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"Così le mafie stanno colonizzando il Nord", di Sandro De Riccardis

La relazione del procuratore Grasso: nel mirino in particolare Lombardia e Piemonte. “In Veneto cresce il traffico di armi e droga, in Emilia Romagna le mani sugli appalti”. In primo piano ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Ma cresce la presenza di cinesi e balcanici. La Lombardia, con il «maggiore indice di penetrazione nel sistema economico legale, assimilabile per livello e consistenza organica al mandamento reggino». Il Piemonte, una delle più redditizie «lavatrici» di denaro sporco. La Liguria, «il più importante accesso alle rotte di approvvigionamento della droga». L´Emilia Romagna, con le imprese edili che riciclano sempre più spesso nelle opere pubbliche».
La relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, diretta dal procuratore Piero Grasso, racconta un nord conquistato dalle cosche, un pezzo di Paese colonizzato dai clan, primi tra tutti i calabresi. Dopo aver «messo radici profonde» in Lombardia e Piemonte, dopo aver raggiunto la Liguria conquistando «appalti all´ombra del paravento legale offerto dal casinò di Sanremo», ora i calabresi guardano al Veneto, «con un crescente traffico transnazionale di droga e armi da guerra dall´Est Europa».
Il cuore pulsante dei clan al nord resta però la Lombardia. «La ‘ndrangheta si è diffusa attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione – si legge nella relazione – organizzando il controllo e gestendo i traffici illeciti sul territorio». Proprio Milano si appresta a ospitare nel 2015 l´Expo, evento planetario con appalti per il solo sito espositivo stimati in circa 300 milioni di euro. La Dna lancia l´allarme per «le imprese esecutrici, i contratti e i sub contratti, le consulenze, gli assetti societari». Su un territorio controllato da 16 locali – quelle individuate dall´operazione “Infinito” che portò all´arresto di 300 affiliati tra la Calabria e il nord – ormai «assimilabile per livello e consistenza organica al mandamento reggino», i membri «operano secondo le tradizioni del sud: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati tipici della criminalità calabrese». Di fronte all´impatto devastante dell´economia criminale, la relazione indica come modello da seguire la strategia di aggressione ai patrimoni messa in campo dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Con Cosa nostra in crisi, sono i calabresi a dominare e a decidere le alleanze, «tanto da rendere sostanzialmente irrilevante, e comunque in posizione subordinata, ogni altra presenza mafiosa straniera». Ci sono gli slavi, che dopo anni di tentativi di penetrazione, sono ora stabilmente presenti nel traffico internazionale di stupefacenti «con un elevato livello di specializzazione». Ci sono i romeni e i nigeriani, registi nella tratta di essere umani e nella prostituzione, ma anche nel mercato della manodopera destinata all´edilizia e all´agricoltura. Mentre al nord, la Camorra, i casalesi in particolare, stringono sinergie coi calabresi per lo smaltimento illecito dei rifiuti industriali.
Impressiona il ritorno al nord – dopo la stagione dei sequestri chiusa con quello di Alessandra Sgarella, nel 1997 – della mafia militare, della violenza che ha riportato gli agguati in strada e gli incendi nei cantieri, fino alla prima lupara bianca della storia del settentrione. Il rapporto antimafia ricorda ampiamente l´omicidio di Lea Garofalo, l´ex collaboratrice di giustizia sciolta nell´acido vicino Monza, uccisa su mandato del padre di sua figlia, Carlo Cosco, boss di Petilia Policastro, proiezione lombarda della faida tra le cosche crotonesi. Come l´esecuzione di Carmelo Novella, ambizioso boss della cosca Novella-Gallace di Catanzaro, radicata tra Monza e Varese, che aveva rivendicato autonomia dalla Calabria. «Il rapporto ci dice che le mafie sono ancora vive e vegete e che la capacità repressiva dello Stato non è sufficiente – attacca Giuseppe Lumia, membro Pd della Commissione antimafia – Il governo deve smettere di utilizzare toni trionfalistici a ogni successo e contemporaneamente tagliare le risorse alla giustizia, delegittimare la magistratura e ridurre le possibilità di indagini».

La Repubblica 10.03.11

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