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"Sei mamma? Ti licenzio", di Flavia Amabile

Quasi un milione di donne è stata licenziata o costretta a dimettersi per aver deciso di avere un figlio. Lo denuncia l’Istat nel rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2010 insieme a molti altri dati molti chiari su che cosa significhi essere madri in Italia. Una madre su 3 ha dovuto lasciare il lavoro per motivi familiari. Nella metà dei casi l’abbandono è dovuto alla nascita di un figlio, per un totale di oltre 800 mila donne. Una donna su cinque fra quelle che lavorano e hanno meno di 65 anni hanno lasciato il lavoro per il matrimonio, la gravidanza o per altri motivi familiari.

Non c’è molto da fare, figlio e lavoro sono ancora troppo spesso inconciliabili: l’uno esclude l’altro. Le donne di cui stiamo parlando infatti non hanno scelto di non lavorare: sono state costrette a non farlo, come sottolinea anche l’Istat.

Più si è in avanti con gli anni, meno si è esposte a rischi. Le interruzioni imposte dal datore di lavoro, infatti, «riguardano più spesso le donne più giovani: si passa infatti dal 6,8% delle donne nate tra il 1944 e il 1953 al 13,1% di quelle nate dopo il 1973». Per queste ultime generazioni, le dimissioni in bianco quasi si sovrappongono al totale delle interruzioni a seguito della nascita di un figlio».

Il lavoro lasciato, spesso non si riconquista più. «Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro, ha poi ripreso l’attività, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno».

Le donne descritte dall’Istat nel rapporto 2010 sono il pilastro del welfare. Sono loro a reggere il carico maggiore nella rete d’aiuto familiare fondamentale per l’economia e la società. Ma «questo sistema è in crisi strutturale – avverte l’Istat – le donne non reggono più e non può essere più questo il modello che sostiene il welfare italiano».

In un anno due terzi degli aiuti arrivano da loro. Prestano «2,1 miliardi di ore d’aiuto a componenti di altre famiglie, pari ai due terzi del totale erogato». Tuttavia la situazione si sta modificando, senza che nessuno le sostituisca. Questo vuol dire che «la catena di solidarietà femminile tra madri e figlie – conclude l’Istat – su cui si è fondata la rete d’aiuto informale rischia di spezzarsi. Le donne occupate con figli sono sovraccariche per il lavoro di cura all’interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti».

L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità del lavoro e rimane la disparità salariale rispetto agli uomini, il 20% in meno. L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, è scesa di 170 mila unità, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità). Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».

Un secondo fattore di peggioramento è dato dalla crescita del part-time (+104 mila unità rispetto a un anno prima), «quasi interamente involontaria e concentrata nei comparti di attività tradizionali» (commercio, ristorazione, servizi alle famiglie e alla persona) che presentano orari di lavoro poco adatti alla conciliazione con i tempi di vita. Non è chiaro il perché ma il part-time è molto più diffuso tra le donne, il 14,3% contro il 9,3% degli uomini.

In preoccupante aumento le donne sovraistruite, ovvero quelle con un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta». Fra le laureate, il fenomeno della sovraistruzione interessa il 40% delle occupate contro il 31% tra gli uomini, e abbraccia tutto il ciclo della vita lavorativa.

La partecipazione delle donne al mercato el lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari
rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento.

La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 ispetto a 7,0).

Rispetto agli altri paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è ffettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota
dei donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).

La partecipazione al mercato del lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa Tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento.

La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di
disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 rispetto a 7,0).

Rispetto agli altri Paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è effettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota di donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).

