attualità, partito democratico, politica italiana

"La porta stretta della sinistra", di Miguel Gotor

Gli esiti di queste elezioni lasciano intravedere l´esistenza di un passaggio stretto, ma percorribile, verso una nuova fase della politica italiana. Al netto della propaganda e delle forzature interpretative i risultati sono chiari e assegnano al Pd una responsabilità imprevista e uno spazio di agibilità politica inedito, alimentati non dai desideri o dalle speranze, ma dai nuovi equilibri usciti dalle urne, i soli che contano per davvero.
Si è avuto uno “sconfitto mascherato”, ossia il terzismo attendista, formato da quanti auspicavano la contemporanea dissoluzione dei due poli e l´apertura di uno spazio al centro che raccogliesse contemporaneamente le due frane tanto agognate: quella di Berlusconi e dei democratici. E di conseguenza c´è stato anche un “vincitore oscurato”, il Pd, che vede accresciuto il suo ruolo di perno di una possibile alternativa all´attuale blocco di potere: dai suoi voti, ossia dal suo consenso popolare, volenti o nolenti, bisogna passare.
Quali sono i processi di fondo che caratterizzano gli albori di questa originale fase politica e perché, se il vecchio sole tramonta, il nuovo fatica a nascere? Anzitutto, si riceve la conferma che, nonostante le difficoltà, il bipolarismo resiste. Non si è aperto uno spazio per soluzioni terzopoliste autonome e non per colpa di questa legge elettorale, ma perché c´è un´antica e radicata tendenza italiana al bipolarismo multipartitico che costituisce, insieme con il potere di ricatto delle forze medio-piccole, un tratto distintivo del sistema politico nazionale. Il Terzo polo deve ripensare la sua strategia poiché rischia di essere meno condizionante di quanto avrebbe voluto e i suoi elettori hanno dimostrato che, se vedono un´alternativa credibile a Berlusconi, sono disposta a votarla, anche se collocata dentro il fronte progressista.
In secondo luogo, l´astensionismo, soprattutto nelle città principali, è forte e sarebbe sbagliato trascurare questo dato. L´impressione è che un 20% dell´elettorato abbia scelto di restare a guardare e che un polo sia prevalso sull´altro, come spesso accade, soprattutto in quanto è riuscito a portare la sua parte a votare. Si tratta di un blocco dormiente, prevalentemente moderato, con tanti elettori che in passato hanno scelto Berlusconi e che ora si sono astenuti in attesa di una nuova proposta politica o perché non ancora convinti dal valore equilibratore del Pd. Certo, gli assenti hanno sempre torto, ma non bisogna pensare che lo saranno ancora o per sempre, altrimenti il risveglio, soprattutto in caso di elezioni politiche, potrebbe rivelarsi amaro.
L´esistenza di questo blocco sommerso e ancora da convincere interroga la funzione nazionale e costituente del Pd a cui ora viene chiesto di elaborare una piattaforma politica non solo in grado di vincere le elezioni, ma anche di governare il Paese. Per riuscirvi il Pd deve continuare a occupare il centro delle opposizioni a Berlusconi (Fini/Casini da un lato, Vendola/Di Pietro dall´altro) proponendo un´alleanza per la ricostruzione materiale e civile dell´Italia che tenga insieme progressisti e moderati. Non una santa alleanza antiberlusconiana, ma un progetto costituzionale, repubblicano e riformatore – moderato e progressista nelle sue componenti interne come sempre è avvenuto nei momenti fecondi di sviluppo della storia italiana – che sia capace di rispondere ai bisogni inevasi dal lungo ciclo di governo berlusconiano sul terreno della crescita economica, della politica fiscale e della dignità nazionale. Perché qui è il punto: Berlusconi ha governato soltanto 6 mesi nel decennio 1991-2001, ma ben 8 anni su 10 in quello successivo e dunque porta oggi tutto intero sulle spalle il peso della sua sconfitta come forza dirigente. Bisogna però riconoscere che egli ha rappresentato una delle possibili risposte a una serie di nodi antichi nel nostro Paese che non dipendevano da lui e che non si scioglieranno come per incanto con la sua eventuale sconfitta.
Sull´onda dell´euforia il Pd non deve ripetere un errore già commesso dal Pds nel 1993: questo Paese, nella sua lunga e tribolata storia, non è stato mai governato secondo una logica frontista, puntando su un´autosufficienza progressista. Non a caso il successo del Pd è stato oscurato esaltando la forza della sinistra radicale oltre ogni dato di realtà: si vorrebbe spingere Bersani a bordo ring, tutto schiacciato a sinistra dentro una sfida per la leadership con Vendola e Di Pietro in una nobile corsa a chi ama di più i rom o i fratelli musulmani e si sente per grazia ricevuta migliore dell´altra Italia, per definizione gretta e volgare. In questo modo si vuole aprire in vitro uno spazio al centro in cui una nuova proposta potrebbe raccogliere gli esisti del berlusconismo senza Berlusconi strutturandoli dentro un quadro neo-moderato e di segno centrista. Per evitarlo è necessario che Bersani continui a dialogare con le forze che lo incalzano a sinistra e che hanno il merito di mobilitare un elettorato altrimenti non votante, senza però rinunciare a definire una proposta che parli al mondo imprenditoriale, finanziario, culturale che oggi non si sente più rappresentato da Berlusconi, appartiene al campo moderato, ma sa di non poter vincere con il Terzo polo e basta.
Il percorso che si apre davanti è stretto e dispendioso, ma è l´unico pagante come queste elezioni hanno cominciato a rivelare. Bersani ha il passo del maratoneta e ora ha ottenuto un rifornimento di consensi persino inaspettato, che deve però saper gestire perché la competizione è ancora lunga. Peraltro nessuno mai ha pensato che la soluzione dell´equazione italiana, andare oltre il berlusconismo senza cadere in un nuovo populismo di segno progressista, fosse una gara da sprinter: servono, piuttosto, durata, spirito di sacrificio e temperamento fino all´ultima curva e oltre.

La Repubblica 04.06.11

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