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"Energia, il governo senza progetti", di Raffaella Mariani

Tanto risoluti nel sostenere l’energia nucleare, quanto veloci nel tornare sui propri passi appena è stato chiaro che la risposta degli italiani sarebbe stato un secco “no”. L’atteggiamento del governo è una perfetta sintesi della mancanza di un progetto complessivo per far ripartire il nostro paese.
Il ministro Romani ha cercato di motivare la retromarcia repentina sul piano nucleare con la necessità di individuare «nuove misure necessarie a garantire la sicurezza e la diversificazione dell’approvvigionamento energetico». Già la moratoria di un anno sul decreto per l’individuazione dei siti, decisa sull’onda della tragedia giapponese, era una scappatoia per togliersi dall’imbarazzo in vista del referendum. Poi questa nuova mossa. Il decreto che abroga le disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari e, con precisione chirurgica, sopprime ogni riferimento alla costruzione e all’esercizio di impianti. Un rosario di norme introdotte, in sei diversi provvedimenti.
Da sottolineare proprio l’assoluta mancanza di chiarezza legislativa, in una materia strategica per il paese, con il succedersi di leggi, decreti legge, decreti legislativi, sei provvedimenti che in tre anni hanno reintrodotto con forzature discutibili una scelta, quella del nucleare, che ha suscitato conflitti con le Regioni, cui sono seguiti pronunciamenti della corte costituzionale, e grande sconcerto tra i cittadini, gli enti locali e molti soggetti economici e sociali.
A niente sono valse le obiezioni, tutte di merito, mosse dal nostro gruppo. A niente sono valsi i no di molti Governatori, anche del centrodestra, al piano nucleare del governo.
Abbiamo chiesto garanzie: basti l’esempio dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, organismo che esiste in ogni paese, istituita grazie al Pd. Abbiamo chiesto di parlare di trasparenza dei costi: in tre anni il governo non è stato in grado di fornire un quadro chiaro e completo della spesa prevista. Spesa in cui si sarebbero dovuti includere anche gli investimenti, quelli per le bonifiche necessarie al momento della cessazione dell’attività degli impianti. L’esecutivo non è stato capace di fornire dati precisi e le esperienze di altri paesi insegnano che le centrali in costruzione sforano spesso le spese previste, mentre i tempi di realizzazione registrano continui ritardi.
E se non c’è stata trasparenza sul costo dell’intero ciclo, ancora meno chiaro è come si sarebbe inteso affrontare la necessità di smaltire le scorie: perché l’Italia non ha siti idonei in termini di sicurezza, tanto che la questione dei rifiuti provenienti dalle centrali chiuse in seguito al referendum del 1987 non è stata ancora completamente definita e ancora ne stiamo pagando i costi in bolletta.
Un governo irremovibile, dicevamo.
Fino alla svolta di questa settimana, dall’“effetto Fukushima” sul referendum di giugno, e quindi dalla necessità di evitare le conseguenze di una partecipazione consistente dei cittadini sui provvedimenti pro-Berlusconi. Nucleare o legittimo impedimento: cosa importa di più al governo? Ormai non esistono ragioni economiche, strategiche, sociali, né rapporti internazionali o progetti tra Stati che possano avere la priorità sugli interessi personali del premier.
Ecco perché questa marcia indietro provoca in noi solo in parte soddisfazione: rimangono le preoccupazioni circa la mancanza di un Piano energetico nazionale, da noi sollecitata sin dal 2008.
Il ministro Romani ha inserito nel decreto che abroga il piano nucleare l’impegno a definire entro un anno dall’approvazione la strategia energetica nazionale: ammettendo così di non averne ancora una. E a fare le spese della mancanza di programmazione, delle sbandate della maggioranza e della distanza dalle politiche europee, saranno gli italiani che oggi pagano i costi salati dell’inefficienza governativa e della dipendenza dal petrolio.
Oggi, dopo le crisi del Giappone e del Golfo del Messico, la discussione sull’approvvigionamento energetico è ripresa con forza: queste tragedie hanno indicato chiaramente al nostro paese il traguardo di una riorganizzazione in vista dell’autosufficienza dal petrolio e dall’uranio.
Il Pd ha manifestato da tempo la sua netta contrarietà alla scelta dell’energia atomica: abbiamo chiesto un piano in grado di ridare slancio al sistema delle imprese e di sollevare i bilanci delle famiglie e dell’industria troppo gravati dalle bollette, da realizzare investendo sulle rinnovabili e promuovendo l’efficienza energetica per raggiungere gli obiettivi europei al 2020. E abbiamo chiesto misure di garanzia e regole chiare, a tutela dei cittadini e dei territori. E abbiamo lavorato a sostegno del settore delle rinnovabili, pesantemente penalizzato. Una scelta, quella di colpire un settore giovane, che investe sulla ricerca e le nuove tecnologie creando posti di lavoro e tutelando l’ambiente, che ci porta indietro, ben lontani dal traguardo di un’Italia competitiva, innovativa e pulita.

