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"Crisi, non si ferma l'onda lunga", di Laura Matteucci

Di nuovo dati pesanti sulla crisi che non finisce mai, e di nuovo conferme di un governo incapace di gestirla. Anzi, che al momento non ha nemmeno risposto all’invito del segretario del Pd Pierluigi Bersani, inviato ai presidenti di Camera e Senato e rivolto direttamente a Berlusconi, di riferirne in Parlamento. «La difficile situazione del Paese, le tensioni sui mercati, i segnali di difficoltà che provengono dall’Europa e dagli Stati Uniti, l’appello al governo venuto dalle forze economiche e sociali, ci impongono di insistere », dice l’invito. Persino un pidiellino di ferro come Osvaldo Napoli, presidente pro tempore della stessa Associazione dei Comuni, fortemente contraria alla manovra, invita il governo «ad accettare la sfida».Mal’esecutivo si va consumando per autocombustione: adesso pure Bossi ha deciso che i ticket sanitari non s’hanno da fare, e il governo sta cercando la copertura per congelarli. Intanto gli indicatori convergono, e anche la seconda parte dell’anno si prospetta assai complicata. Con «l’onda lunga della crisi», rileva Confindustria, l’emorragia di posti di lavoro rallenta ma non si arresta. I timidi segnali di ripresa di inizio 2011 non bastano neanche lontanamente a compensarla. Nel 2010, calcola il Centro studi degli industriali, nelle imprese associate i dipendenti sono diminuiti dell’1,1%, dopo il -2,2% del 2009. E i licenziamenti aumentano. Mentre la Cgia di Mestre prevede tra luglio e settembre 76mila i posti di lavoro a rischio (nello stesso trimestre del 2010 ne sono stati persi 98mila), soprattutto per giovani, donne e stranieri, la mappatura del lavoro più precisa arriva dalla Cgil. «La pausa estiva lascia in sospeso i 187 tavoli di crisi aperti presso il ministero dello Sviluppo», dice un’analisi del centro studi. «È incerto il futuro di circa 225mila lavoratori, 57mila dei quali a serio rischio». Dalla chimica all’Ict, dai mobilifici alla farmaceutica, dalla ceramica alla navalmeccanica: sono tanti i settori delicati di cui parla la Cgil, ricordando che sono ancora 500mila i lavoratori in cig. Senza contare le possibili, nuove future vertenze.Unsettembre difficile, insomma: «Per interi settori portanti non si intravedono soluzioni e si corre il rischio che esplodano le tensioni sociali accumulate», commenta il segretario confederale Vincenzo Scudiere. Sono solo 54 le vertenze con una soluzione individuata, mentre altre 133 sono «ancora da dirimere urgentemente». L’analisi degli economisti di Confindustria rileva segnali di ripresa della fiducia delle imprese nel 2011: il 22%, tra febbraio ed aprile, ha previsto un aumento dell’occupazione. Mail bilancio 2010 è in profondo rosso. Sono diminuite le «uscite», ma non ripartono le assunzioni, ferme ai livelli dell’anno precedente. Sono aumentate le «cessazioni involontarie del rapporto di lavoro», licenziamenti e mobilità (14,2% delle uscite; 6,5% prepensionamenti e incentivi all’esodo; 32,3% scadenze contratto; 25,9% dimissioni). Per i nuovi assunti aumenta il ricorso ai contratti a termine (64,1%)ma anche «la probabilità di stabilizzazione» entro un anno. Ed è «ancora alto il ricorso alla cig». Aumentano i colletti bianchi (55%) e diminuiscono gli operai (45%). Mentre a dare più opportunità agli stranieri è il nord est (sono il 7,3% dei dipendenti). Sempre per Confindustria, nel 2010la retribuzione annua totale lorda ha battuto l’inflazione (+2,7% contro +1,5%). Martedì, intanto, le Regioni incontrano il governo per discutere l’introduzione dei ticket, che definiscono «un errore grave». Ma non saranno le sole a battersi per la sua eliminazione. «Incomincia la retromarcia del governo Berlusconi, Bossi, Tremonti e Scilipoti su un altro pezzo della manovra – dice Stefano Fassina, responsabile lavoro del Pd – Anche Bossi si è accorto che l’innalzamento dei ticket è inaccettabile». «Non possiamo andare avanti con un governo che sbaglia e poi tenta di correre ai ripari. La situazione è troppo seria». A conferma, Fassina ricorda anche che l’aumento dei tassi sui titoli del debito porta la spesa per interessi, per almeno 3 miliardi di euro, ben oltre le stime del Def.

