attualità, politica italiana

L’Italia va su Facebook "Scusa Mr. Obama" di Filippo Ceccarelli

«E quindi – ha concluso solenne Berlusconi rivolgendosi ai giornalisti – mi permetto di dire: vergognatevi!». Ma senti, si permette. Proprio lui, il Cavaliere, che più di ogni altro uomo politico ha impetuosamente travolto e allegramente smantellato la vergogna del potere, bruciandone poi i residui sull’altare del berlusconismo terminale. Da Casoria a Deauville, dalle corna spagnole al cu-cù della Merkel, dal Priapetto di Arcore fino al bacio della mano di Gheddafi.

Retorica a rischio cortocircuito, quella della vergogna. Perché mentre il presidente del Consiglio pronunciava quella sua intemerata, la pagina Facebook del presidente Obama già traboccava di messaggi di italiani che dopo la scena berlusconiana del giorno prima chiedevano scusa, «I am sorry», «So sorry, Mr President», «Berlusconi doesn’t speak in my name», mi dispiace, non parla a mio nome, non è il mio presidente, non mi rappresenta, l’Italia è meglio di lui.

E’ ossessionato dai processi ed è «anche vecchio», articolava uno, «si scorda le medicine per il cervello», «si fa le leggi che gli servono» aggiungeva un’altra, e il bunga bunga naturalmente, dunque «help!», ci aiuti Mr Obama, «mi vergogno tanto», comunque, anzi tantissimo, e così via. Migliaia e migliaia di post su di un leader che da altri, a suo vantaggio e risarcimento, esigeva proprio quel sentimento.

In realtà in questi anni si è accumulato sufficiente materiale per sostenere l’ipotesi che la sfrontatezza di Berlusconi, quella sua inarrivabile faccia di bronzo sia funzionale, se non connaturata, al prodigioso modello di comando che l’ha portato dove si trova, seppure oggi pericolosamente in bilico. «Chi non ha vergogna tutto il mondo è suo» dice un proverbio. Dominio degli spettacoli, centralità del corpo e tirannia dell’intimismo sono il contesto più adatto per gli spudorati. Ma la sapienza consiglia di non esagerare.

E a questo proposito, sempre rimanendo sul delicatissimo terreno della politica internazionale e dintorni, tornano in mente lo strillo davanti alla regina Elisabetta, i complimenti fuori luogo a Michelle Obama, le spiritosaggini da playboy con la presidente finlandese, le disquisizioni sulla bellezza della conquista femminile davanti a Zapatero, il mimo di un fucile mitragliatore rivolto a una giornalista russa (poi in lacrime), un leggio clamorosamente abbattuto alla Casa bianca per andare ad abbracciare Bush, la richiesta in diretta di numero telefonico a una graziosa annunciatrice di una televisione del Maghreb.

E davvero si potrebbe continuare a lungo sull’impudenza del Cavaliere, non è una frase fatta, anche se tutto lascia credere che negli ultimi tempi egli abbia un po’ smesso di rendersene conto, o forse non gli importa più, la misura e il decoro essendo divenuti per lui un puro optional, fatto sta che di tale inconsapevolezza fa fede l’ennesima scenetta, l’ennesimo e simbolico colpo di sonno durante la messa per la beatificazione di Papa Wojtyla, quando si levò l’alleluja e allora sia Napolitano che il Segretario di Stato si levarono in piedi, e invece lui, che stava in mezzo, dormiva come un bambino.

Da questo punto di vista troppi video di YouTube costituiscono una gagliarda risposta contro il «vergognatevi!» scagliato ieri da Berlusconi al G8. Per gli antichi greci la divinità preposta al pudore era Aidos, non per caso imparentata con Nemesi, che con la sua spada provvedeva a regolare i conti con gli eccessi. Nel report d’addio dell’ambasciatore americano Spogli si legge: «Con le sue frequenti gaffes e la scelta sbagliata delle parole il premier» ha offeso «quasi ogni categoria di cittadini e ogni leader politico europeo», mentre «la sua volontà di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione del Paese in Europa ed ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio dell’Italia in molte branche del governo degli Stati Uniti». Negli ultimi giorni Mr President, che un po’ prevenuto doveva già essere, ne ha avuto ulteriori conferme.

La Repubblica 28.05.11

Condividi