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"Giustizia, un progetto con molte incognite", di Michele Ainis

Allacciate le cinture: oggi prenderà forma la riforma. Anzi la madre di tutte le riforme, non a caso definita “epocale” dal presidente del Consiglio. Quella sulla giustizia, come sbagliarsi? Ma in realtà fin qui è stato epocale l’annuncio di questa rivoluzione normativa, nel senso che ci risuona nelle orecchie da un’epoca intera, da quando la seconda Repubblica ha mandato in cenere la prima. E il messaggero non è soltanto, fin dal 1994, Silvio Berlusconi: ci ha provato la Bicamerale di D’Alema, nei giorni del primo governo Prodi; ci ha riprovato il ministro Mastella, nelle notti del secondo governo Prodi.
Prova e riprova, tre lustri dopo ci sale in gola un fiotto di domande: sicuro che c’è bisogno di scomodare la Costituzione per curare i guai della giustizia? Sicuro che la prima riforma costituzionale da mettere in cantiere è proprio questa? E saranno davvero salutari i nuovi principi iniettati nella Carta?
Stando alle anticipazioni, la terapia verrebbe somministrata in sei dosi. Primo: via l’obbligatorietà dell’azione penale. Secondo: via il controllo delle toghe sulla polizia giudiziaria. Terzo: inappellabilità delle sentenze d’assoluzione. Quarto: una Corte di disciplina e uno specifico dettame sulla responsabilità dei magistrati. Quinto: separazione fra giudici e pm. Sesto: per corollario, separazione del Csm in due figli gemelli. Una cura da cavallo per procurare il sommo bene che il ministro Alfano non si stanca d’indicare: la parità fra accusa e difesa.

Peccato che la bontà sia già scolpita sulle tavole costituzionali. Precisamente all’articolo 111: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Ma se è per questo, la stessa norma – emendata dal centro-sinistra nel 1999 – promette la «ragionevole durata» dei processi, con il risultato che dal 2000 in poi i tempi processuali sono lievitati ulteriormente, ed è cresciuto d’una spanna pure l’arretrato (nell’ultimo anno il contenzioso civile in corte d’appello misura +4,8%).
Ecco infatti la prima insidia di quest’iniezione ri-costituente: che poi tutto rimanga sulla carta, corrodendo in ultimo la nostra vecchia Carta, svilendone l’autorità e il prestigio. Ma è ancora più grave il rischio d’annacquare l’indipendenza del potere giudiziario, sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. Un solo esempio: chi disporrà in futuro delle indagini? Se la polizia giudiziaria diventasse un soldatino del governo verrebbe ferito il senso stesso della legalità, insieme all’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Poi, certo, i principi di fondo cui s’ispira la riforma prossima ventura non meritano un’opinione dissenziente. Non è forse vero che il corporativismo, il correntismo, la fuga dalle responsabilità indicano altrettante malattie del corpo giudiziario? Di nuovo un solo dato: nel 2010 il Csm ha applicato misure cautelari in appena cinque casi, mentre dal 1988 in poi la legge sul risarcimento per gli errori giudiziari ha funzionato soltanto quattro volte, l’1% delle cause intentate.

Sennonché non basta volgere lo sguardo al cielo dei principi: dipende da come li applichiamo sulla terra. Chi non sarebbe d’accordo, per esempio, nel pretendere un’ottima istruzione per i giovani? Ma se i professori, anziché bocciare gli studenti impreparati, li punissero col taglio delle dita, allora sì, qualcuno avrebbe da ridire. Vale per la responsabilità dei magistrati, se diventa una spada di Damocle che ne paralizza l’azione. Vale per la separazione delle carriere, se lega i pm al guinzaglio del ministro. Vale per il doppio Csm, se raddoppia i posti lottizzati fra i partiti. E a proposito, chi ne sarebbe il presidente? Se a Napolitano restasse da guidare soltanto un mezzo Csm, significa che la riforma avrà generato un mezzo presidente.
E c’è poi l’altra faccia di questa medaglia giudiziaria. Meno monumentale, eppure di gran lunga più importante. È il lato dove si profilano riforme legislative, anziché costituzionali; oppure dove corrono interventi organizzativi, anziché normativi. Per esempio l’informatizzazione degli uffici giudiziari. Il loro sfoltimento (ne abbiamo in circolo 1.292, il doppio della Spagna). Una sforbiciata sui troppi procedimenti e riti (quelli civili sono 34). Un tappo al ricorso in Cassazione (in Italia deposita 30mila sentenze l’anno, in Inghilterra 75). Una ghigliottina per le nostre 40mila leggi, che rallentano i processi, e trasformano il diritto in una giocata a dadi. Magari queste riforme non aprirebbero al governo il pantheon della patria. Non regalerebbero a Berlusconi e ai suoi ministri un posto fra i nostri padri fondatori. Ma noi, figli disgraziati, gliene saremmo grati.

