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"Noi, soldati nella guerra dei fatti nostri", di Marco Belpoliti

L’Italia è una Repubblica fondata sull’aggressività e lo psicofarmaco? Sembrerebbe proprio di sì. Negli ultimi cinque anni le minacce e le ingiurie, stando a un rapporto del Censis appena pubblicato, sarebbero aumentate del 35,3%. Detto altrimenti, il controllo delle pulsioni e il rispetto delle regole in Italia sono in pericolo. E questo è l’aspetto out del processo in corso; mentre l’aspetto in riguarda invece l’aumento degli stati di depressione combattuti con l’aiuto di farmaci ora in netto aumento. Possibile? Direi sicuro.

Da tempo gli psicologi e i sociologi ci segnalano la fine di quelle che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk chiama le «banche dell’ira», ovvero le istituzioni che permettevano di mettere a deposito, in modo fruttifero, le frustrazioni, i risentimenti, gli odi, l’ira, suscitate dalle tensioni sociali e personali che attraversano le società moderne, e non solo quelle. Le fondamentali banche dell’ira erano, da un lato, il cristianesimo, ovvero la Chiesa cattolica, in Italia, e l’ideologia socialista e comunista, dall’altro, in Europa. Rinviando gli individui frustrati al Regno dei Cieli o alla società socialista o comunista, si raccoglieva il risparmio delle persone e lo si metteva a frutto, erogando in futuro un credito che maturava, come ci ricorda in un capitolo del suo libro Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi). Nella disgregazione di queste istituzioni, che hanno perso la loro presa sulla società, non ci sono più contenitori capaci di mantenere la pentola in ebollizione senza però farla esplodere. Il rancore e il risentimento sono il vero mood della società postmoderna che consuma le proprie energie frustrate nella microconflittualità segnalata del Censis. Secondo la ricerca, resa ora nota, l’85,5% degli italiani si ritiene l’unico arbitro dei propri comportamenti. Non ci sono regole condivise; ovvero, non c’è una morale collettiva, valori, su cui commisurare la bontà o meno delle proprie azioni presenti e future. L’effetto positivo o negativo diventa l’unico metro di calcolo per cui un comportamento individuale è da ritenersi giusto o sbagliato. La depressione è l’altra faccia del risentimento e del rancore, poiché ogni fallimento individuale, patito come tale, e che non trova un capro espiatorio su cui scaricarsi, rimbalza indietro come un boomerang, e produce uno stato di tristezza, abbattimento, caduta dell’autostima e conseguente bisogno di autopunizione. Ci si scaglia contro gli altri, in questa individualizzazione del risentimento, non più canalizzato verso obiettivi collettivi, e questo è lo stato euforico, aggressivo, che ci tenta tutti dinanzi ai fallimenti veri o presunti; o invece ci rivolge a una sorta di catatonia, il sonnambulismo diurno che connota molte delle nostre espressioni individuali, che è curato in vari modi e maniere, spesso con il ricorso alla pastiglia. Oggi ciascuno di noi è, come scrisse il Poeta, dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale, nel 1936: Ognuno sta solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera. In effetti noi tutti combattiamo ogni giorno, da mattina a sera, e anche oltre, una battaglia continua con cose, persone, entità invisibili o assenti, una guerra mai dichiarata, e proprio per questo logorante, che ci fa diventare minacciosi e ingiuriosi con il vicino della porta accanto, chiunque esso sia, oppure cadere in una forma di tristezza inspiegabile, perché qualsiasi cosa succede o facciamo non c’è nessuno che ci dia una mano: è la guerra dei fatti nostri.

La Stampa 07.06.11

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