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"Il rischio del disordine globale", di Mario Deaglio

Il volto teso del presidente Obama che si rivolge ancora una volta ai suoi concittadini perché facciano pressione sul Parlamento e consentano, con una legge, all’amministrazione pubblica di funzionare normalmente può essere ben considerato come l’icona del possibile tramonto degli Stati Uniti quale Paese leader dell’economia mondiale. E, al tempo stesso, dell’incapacità della politica nei Paesi avanzati di fornire all’economia il supporto necessario per tornare a crescere, fornire sufficiente ricchezza e rilanciare la speranza nel futuro.

Il vuoto legislativo creato dalla risoluta volontà di una minoranza di parlamentari repubblicani di impedire l’innalzamento del tetto del debito che il governo americano è autorizzato a contrarre è infatti molto più che un tatticismo da guardare con indulgenza. Altre volte in passato quest’arma è stata usata nelle schermaglie americane di Washington, ma ora segnala un non riconoscimento o uno stravolgimento della posizione internazionale degli Stati Uniti, una grave, colpevole noncuranza per il ruolo del dollaro nel sistema internazionale.

Se anche alzeranno il «tetto» del debito che il governo federale è autorizzato a contrarre, i parlamentari repubblicani pensano di alzarlo di poco, in modo da poter tornare di qui a qualche mese a riproporre fortemente la loro concezione – si potrebbe dire il loro «ricatto» – di uno Stato minimo e di una ricchezza privata quasi priva di imposte. Siamo così di fronte al paradosso per cui il resto del mondo non avrebbe difficoltà ad acquistare, come ha sempre fatto, titoli del Tesoro degli Stati Uniti nonostante il deficit stia aumentando molto velocemente; tranne il piccolo particolare che una legge potrebbe impedire al Tesoro degli Stati Uniti di pagare gli interessi e rimborsare il prestito. Un brivido scuote così nuovamente, in questo agitato fine settimana, il castello di carte della finanza internazionale.

Il paradosso si aggrava considerando che il resto del mondo ricco non è in condizioni di dare alcun aiuto. Quasi in contemporanea al discorso di Obama, il primo ministro spagnolo Zapatero annunciava lo scioglimento del Parlamento e le elezioni anticipate. Tra i leader europei Zapatero era quello che, con maggior coerenza, lucidità e determinazione si era impegnato contro la crisi. Il ricorso alle urne, e la sua contemporanea dichiarazione di non volersi ricandidare, è un’ammissione chiara di sconfitta di fronte al malumore degli spagnoli per i sacrifici da affrontare.

Nel resto d’Europa, il governo inglese è alle prese con una delle crisi peggiori degli ultimi decenni che chiama in causa istituzioni sacrosante quali la stampa e la polizia; il Cancelliere tedesco e il Presidente francese devono affrontare una crescente impopolarità che li ha portati a una sconfitta dopo l’altra nelle elezioni locali e a una clamorosa perdita di consenso nei sondaggi di opinione. Per non parlare del Belgio senza governo, dei Paesi Bassi e della Svezia con governi di minoranza, del «pasticcio» libico, del terrorismo norvegese.

In quest’impotenza generale si colloca la specifica impotenza italiana che è inutile ricordare nei dettagli a lettori che la vivono quotidianamente. Ci si sarebbe potuti aspettare una vibrante presa di posizione del ministro dell’Economia che denunciasse le massicce vendite, di marca chiaramente speculativa, di titoli del debito pubblico italiano da parte di pochi grandi operatori, tra cui alcune banche tedesche. Grazie a queste vendite, si assiste a un secondo paradosso, ossia che il debito pubblico italiano, da tutti definito solido fino a un paio di mesi fa, sia divenuto debolissimo sui mercati senza che nulla sia cambiato nella struttura e nella congiuntura dell’Italia.

La denuncia – che è mancata anche per le difficoltà personali del ministro – avrebbe dovuto essere accompagnata da forti limitazioni, da attuare di concerto con gli altri Paesi della zona euro, nel tipo di contrattazioni ammesse, magari circoscritte ai soli contanti. C’è stato invece un quasi completo silenzio italiano: le meschinità della politica spicciola hanno monopolizzato l’attenzione di tutti e azzerato la nostra azione internazionale.

I Paesi non toccati dalla paralisi della politica, come la Cina e l’India, non hanno forza sufficiente per avviare un’azione di contrasto alla crisi. La Cina vede con timore la propria economia andare fuori controllo, non rispondere più ai freni monetari, più volte azionati senza successo negli ultimi mesi, e teme lo scoppio di una bolla edilizia che metta fine a una crescita che, per oltre un decennio, è stata guardata dal resto del mondo con meraviglia e con invidia. L’India è alle prese con corruzione e inflazione, entrambe elevate. Brasile, Russia, Turchia e Sudafrica, Paesi dove l’economia e la politica sembrano «tenere», sono complessivamente troppo piccoli per fare massa critica.

In queste condizioni il rischio di un disordine monetario globale che porti con sé una grave debolezza dell’economia globale è sicuramente elevato, anche se vi sono ancora margini per azioni di contrasto. Come atto di normale prudenza, le banche centrali, i governi più lungimiranti e l’Unione Europea dovrebbero cercare di mettere a punto un «piano B», ossia un piano di emergenza da tenere nel cassetto. Nel caso di gravi perturbazioni nei mercati finanziari, tale piano potrebbe comportare la graduale e parziale sostituzione del dollaroccon una moneta «artificiale», un «paniere» di monete di cui il dollaro costituisca la parte prevalente ma senza l’indipendenza e la libertà di manovra di oggi. Naturalmente, le regole valutarie mondiali dovrebbero essere riscritte; del resto, successe nell’agosto di quarant’anni fa, quando gli Stati Uniti sganciarono il dollaro dall’oro senza alcuna consultazione. Potrebbe essere giunto il tempo di «riagganciarlo» a qualche cosa, di metterlo dentro un paniere, appunto.

La Stampa 31.07.11

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