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"C´è un abuso di contratti a termine", di Roberto Mania

Tremonti cerca un´intesa con industriali e Cgil: limite agli atipici ma più patti aziendali. Più accordi aziendali al posto di quelli nazionali e meno abusi sui contratti a termine. Giulio Tremonti, ministro dell´Economia, lo definisce «una forma di abigeato», per dire che sta compiendo un´invasione di campo, ma la sua, in realtà, è la proposta di uno scambio che mira a tirare dentro la partita fisco-lavoro anche la Cgil di Susanna Camusso.
Tremonti parla a Santa Margherita Ligure al convegno dei Giovani di Confindustria, ottiene il consenso della leader degli industriali, Emma Marcegaglia, ma pensa soprattutto di incunearsi così nel fortino di Corso d´Italia, sede del sindacato rosso. E´ la prima mossa politica, fuori dal circuito governo-maggioranza, che compie Tremonti per realizzare la sua riforma fiscale. Quasi un passo propedeutico. Di certo significativo perché il ministro dell´Economia, al di là dei vincoli di bilancio, vuole cambiare le regole fiscali senza scontri sociali. Cerca il consenso di tutti, quasi un «patto tra produttori» vecchio stile per abbassare le tasse su chi lavora. La Cgil diventa allora il convitato di pietra della kermesse confindustriale e ancor prima nel colloquio di quasi un´ora tra la Marcegaglia e Tremonti nella sala del ristorante dell´albergo che ospita il convegno.
Può essere dunque un intervento contro la precarietà il gesto per «recuperare» la Cgil. Scelta in controtendenza rispetto a un modello di relazioni industriali, assecondato dal governo, che ha rigettato quasi per principio l´unanimismo dei decenni passati.
Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, a Levico alla festa della Cisl, non parla dell´ “abigeato tremontiano”, ma è probabile che ne fosse a conoscenza. In fondo la proposta del titolare dell´Economia può essere interpretata anche come un passo avanti nella direzione indicata proprio da Sacconi di una legge secondo la quale i contratti aziendali possono essere applicati in sostituzione di quelli nazionali. Tremonti la mette così, con un linguaggio decisamente involuto per i suoi standard: «Il nostro sistema produttivo sarebbe più moderno se fosse più aziendale nella contrattazione e, per compensazione sociale, meno arbitrario nella sequenza del determinato. Servirebbe un limite a quegli strumenti contrattuali. Un conto è la flessibilità, un altro l´abuso». Ci sta la Confindustria. Anche perché i contratti standard a tempo indeterminato sono il 97 % di quelli del settore dove la precarietà è piuttosto circoscritta. L´abuso dei contratti a tempo determinato, dei co.co.pro, delle finte partite Iva riguarda piuttosto il mondo dei servizi e del pubblico impiego.
Emma Marcegaglia ripete che l´obiettivo della Confindustria è fare un accordo interconfederale «con tutti i sindacati» per far sì che una volta firmato un contratto a maggioranza non si metta più in discussione.
Camusso non risponde direttamente a Tremonti, però alza il prezzo: «Risolvere il problema del precariato vuol dire cancellare tutte le norme che oggi permettono il lavoro precario». Un possibile inizio di trattative, comunque.
Certo, dopo anni in cui nei convegni industriali e governanti di centrodestra celebravano il bisogno di flessibilità, il sentiment appare cambiato. E´ in atto un dietrofront. Perché gli effetti di una flessibilità disordinata li ha spiegati, proprio a Santa Margherita il direttore generale della Banca d´Italia, Fabrizio Saccomanni: «Con la diffusione dei contratti atipici si è sostenuta l´occupazione, ma al costo di rendere il mercato del lavoro sempre più dualistico; accanto a una fascia di lavoratori tutelati, per lo più anziani, è sorta un´ampia area di lavoratori precari, per lo più giovani. Oggi un giovane che si affacci per la prima volta sul mercato del lavoro in Italia ha il 55 % di probabilità di vedersi offrire soltanto un lavoro in qualche modo precario».

La Repubblica 12.06.11

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