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"Riserve nei cda terapia d'urto per un welfare al femminile", di Alessandra Casarico e Paola Profeta

La proposta sull’introduzione di quote di rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate ritorna in discussione al Senato, dopo le richieste di maggiore gradualità avanzate da Confindustria, Abi e Ania. La notizia è positiva. Questa legge può contribuire a rompere il monopolio maschile nelle posizioni di vertice e aprire la competizione a tutta la platea di talenti a disposizione del nostro paese, donne e uomini in ugual misura.

Per trarre i maggiori benefici da questa “terapia d’urto” che si prevede di carattere temporaneo, è bene anche riprendere il dibattito sull’importanza di misure che sostengano la partecipazione femminile al mercato del lavoro a tutti i livelli. I vantaggi di una maggiore presenza femminile non sono solo quelli associati alla miglior performance delle imprese dove più donne sono ai vertici (come ricordato molto in questi giorni), ma anche quelli derivanti da una maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro.

Come abbiamo più volte sottolineato, il lavoro femminile rappresenta un fattore produttivo importante per la ricchezza del nostro paese, per il benessere e la sicurezza delle famiglie. Muoversi nella direzione di promuovere misure a sostegno dell’occupazione femminile, non solo ai vertici delle imprese, può generare guadagni di crescita economica e di benessere maggiori.

Purtroppo non possiamo dimenticare che il tasso di occupazione femminile in Italia è sceso al 45,8%, che in presenza di figli cade drasticamente, come ricordato da recenti dati Eurostat, pubblicati in occasione della festa di oggi, 8 marzo: per la fascia 25-64 anni, il tasso di occupazione delle donne senza figli è pari al 63,9%, con un figlio 59%, con due figli 54,1%, con tre o più figli 41,3 per cento. Nel nostro paese il 27,1% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. In parte questa caduta dell’occupazione femminile in presenza di figli si osserva anche negli altri paesi, ma i livelli di partenza italiani sono superiori solo a quelli di Malta tra i paesi dell’Unione Europea a 27.

La maternità è un momento cruciale, come i dati che abbiamo presentato testimoniano, e le spese legate al carico di cura possono risultare decisive nella scelta delle donne di partecipazione al mercato del lavoro. In questa direzione, è opportuna una rimodulazione del nostro sistema di welfare, un welfare squilibrato in cui conta solo il capofamiglia, mentre donne e bambini sono componenti marginali e abbastanza trasparenti. La spesa per trasferimenti alle famiglie in Italia (comprese le misure fiscali) è solo l’1,36% del Pil, in Francia è il 3,02 per cento. Le detrazioni per figli a carico e per spese per servizi di cura sono limitate. Un potenziamento delle detrazioni fiscali per le famiglie con doppio percettore di reddito e figli a carico (o per l’unico percettore in caso di famiglie con un solo genitore) è uno strumento su cui puntare.
Un altro dato che contraddistingue il nostro paese è quello sui bambini iscritti a un asilo nido: in Italia i bambini che frequentano i nidi pubblici sono solo il 12,7%, contro un obiettivo fissato a Lisbona per il 2010 (ormai passato) del 33 per cento. Sull’esempio dei paesi scandinavi, ai quali si ispira anche la proposta di legge sulle quote di rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate, gli asili nido e l’attenzione ai più piccoli sono un elemento essenziale di un sistema di welfare moderno.
Servizi alla prima infanzia di qualità rappresentano anche un potente strumento di uguaglianza delle opportunità. Strumenti di cui abbiamo estremamente bisogno in un paese con bassa mobilità sociale e bassa crescita come il nostro.

Il Sole 24 Ore 08.03.11

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