cultura

"Una vedova che si chiama Cultura", di Michele Ainis

Centocinquant’anni per uno Stato, un popolo, una cultura. Per un’identità nazionale che si riflette nei principi scolpiti sulla nostra Carta. Ma la cultura, al pari della Costituzione, è ormai una vedova nell’Italia del 2011. Perché è morta la politica, e senza politica nessuna energia artistica o scientifica può dispiegare la sua forza propulsiva. Né possono supplirvi le norme costituzionali, quando vengano consegnate anch’esse a un lutto prolungato. In questo caso sono tre, e hanno ricevuto in sorte un triplo tradimento. Riscopriamole, sventoliamole come una bandiera, facciamone il vessillo del nostro anniversario. Magari non servirà a scuotere i partiti, però una bella scossa servirebbe innanzitutto agli italiani. Va bene che ospitiamo sul nostro territorio Santa Romana Chiesa, ma all’estero nessuno si capacita della nostra santa rassegnazione.
Nella Carta del 1947 risuona in primo luogo l’obbligo di proteggere l’ambiente e i beni culturali (articolo 9, comma 2). Obbligo? Diciamo piuttosto convenienza, tornaconto collettivo. Perché il patrimonio storico e artistico è la nostra maggiore ricchezza, perché con 45 siti Unesco vantiamo un record mondiale, perché infine questo primato significa turismo, e dunque soldi freschi nelle nostre casse vuote. O almeno dovrebbe: ma sta di fatto che in trent’anni siamo precipitati dal 1º al 28º posto nella classifica turistica. Colpa dei bilanci in rosso, ripete in coro la politica. Ma in un libro scritto a quattro mani i giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo raccontano che nel 2010 abbiamo speso 219 milioni per i vitalizi degli ex parlamentari, e che tale cifra misura più del doppio di quanto incassano ogni anno i siti archeologici e i musei italiani.
Nel frattempo non castighiamo i furti d’arte (fra i 69mila detenuti nelle patrie galere non ce n’è uno che risponda di questo reato). Non sfruttiamo il merchandising (i 43 milioni fatturati nel 2009 dal Metropolitan Museum surclassano da soli tutta l’azienda Italia). E in conclusione ci cresce in testa un gran bernoccolo, per i crolli alla Domus Aurea o per quelli di Pompei.

E l’ambiente? Il codice Urbani del 2004 stabilisce che il patrimonio culturale è la somma dei beni artistici e paesaggistici. Giusto, dato che tutte le vestigia del passato sono pur sempre localizzate in un particolare territorio, e dato che fra cultura e natura s’apre una rete d’assonanze, di riflessi, di allitterazioni. Ma ogni anno sul paesaggio italiano si riversa una colata lavica di 46 milioni di tonnellate di cemento, e a sua volta la politica non perde mai occasione di coniugare il danno al danno. L’ultimo misfatto è il decreto sul fotovoltaico, doppiamente incostituzionale: perché distrugge le energie rinnovabili, con il pretesto di regolarle meglio; e perché offende la certezza del diritto (oltre a bruciare investimenti e posti di lavoro), dal momento che il decreto è retroattivo.
C’è poi, sempre nella nostra maltrattata Carta, una garanzia di libertà per l’arte e per la scienza (articolo 33, comma 1), che significa anzitutto autonomia dalla politica, dai suoi pantagruelici appetiti. Nessun altro Minculpop nella Repubblica italiana, niente più cultura di Stato, disse Concetto Marchesi in Assemblea costituente. Ma che rimane adesso di quest’intenzione normativa, mentre lo spoil system governa i teatri comunali non meno che la Rai, mentre al bastone del censore si è sostituita la carota del finanziamento pubblico, sempre e soltanto per i clienti e per gli amici? Tuttavia almeno loro si dissetano con quel poco che gocciola dai nostri rubinetti, giacché sulla ricerca – per fare un solo esempio – investiamo l’1% del Pil, quando l’obiettivo di Lisbona è il 3 per cento.
Da qui il terzo tradimento della Carta. Tocca l’impegno a promuovere lo sviluppo delle espressioni artistiche e scientifiche (articolo 9, comma 2), e tocca quindi il futuro dell’Italia, dei giovani italiani. No a tagli con il machete, ammonisce il capo dello Stato. No all’abbandono del nostro patrimonio culturale, un patrimonio di memorie antiche e di nuove intelligenze, esorta Italia Futura. No al prosciugamento del Fondo unico per lo spettacolo, aggiungono le associazioni di categoria. Perché se devi stringere la cinghia puoi rinviare il tagliando o il cambio delle gomme alla tua auto, ma non puoi evitare di metterci benzina, altrimenti rimani fermo al palo. E perché il paese non può permettersi un ministro non ministro ai Beni culturali, con le dimissioni di Bondi perennemente appese sul portone. Ridateci un ministro, e soprattutto un ministero.

Il Sole 24 Ore 06.03.11

Condividi