle «quote rosa» verrà approvata a giorni in via definitiva ed avrà effetto 12 mesi dopo, la situazione cambierà radicalmente. Non si passerà di colpo al 30% di donne nei cda, come prevedeva la proposta originale, ma si procederà in maniera graduale: in Commissione finanze del Senato starebbe maturando un accordo per salire al 20% tra un anno (il governo proponeva il 10%) ed al 30% col mandato successivo, tra 4 anni. «Sono fiduciosa – spiega Lella Golfo, presidente della Fondazione Belisario e prima firmataria del disegno di legge che introduce le quote rosa -. Una legge epocale come questa richiede certamente una riflessione approfondita ma sono convinta che già la prossima settimana si troverà l’accordo definitivo».

Ieri la Golfo ha riunito oltre trenta associazioni femminili, dalle Donne di Bankitalia a quelle di Federmanager, dalle Donne Giuriste alle rappresentanti di Progetto Gemma di Intesa Sanpaolo. «E’ il segno che una lobby femminile esiste – dice la Golfo -. Anche in questo caso è bastato un semplice passa-parola e in pochissimi giorni hanno risposto all’appello in tantissime».

Una volta approvata la legge il primo grande gruppo che dovrà adeguarsi sarà Mediobanca, dove oggi le donne sono 2 su 23 e dovranno diventare subito 5 e poi 8, poi toccherà alla miriade di società controllate dagli enti locali. «Quattromila imprese dove le donne andranno a occupare 1900 posti:una vera rivoluzione» spiega la Golfo. Poi sarà la volta dei grandi gruppi. «Certo che se nelleprossime settimane volessero tutti dare un segnale ed inserire qualche donna senza aspettare la legge, sarebbe bello. Sarei felicissima». Il ministro Tremonti ed i signori della grande finanza sono avvisati.

La Stampa 05.03.11

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da La Stampa

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