L’Unità 31.07.11

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“Il lavoro non sente la ripresa”, di Marco Sodano

Si scrive crisi, si legge disoccupazione. E anche se con l’inizio del 2011 si registrano i primi segnali positivi, è chiaro che «l’onda lunga» della depressione, come l’ha battezzata Confindustria, ha lasciato un vuoto enorme nel lavoro italiano. Gli stessi segnali «positivi» si limitano a registrare una frenata nella perdita di posti, certo non l’inversione di tendenza che tutti aspettano.

Il centro studi di viale dell’Astronomia ha ultimato il rendiconto sul 2010: nelle imprese associate i dipendenti sono diminuiti dell’1,1%, calo che segue quello ben più pronunciato (-2,2%) del 2009. I licenziamenti sono in aumento, e la Cgia di Mestre (gli artigiani della Cgil) ha pubblicato ieri uno studio nel quale sostiene che tra luglio, agosto e settembre «potrebbero essere 76.000 i posti di lavoro a rischio in Italia». Non sarà un settembre facile, avverte il sindacato guidato da Susanna Camusso: «Per interi settori portanti della nostra economia non si intravedono soluzioni e al rientro dalla pausa estiva si corre il rischio che esplodano le tensioni sociali accumulate». E infatti, visto che «le crisi industriali non vanno in vacanza» Cgil ricorda che la pausa agostana lascia in sospeso i 187 tavoli di crisi aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico. Il conto è presto fatto: «resta incerto il futuro di circa 225 mila lavoratori».

Per credere in una schiarita bisogna tornare al documento di Confindustria, nei passi in cui evidenzia i segnali di ripresa della fiducia delle imprese: il 22% delle associate, tra febbraio ed aprile, ha previsto un aumento dell’occupazione nella prima metà dell’anno per il 2011. Passando dalle previsioni ai dati certificati, si scopre perà che l’emorragia di posti di lavoro cominciata l’anno scorso non s’è ancora fermata. Sono diminuite le «uscite» dal mondo del lavoro, ma stentano ancora le assunzioni, che sono rimaste ferme sui livelli dell’anno precedente.

I dati sulle «cessazioni involontarie del rapporto di lavoro», licenziamenti e mobilità, danno un quadro preoccupante del destino di molti precari. Quelle «involontarie» sono il 14,2% del totale delle uscite; il 6,5% sono prepensionamenti e incentivi all’esodo. Il 32,3% scadenze di contratto. Tra le nuove assunzioni, in parallelo, aumenta il ricorso ai contratti a termine (64,1%) anche se cresce di pari passo anche «la probabilità di stabilizzazione» entro un anno con la conversione a contratti a tempo indeterminato. Corre la cassa integrazione, che si sposta dalle fabbriche agli uffici: aumentano i colletti bianchi (55%) e diminuiscono gli operai (45%).

La mecca del lavoro, per gli stranieri, è il Nord Est (sono il 7,3% dell’occupazione dipendente in quell’area). Se non altro gli stipendi sono rimasti al riparo dall’inflazione: la retribuzione annua totale lorda è cresciuta del 2,7% contro il +1,5% dei prezzi al consumo. L’autunno dirà la sua, invece, sulle vertenze aperte: al momento sono 54 quelle «indirizzate verso una soluzione individuata», altre 133 sono «ancora da dirimere urgentemente». Anche i dati elaborati dalla Cgia di Mestre indicano che la diminuzione dei posti di lavoro rallenta ma non si ferma: i 76mila posti di lavoro a rischio questa estate vanno confrontati con i 98.000 persi nel terzo trimestre 2010, e gli 82.000 dello stesso periodo del 2009. Si lavora poco, si consuma meno, la produzione soffre.

La Stampa 31.07.11

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