da Europa Quotidiano 30.04.11

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“Rinnovabili, slitta il decreto braccio di ferro nel governo”, di Antonio Cianciullo

Incentivi, disaccordo tra Romani e Prestigiacomo. Boom dell´energia solare. Nove premi Nobel scrivono a Berlusconi: alt al nucleare. Fotovoltaico, lo scontro riguarda il via libera dell´Enel ogni volta che si crea un impianto. Sul fotovoltaico è saltato l´accordo. Il Parlamento aveva chiesto di evitare la cancellazione retroattiva degli impegni economici. Le Regioni si erano rifiutate di avallare un taglio degli incentivi troppo rapido che metterebbe a rischio l´industria del settore. I sindacati erano scesi in piazza per difendere i 120 mila posti di lavoro in pericolo. E a questi contrasti ieri si è aggiunto un dissenso netto all´interno del governo.
Così il decreto è slittato. Per rispettare i tempi di scadenza dovrebbe essere firmato oggi, ma probabilmente sarà il prossimo Consiglio dei ministri a sciogliere il contenzioso. A bloccare l´intesa è il braccio di ferro tra il ministero dello Sviluppo Economico e quello dell´Ambiente su un tema che riguarda la certezza del diritto e il sistema delle regole. Oggi quando un operatore privato termina la costruzione di un impianto fotovoltaico deve aspettare il via libera dell´Enel per l´allaccio e solo a quel punto può cominciare a godere del ritorno economico del proprio investimento: un ritardo prolungato rischia di metterlo al tappeto.
Di fronte a questa situazione il Parlamento aveva proposto di far scattare il conto energia dal momento in cui l´impianto è pronto. E il ministero dell´Ambiente aveva suggerito una mediazione: verifica del Gse e un termine massimo di 60 giorni per l´allaccio e dunque per i benefici economici. Così si garantirebbero regole certe in modo che le aziende e le famiglie che mettono un pannello sul tetto possano fare il loro investimento e dormire tranquille. Su questo punto la trattativa si è arenata.
«Il decreto Romani introduce liste di attesa e tempi burocratici insostenibili rendendo impossibile la programmazione e l´accesso al credito al cittadino e alle piccole e medie imprese. In questo modo possono operare solo i gruppi che dispongono di grande liquidità finanziaria», osserva Angelo Consoli, presidente del Cetri, il Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale.
Il rallentamento dei progetti nucleari post Fukushima (proprio ieri Greenpeace ha fatto circolare la lettera a Berlusconi di nove Nobel per la pace che chiedono l´alt al nucleare e il rilancio delle rinnovabili), ha dato il via libera – in contro tendenza rispetto all´Italia – a una nuova ondata di incentivi per l´energia pulita.
Che l´energia dal sole sia un fiume in crescita lo testimoniano anche i numeri record di Solar Expo, la terza fiera mondiale del settore che si aprirà il 4 maggio a Verona con 1.400 aziende provenienti da 40 paesi. «Abbiamo dovuto rafforzare i server: sul nostro sito gli accessi sono raddoppiati rispetto all´anno scorso», racconta Luca Zingale, il direttore di Solar Expo. «Il trend è globale e irreversibile: tra 4 anni il costo del fotovoltaico diventerà competitivo. E già negli ultimi tre anni, in Italia, l´energia solare ha fornito l´elettricità equivalente a quella di una centrale nucleare: senza scorie e senza pericoli. Entro il 2016, secondo le previsioni del governo, nel nostro Paese avremo 23 mila megawatt di fotovoltaico. E´ quanto basta a soddisfare i consumi elettrici di 9 milioni di famiglie. E forse questo è il problema: qualcuno rischia di perdere 9 milioni di clienti».

La Repubblica 30.04.11

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