La Stampa 24.05.11

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“Crisi, donne le prime vittime Fuori dal lavoro se sono incinte”, di Bianca Di Giovanni

Nel 2010 800mila donne hanno dichiarato di essere state costrette almeno una volta a lasciare il lavoro per via di una gravidanza. In aumento le dimissioni in bianco. Eppure restano i pilastri della rete di aiuti informali. Per le donne italiane la crisi è un tunnel ancora senza uscita. Rispetto alle loro «sorelle» europee le condizioni di lavoro sono peggiori su tutti i fronti: qualità dell’attività, salario medio (-20% rispetto agli uomini italiani), difficoltà di coniugare tempi di vita con quelli di lavoro. Le madri soffrono più delle single, le giovani nonne a loro volta hanno più difficoltà delle madri, con i nipotini da accudire e spesso anziani genitori da curare. nelle coppie c’è una forte asimmetria tra i ruoli maschili e femminili: e più si va avanti con l’età più l’asimmetria aumenta. Nel 2010 il sesso cosiddetto debole ha dedicato due miliardi di ore al lavoro di cura informale (cioè non pagato) su tre miliardi complessivi. Ma il dato più allarmante sta nella mancanza di libertà di scelta: molte italiane sono costrette a lasciare il lavoro contro la loro volontà, quando restano incinta. Nel biennio 2008-9 erano 800mila ad ammettere questa dura realtà: o licenziate o costrette a firmare dimissioni in bianco.
RAPPORTO
Un quadro forsco, quello scattato dall’ultimo Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri dal presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, al presidente della Camera Gianfranco Fini alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. «I giovani e le donne hanno prospettive sempre più incerte di rientro nel mercato del lavoro ha detto Giovannini e ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità». I numeri sulla dicotomia tra mondo del lavoro e ruolo femminile appaiono disarmanti. Quelle 800mila costrette a starsene a casa, senza un reddito proprio, rappresentano l’8,7% delle donne che lavorano o hanno lavorato in passato: una quota rilevante. «Oltre la metà delle interruzioni dell’attività lavorativa per la nascita di un figlio si legge nel Rapporto non è il risultato di una libera scelta da parte delle donne. A subire più spesso questo trattamento non sono quelle delle vecchie generazioni, ma le più giovani (segnale di una tendenza in aumento, ndr), cioè il 13% delle madri nate dopo il 1973; le residenti nel Mezzogiorno e le donne con un titolo di studio basso». Tra le madri espulse contro la loro volontà, solo il 40% riesce a trovare un’altra attività dopo che il figlio è cresciuto, ma quel dato è il saldo di una distanza abissale. Su 100 madri licenziate, riprendono a lavorare 51 nel nord e soltanto 23 nel Mezzogiorno. Le «dimissioni in bianco» stanno diventando un male endemico nel mercato del lavoro della Penisola.
La famiglia sottrae le donne al lavoro, ma è solo nel nucleo familiare che si ritrova quella rete di aiuti che spesso difende gli individui dalla crisi. in Italia è sempre stato così. E anche nel 2010 i cosiddetti «care giver» (quelli che assitono altre persone gratuitamente) sono aumentate, ma raggiungono sempre meno famiglie. «Le persone che si attivano nelle reti di solidarietà sono aumentate in misura significativa scrivono i ricercatori Dal 20,8% del 1983 al 26% 25 anni più tardi. Di contro sono diminuite le famiglie aiutate (dal 23,3% al 16,9%), soprattutto tra quelle di anziani». Il fatto è che la strututra famigliare si è modificata, parcellizzandosi sempre di più: diminuiscono le persone con cui condividere le cure, il numero di figli diminuisce e i genitori risultano sempre più bisognosi di attenzione.
L’assistenza alle famiglie con anziani viene fornita per lo più dalle reti informali (il 16,2% nel 2009). La quota di quelle raggiunte dal pubblico è di circa la metà (7,9%), mentre arriva al 14% quella a carico del privato. «Nel Mezzogiorno sono state aiutate meno famiglie, per quanto i bisogni siano stati maggiori continuano i ricercatori a causa di una povertà più diffusa, delle peggiori condizioni di salute degli anziani e un maggior numero di disabili». La distanza con il Nord est, regione ad alto livello di assitenza, è ancora aumentata.

L’Unità 24.05.11

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