Alfano cerca l’ok del Colle (di Donatella Stasio)

IL PUNTO / La riforma è soprattutto un’operazione politica ben congegnata (di Stefano Folli)

Il Sole 24 Ore 10.03.11

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Riforma della Giustizia: il regalo di Alfano a Berlusconi
Il Cdm approva il ddl costituzionale per la riforma della Giustizia che riguarda solo pochi. Anzi uno solo. Orlando: Se Alfano avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”
Si è concluso con un grande applauso il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma della giustizia. Un regalo per Silvio da parte del fido ministro Angelino Alfano per provare a immunizzarlo da tutti i processi che il premier ha in corso. Singolare ma onesta la dichiarazione di Berlusconi quando ha chiarito che la riforma non è contro nessuno. Semmai è a favore di qualcuno! Uno a caso…

Il fatto che Berlusconi abbia puntato molto su questa riforma ignorando tutti i problemi dell’Italia che non lo riguardassero direttamente è cosa nota: il premier si è lasciato scappare un “è dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma”. È solo una pura casualità se i problemi giudiziari di Berlusconi risalgano proprio dal 1994 e dalla sua famosa “scesa in campo”.

Già ieri il Guardasigilli Angelino Alfano aveva illustrato in anteprima al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano i sedici articoli della riforma. I punti cardine sono lo sdoppiamento del Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm; i magistrati responsabili come qualsiasi impiegato della Pubblica Amministrazione; l’obbligatorietà dell’azione penale solo secondo “i criteri” stabiliti dalla legge; il divieto per il Csm di atti di indirizzo politico; una Alta Corte di disciplina divisa in due per pm e per giudici; l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione e il potere ispettivo del ministro della Giustizia.

Se il proposito del governo fosse quello di smuovere le acque e di proporre l’immagine nuova di un esecutivo non solo costretto sulla difensiva dai processi penali che incombono sul presidente del Consiglio, ma anche capace di passare alla controffensiva, allora l’operazione ha una sua logica. Tutta politica e mediatica.

Di fronte all’offensiva con la faccia buonista del governo e, soprattutto, agli interessati richiami alla disponibilità (un coro di commentatori lo ripete da due giorni su molti quotidiani: se l’opposizione non è disponibile, non ha qualità), il Partito Democratico presenta apertamente le proprie posizioni. Andrea Orlando, responsabile Giustizia, su Il Riformista ha dichiarato “il ministro della Giustizia riveda i titoli della riforma, poi se ne parla”.

Il senso è chiaro: “il Pd può mettersi a discutere di giustizia col governo soltanto se Angelino Alfano rivede l`agenda delle priorità. Ci avviciniamo al momento del varo con molta prudenza, perché ancora non abbiamo visto il testo. E soprattutto con molta diffidenza. Perché gli obiettivi dell’esecutivo, tra l`altro mai nascosti dalla maggioranza, non sembrano dettati dalle tante disfunzioni della giustizia, ma dall`urgenza di ridurre i poteri di chi ha disturbato il loro Capo. Le urgenze? Dall’organizzazione degli uffici giudiziari all’assistenza informatica, dal malfunzionamento della giustizia civile alla farraginosità del processo penale. In più c’è la necessità di fare un censimento seno sugli aspetti che riguardano le garanzie dell`imputato e la trasparenza dell`azione penale. Che, sia chiaro, deve rimanere obbligatoria”.

Alla domanda se su questi terreni il PD sarebbe disposto ad affrontare una discussione? Orlando non ha dubbi: “Non sarebbe una novità. Solo che bisognerebbe lavorare sulla strada della recente riforma dell’ordinamento. Verificando l`effettivo funzionamento dei criteri meritocratici introdotti da quelle modifiche, della legge elettorale per il Csm. Un confronto serio sul funzionamento dell’autogoverno si potrebbe sviluppare, insomma. Ma all’interno dell’attuale quadro costituzionale».

Quindi il PD resta assolutamente contrario a questa riforma costituzionale. “Il tema della separazione delle carriere ha una controindicazione di base. Che non riguarda il funzionamento della giustizia ma il funzionamento della democrazia. C’è una commistione tra potere legislativo e potere esecutivo, aggravata dall’attuale legge elettorale e da un conflitto d’interessi irrisolto. Ricondurre a questo meccanismo il potere giurisdizionale è inaccettabile. Se Alfano avesse esercitato fino in fondo le funzioni che gli assegna la Costituzione, se avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

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