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"Più rispetto per il corpo, più diritti sul lavoro", di Anais Ginori

Le quote rosa per dare un aiuto all’uguaglianza tra generi. Il Parlamento sta per approvare quelle nei consigli d’amministrazione. Un segnale importante per una festa dell’8 marzo che, quest’anno più che mai, ha il sapore della protesta. “Why not?”. Malvolentieri, turandosi il naso, con un po’ di rabbia dentro. Le quote rosa 1 avanzano, nonostante tutto. Anche le più reticenti hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio e ammettere che, sì, oggi serve il fatidico “aiutino” per raggiungere la parità. “Perché no?” chiosa Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea, portavoce della nuova battaglia a livello del continente. I sondaggi parlano chiaro: dopo la violenza, la discriminazione sul lavoro è il tema più sentito dalle donne in Europa. E le quote di genere, come sarebbe giusto chiamarle, sono popolari soprattutto tra le giovani, consapevoli di non avere le stesse opportunità professionali dei loro coetanei.

Dopo la Norvegia e l’Islanda, anche la Spagna, la Francia, l’Olanda hanno approvato delle leggi per riequilibrare la componente femminile nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in Borsa. Altri progetti sono al vaglio in Germania, Gran Bretagna, Austria, Belgio. Un movimento di opinione pubblica così forte che persino l’Italia ha dovuto adeguarsi. Proprio in occasione della Festa della Donna, il parlamento potrebbe finalmente approvare la legge in discussione da oltre un anno. Molti dei buoni propositi iniziali si sono persi durante il dibattito: i tempi per l’applicazione sono stati allungati mentre le sanzioni per le imprese sono diminuite. Ma l’approvazione bipartisan
rimane pur sempre un segnale. Questo sarà infatti l’anno decisivo. “In un mondo ideale – spiega Reding – le imprese dovrebbero volontariamente scegliere più donne nei posti di comando. Ma se non lo faranno, dal 2012 sanciremo l’obbligo di rispettare questo principio”.

In Europa, le donne costituiscono appena il 12% dei consiglieri di amministrazione delle società quotate in Borsa e solo il 3% degli amministratori delegati. Le cifre variano da un Paese all’altro, passando dal 26% nelle aziende svedesi o finlandesi al 2% di Malta. Molto bassa anche la percentuale in Italia, che è quartultima della lista Ue, dopo Portogallo e Grecia e che precede solo Cipro, Lussemburgo e Malta. Ma quello che preoccupa di più, sostiene il commissario alla Giustizia Reding, è l’andamento: la presenza femminile aumenta in media di mezzo punto all’anno. “Con questo ritmo, aspetteremo ancora mezzo secolo prima di raggiungere la parità”.

Il bastone e la carota. Nell’ultimo rapporto sul “gender equality”, la Ue ricorda che le aziende con una forte presenza femminile nei cda hanno registrato migliori performance rispetto alle società con solo “quote azzurre”. Anche in Italia molti studi hanno dimostrato che le aziende guidate dalle donne hanno accresciuto più velocemente il fatturato, aumentato il margine lordo, chiuso più frequentemente l’esercizio in utile. E inoltre denotano un livello di rischio non certo superiore a quello delle aziende maschili. “Sono convinta che le Lehman Sisters non avrebbero potuto fallire” ironizza Reding che ha lanciato un ultimatum alle imprese europee. “L’8 marzo 2012, la Commissione valuterà se saranno stati fatti progressi significativi per accrescere la partecipazione delle donne al processo decisionale. In caso contrario, saranno i legislatori a intervenire con quote giuridicamente vincolanti”.

L’obiettivo fissato dalla Ue per i 27 paesi membri è raggiungere entro il 2015 almeno il 30% di membri donne nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate per salire fino al 40% nel 2020. Già ora, fa notare la Commissione europea, le donne si laureano più degli uomini (59% contro 41%), eppure vengono poi superate nella carriera. L’Ue spera che le quote di genere nelle società quotate serviranno a combattere dall’interno la discriminazione delle donne nelle imprese, sul fronte della carriera e degli stipendi. Il gap salariale tra i due sessi continua a essere in media del 17,5% nell’Ue. Per raggiungere il livello di salario percepito da un uomo durante il 2010, una donna deve lavorare fino al 5 marzo del 2011.

Sembra passato un secolo da quando il governo di Oslo fece scandalo stabilendo che entro il 2009 i board della società norvegesi dovevano essere composti al 40% da donne (all’epoca erano il 25%). Per chi non si adeguava, era previsto lo scioglimento dei cda. “Si celebra il funerale del diritto degli investitori” titolò allora il Wall Street Journal davanti a un diktat sulle pari opportunità unico al mondo. Era il 2003. Oggi il 44% dei Cda è composto dalle “gonne d’oro”, come dicono i norvegesi. E l’idea si è diffusa nel resto d’Europa. In Spagna, dove il governo Zapatero ha fatto una scelta simile, la presenza femminile nei Cda è già cresciuta fino al 10% e dovrà arrivare al 40% entro il 2015. Pochi mesi fa la Francia ha approvato la stessa legge fissando il traguardo due anni dopo, nel 2017. La Germania ne sta discutendo e così anche la Gran Bretagna. Il premier David Cameron propone di raddoppiare le donne nei Cda (fino al 25%) entro il 2015.

Dopo molte polemiche e ripensamenti, l’accordo sulla legge italiana prevede che si arrivi al 30% di donne nei consigli di amministrazione entro 2015 e il secondo rinnovo degli organismi. Per le aziende che non si adegueranno dovrebbe scattare una procedura che prevede la diffida di 4 mesi, poi una sanzione, un’altra diffida di 3 mesi e infine la decadenza del Cda. La nuova normativa entrerà comunque in vigore solo tra un anno. “Un’altra occasione persa”, commenta Serena Romano, presidente di Corrente Rosa e manager di Telecom Italia. “Proprio in questi mesi – ricorda – ci sono importanti società che devono rinnovare i loro consiglieri”. Un tempo, Romano era tra quelle che consideravano le quote rosa una “inutile umiliazione” e prediligeva la promozione di best practices all’americana: buone pratiche aziendali, su base volontaria. Ma come tante altre ha cambiato idea. “C’è una tale discriminazione a tutti i livelli, economici e politici, che per forza bisogna adottare misure shock”.

La necessità di una legge è ormai sostenuta da molte associazioni femminili. “Certo – continua Romano – avrei preferito che ci fosse l’obbligo per le aziende di fare ogni anno un rapporto sulle politiche di genere, come accade in Francia”. Il timore, infatti, è che vengano messe un po’ di donne nei Cda ma poi la mentalità manageriale tenda comunque a favorire gli uomini. “Negli altri Paesi, le quote hanno provocato un cambio culturale che è andato ben al di là dei semplici posti assegnati alle consigliere”, racconta Alessia Mosca, deputata del Pd, che insieme alle colleghe Lella Golfo (Pdl) e Marisa Germontani (Fli) ha promosso la legge. “Ovviamente la nostra speranza è che quest’apertura ai vertici si riproduca a tutti i livelli aziendali”. Nell’ultimo anno, le donne nei Cda sono aumentate dal 4 al 6%. “La discussione della legge – osserva Mosca – ha già avuto un piccolo effetto positivo”. La prossima battaglia sarà per le quote rosa in parlamento? “Per molte non è più un tabù” chiosa Mosca. E allora forse è arrivato il momento di dire, semplicemente, “perché sì”.

La Repubblica 08.03.11

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