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"Il biglietto da visita della mafia", di Francesco La Licata

Fa sempre un certo effetto ricevere conferme sull’estrema facilità con cui il virus della mafia attecchisce in zone del territorio nazionale ritenute, per storia e caratteristiche socio-culturali, immuni dal contagio della mala pianta. Ogni volta ci lasciamo andare all’autoassolutorio commento («Ma chi l’avrebbe mai detto?») e alla pronta archiviazione di quel qualcosa che in fondo alla mente insinua una certa inquietudine. Vista, però, la frequenza con cui cominciano a squillare i campanelli d’allarme nel «laborioso Nord», non si può che esser soddisfatti dell’iniziativa investigativa del gruppo interforze che ha portato a termine l’operazione Minotauro e disarticolato un’associazione mafiosa di origine calabrese capace di controllare un vasto territorio tra Piemonte, Lombardia ed Emilia.

Non v’è dubbio, in tal senso, che l’esperienza maturata in Sicilia da Giancarlo Caselli non avrebbe lasciato spazio ad attendismi e sottovalutazioni che non appartengono alla cultura del procuratore di Torino. Il magistrato conosce benissimo le cause che, in passato, hanno contribuito al radicamento della mafia nel territorio siciliano: prima di tutto il malinteso senso di difesa dell’onorabilità di un’intera regione «mortificata da una minoranza malavitosa». Benvengano, dunque, azioni mirate, capaci di interrompere trame delinquenziali già fin troppo disconosciute.

Già, perché non è scoperta recente che il Nord sia diventato, nel tempo, terreno appetibile per le cosche mafiose che restano saldamente ancorate alle origini ma, nello stesso tempo, esportano un modello assolutamente identico alla cellula-madre. Sappiamo che il proliferare delle cosche al Nord non è fenomeno recente: ricordiamo i «palermitani» a Milano a braccetto con gli Epaminonda, i Vallanzasca, i Turatello; e non abbiamo dimenticato i «catanesi» a Torino violenti e arroganti fino a decretare in società con i calabresi l’uccisione del procuratore Caccia. La mafia al Nord è un tema dibattuto da anni.

Oggi, però, qualcosa sembra cambiato e sembra gettare un’ombra più cupa del passato. Eravamo assuefatti allo stereotipo del mafioso che, al Nord, si occupa di affari illegali: il gioco d’azzardo, le prostitute, i traffici di armi e droga, la protezione. Già nel 1994, cioè 17 anni prima degli ultimi, recentissimi «allarmi», l’operazione di polizia «Fiori di San Vito» aveva consegnato all’opinione pubblica e ai giornali il quadro di una mafia calabrese saldamente padrona di un vasto territorio, tra Piemonte, Liguria e Lombardia. E già allora si parlò dell’esuberante forza economico-finanziaria della ’ndrangheta.

Ecco, quella forza ignorata per tanto tempo oggi troviamo all’origine del mutato potere mafioso. Un potere che tende a far parte a tutti gli effetti di un blocco sociale egemone, come dimostra – per esempio – la vicenda dello scioglimento del consiglio comunale di Bardonecchia, completamente «infiltrato» dalla mafia calabrese. Oggi le mafie sembrano interessate soprattutto alle attività legali: le grandi opere pubbliche, persino quelle attività diretta emanazione della politica. Basti pensare a cosa è stata la Sanità – specialmente nel Meridione d’Italia – per intuire il processo di trasformazione di una mafia che si allontana da coppola e lupara per identificarsi sempre più con la borghesia corrotta dei colletti bianchi.

Questo il motivo per cui ogni azione di polizia giudiziaria viene, ormai quasi sempre, affiancata da un’attività investigativa imperniata sulla ricerca di beni frutto di attività illegali. E ogni volta si scopre sempre meno profondo il distacco tra società civile e illegalità. Ne sono testimonianza attendibile le prese di posizione di Gian Carlo Caselli e Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. «L’aggressione ai beni e ai patrimoni della criminalità organizzata è la strategia vincente per sconfiggere i clan», così Grasso che indica come un «grande successo» i 70 milioni di euro in beni sequestrati dalla Guardia di Finanza. E Caselli, sull’arresto di Nevio Coral sindaco di Leini per un trentennio, dice: «Era il biglietto da visita della ’ndrangheta da spedire al mondo politico piemontese. Non è certo uno spettatore passivo delle vicende che lo riguardano, ma un soggetto ben collocato nell’ambiente ’ndranghetista».

La Stampa 09.06.11

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