cose che scrivo, interventi, partito democratico, politica italiana

«La mia parola è “numeri”», di Luciano Modica *

Non parlerò di matematica, non preoccupatevi. Non è da matematico che vi parlerò di numeri, ma da politico. Spero anzi di stupirvi. Parlerò contro i numeri, o meglio, contro un certo delirio numerologico che sta attanagliando la nostra politica.

Non voglio creare equivoci. Conoscere un fenomeno vuol dire anche saperlo e doverlo misurare. Misura e numeri sono sinonimi, il risultato di una misura è sempre un numero. Per i fenomeni naturali questa è l’essenza della scienza moderna, diciamo pure galileiana con qualche orgoglio cittadino. Ma ridurre un fenomeno sociale ai valori numerici che lo misurano, o addirittura pretendere di regolarlo solo in base ad essi, è un errore, nel quale spesso cadono le nostre società intrise (così positivamente!) di scienza. Siccome i fenomeni di cui si occupa la politica sono tutti fenomeni sociali, ecco che l’errore diventa della politica.

E’ la politica ridotta a sondaggio, come ahimè ci hanno recentemente “inculcato”. E’ la legge ridotta a tabella. E’ la qualità ridotta a quantità, la qualità del vivere ridotta all’incremento del PIL. Sono i valori culturali ridotti a quantità economiche. Sono le pari opportunità ridotte alle quote. E’ la democrazia ridotta al voto a maggioranza. E’ la riforma della giustizia ridotta ad un algoritmo sui tempi di prescrizione. E’ l’economia ridotta alla contabilità. Sarebbe, nel mio campo, come ridurre la matematica al calcolo.

Nel mondo del sapere il fenomeno è ancora più grave. E’ la qualità della scuola ridotta a un test. E’ la virtuosità di un’università ridotta ad una percentuale sui dati del suo bilancio. E’ la capacità scientifica di un ricercatore, la sua inventiva e il suo rigore intellettuale – il coraggio, l’altruismo e la fantasia, per dirla con Francesco De Gregori – ridotti al suo indice bibliometrico.

Naturalmente la parola cruciale è “ridurre”. La conoscenza dei diversi fenomeni sarebbe pericolosamente limitata, e le relative scelte addirittura infondate, se non si tenessero in conto anche i valori numerici, le misure disponibili. Ma conoscenza e scelte sarebbero altrettanto limitate e infondate quando si tenessero in conto esclusivamente questi.

Molti anni fa vidi in Scozia un manifesto di una marca di automobili con lo slogan: “Quality is a right, not a privilege”, “La qualità è un diritto, non un privilegio”. Parafrasandolo penso che la “qualità”, come contrapposta alla “quantità”, sia un diritto dei cittadini. In un moderno individualismo democratico – ha osservato di recente Nadia Urbinati – la libertà e l’eguaglianza dei cittadini si coniugano con l’autonomia e la responsabilità, non con l’apatia e l’indifferenza. Aggiungo io: non si è autonomi e responsabili se non si è messi in condizione di scegliere , di decidere dopo aver valutato.

Decidere in autonomia e responsabilità non può voler dire la stessa cosa che rispettare una soglia numerica, che è l’atto più semplice ma anche meno responsabilizzante. Scatta inoltre l’effetto soglia, l’effetto on/off: hai superato la soglia, sei salvo; non l’hai superata, sei perduto. La misura è diventata l’obiettivo e così sia l’obiettivo che la misura si sono deformati e sviliti. Nella pubblicistica anglosassone, quindi proprio nella cultura più pragmatica e quantitativa, a questa legge negativa è stato dato addirittura un nome (legge di Goodhart).

L’esperienza dimostra poi, paradossalmente, che è relativamente più facile eludere una norma che si limita a fissare un parametro numerico. Per dirla tutta, noi italiani ne siamo un po’ maestri. Invece è più difficile eludere una norma che fissa un criterio, che stabilisce un valore sociale, che indica una prospettiva, perché induce responsabilità, progettualità, speranza e senso del futuro. Tutte cose di cui abbiamo disperatamente bisogno in Italia.

Ho riletto la prima parte della nostra Costituzione, quella contenente i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini. In 54 articoli compaiono solo tre soglie numeriche, due relative alle libertà personali e di stampa (senza provvedimento del magistrato non è possibile arrestare una persona o sequestrare una pubblicazione per più di 48 ore) e una relativa all’istruzione obbligatoria (che deve durare almeno 8 anni). Ho riletto l’articolo 2 della recente legge Gelmini sull’università: nel solo primo comma sono contenute 21 diverse soglie numeriche da rispettare! Funzionerà meglio l’università per gli studenti e per i docenti applicando questa norma di fanta-aritmetica? Mi permetto di escluderlo.

Ma questo è niente rispetto al trionfo della numerologia in un decreto ministeriale del settembre scorso sui corsi di laurea. Salvo che per professione o per masochismo,ne sconsiglio vivamente la lettura. Vi si scopre comunque che dodici professori di mezza tacca possono dar vita, senza ulteriori controlli nel merito, ad un corso di laurea in fisica, mentre a undici premi Nobel ciò risulta assolutamente vietato. Avremo corsi di laurea di maggiore qualità? Mi permetto di escluderlo.

I numeri sono amici fedeli dei matematici ma anche compagni insostituibili della razionalità, dell’oggettività, della condivisione. Quindi sono compagni insostituibili della politica e della democrazia. Non trasformiamoli in sbirri, non è il loro mestiere. Come scrive il premio Nobel Amartya Sen, la democrazia non coincide con la votazione ma con la libera discussione pubblica.

Due anni fa avevo scherzosamente introdotto un nuovo lodo: chiunque dica che serve un cambiamento di rotta, indichi la nuova direzione; chiunque dica che servono riforme, descriva quella che ritiene prioritaria. Oggi non voglio cadere vittima del mio stesso lodo.

Per quando torneremo al governo – accadrà presto – promettiamo ai nostri concittadini che li libereremo dalle gabbie, da tutte le gabbie che li tengono lontani dall’autonomia e dalla responsabilità. Dal “liberi tutti” alla responsabilità di ciascuno. Autonomia e responsabilità contengono in egual misura i diritti e i doveri dei cittadini. Non servono le affascinanti narrazioni fiabesche né il sospettoso pragmatismo quantitativo. Non serve semplificare semplicisticamente la complessità del mondo, serve invece affrontarla come tale. Serve il diritto democratico all’immaginazione di cui parla la scrittrice iraniana Azar Nafisi.

Soprattutto serve fiducia. Un governo che non sa dare fiducia ai cittadini è un cattivo governo. Come uomini e donne di scuola e di ricerca abbiamo diritto alla fiducia di chi ci governa, ce la meritiamo e sapremo meritarcela ancora. Fiducia al talento, alla competenza, al merito. Mai più largo a chi ha più amici o più denaro. Ma, sempre e comunque, largo a chi sa e sa fare di più.

* intervento del 30 aprile 2011 all’incontro “PROSSIMA FERMATA PISA”

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