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«Nessun dialogo. Democrazia a rischio», Simone Collini intervista Andrea Orlando*

Il responsabile Giustizia Pd «È una riforma della sola magistratura Confronto solo se cambiano le priorità e si procede con legge ordinaria». È una riforma della magistratura, non della giustizia. Ed è un’operazione che pone un problema di funzionamento della democrazia, perché si rischia di assoggettare il potere giudiziario a quel coacervo che a causa delle legge elettorale di fatto si è già venuto determinando tra potere legislativo e potere esecutivo». Andrea Orlando spiega che ovviamente in Parlamento una discussione sulla riforma della giustizia ci sarà, ma che se la maggioranza vuole essere credibile deve lasciar stare sia le leggi ad personam che l’ipotesi di modifica costituzionale. «In tal caso, noi siamo pronti a un confronto, partendo dalle nostre proposte di legge e chiarendo che per noi l’agenda delle priorità va profondamente cambiata», dice il responsabile Giustizia del Pd.
Il centrodestra vi accusa di dire un no pregiudiziale e anche nel suo partito c’è chi, come Follini, giudica un errore l’arroccamento.
«Non è questione di arroccamento anche perché da tempo abbiamo avanzato le nostre proposte, e la maggioranza deve chiarire che utilizzo intende fare di questa riforma perché il sospetto è che si tratti semplicemente di un ballon d’essay per andare avanti con provvedimenti più contingenti».
Più contingenti?
«La legge sulle intercettazioni, quella sul processo breve. La maggioranza intende proseguire su questa strada?».
Ammettiamo che non lo faccia: non vi si crea un problema a dire no se accantona le leggi ad personam? «No perché non verrebbero meno le nostre critiche al testo presentato, che non è una riforma della giustizia ma soltanto della magistratura. L’effettivo perimetro della riforma, se il governo vuole dimostrare di volere il confronto, va definito insieme a tutti gli operatori del settore. Alfano convochi giudici, magistrati, avvocati, lavoratori del comparto e discuta con loro l’effettiva agenda delle priorità».
Che per voi sarebbero?
«Semplificare i processi, riformare la giustizia civile, riorganizzare le sedi, informatizzare. Tutti temi su cui abbiamo presentato precise proposte di legge in Parlamento e su cui possiamo aprire un serio confronto. Questa è un’agenda che si occupa della giustizia dal punto di vista dei cittadini». E se in fondo a questa agenda il governo mettesse anche la riforma della magistratura?
«Siamo pronti al confronto a patto che si affronti la questione con legge ordinaria, non costituzionale». C’è però chi vi ricorda la Bicamerale… «Che prevedeva una revisione degli equilibri complessivi dell’assetto costituzionale, non di una sola parte, e che non prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pm». Legge ordinaria sì, costituzionale no: potrebbe sembrare un altro pretesto per evitare il confronto.
«Non lo è, si tratta anzi di un problema di funzionamento della democrazia. Oggi c’è già una sostanziale commistione, per via della legge elettorale e di una deformazione della Costituzione sostanziale, tra Parlamento e governo. Assoggettare anche il terzo potere, quello giudiziario, al controllo di questo coacervo che si è venuto determinando è oggettivamente pericoloso».
Lei dice assoggettare, il governo parla di bilanciamento dei poteri. «La finalità di questa riforma è limitare il potere di chi ha disturbato il manovratore. Basti pensare all’introduzione di due Csm, all’aumento al loro interno dei membri laici, all’abbandono dell’obbligatorietà dell’azione penale e all’individuazione da parte del Parlamento delle priorità in questo esercizio. Con l’assenza di contrappesi il cittadino sarebbe meno garantito. Anche la separazione delle carriere, con un corpo dei pm distinto dai giudici, rischia di accentuare gli elementi polizieschi piuttosto che rafforzare le garanzie per l’imputato». Non sempre: dopo un’assoluzione in primo grado il pm non potrebbe più chiedere di ricorrere in appello. «Ipotesi abominevole. Si pensi soltanto a certi processi per strage o a grandi vicende più recenti: le vittime non avrebbero risposte».
E della responsabilità personale dei magistrati nei casi di colpa, che dice? «Che si possono anche pensare meccanismi di responsabilità più efficaci, ma prevedere forme di sanzione economica, di risarcimenti pecuniari, rischia di creare delle impunità di fatto. Chi si sarebbe preso la briga di aprire un’inchiesta sul caso Parmalat, con la paura di commettere un errore nel corso dell’indagine?».

*responsabile giustizia PD

l’Unità 12.3.11

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“Demolitori di democrazia” di Moni Ovadia

L’ultimo provvedimento del governo Berlusconi, la proposta di legge per la riforma costituzionale della giustizia, è l’atto conclusivo di smantellamento del cuore della democrazia italiana, il pilastro costituzionale della separazione dei poteri. Il senso di questa azione demolitrice è stato dichiarato con chiarezza dallo stesso premier: se la riforma elaborata dal suo visir Alfano fosse stata operante nel 1994 non ci sarebbe stata tangentopoli, ovvero un potere corrotto e corruttore sarebbe stato al riparo dalle indagini della magistratura. Dunque lo scopo della riforma è semplicemente quello di rendere impunite le malefatte dei potenti e dei loro cortigiani e, in particolare, per rendere ingiudicabile il Sultano. Non bisogna essere giuristi per capirlo basta fare funzionare per qualche istante la meravigliose cellule grigie di cui siamo forniti gratuitamente anche se non tutti (troppi nel nostro paese) approfittano del meraviglioso dono. Basta chiedersi: ma dove sono i provvedimenti e gli investimenti per rendere la giustizia uguale per tutti? ma dove erano tutti questi garantisti della domenica, e dove sono quando i poveracci subivano e subiscono i malfunzionamenti della macchina burocratica della giustizia? Li trovavi e li ritrovi in televisione a sproloquiare e a starnazzare contro i coraggiosi servitori dello Stato di diritto. Oggi, nelle città d’Italia saremo ancora una volta nelle piazze per difendere la Costituzione dagli attacchi di chi vuole demolirla con la scusa di riformarla. Non è in questione in questo momento l’orientamento politico dei cittadini, né il sistema dei partiti e della loro collocazione. Oggi è in gioco il futuro della nostra democrazia, il suo destino e il suo carattere. Oggi lottiamo per affermare la democrazia come sistema di diritti e di valori che portano all’uguaglianza e alla dignità di ogni essere umano.

L’Unità 12.03.11

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