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Ciampi: "A rischio il modello economico dell'Occidente", di Antonella Rampino

L’ex presidente della Repubblica e padre fondatore dell’euro: “C’è un difetto di capacità governativa. Occorre un ministro europeo dell’Economia”

«Ho visto che ancora oggi il buon Trichet ha fatto un intervento, molto duro, contro i governi che non fanno quel che devono». La voce del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi è dolce e colloquiale, ma suona nitida la preoccupazione. Che si allenta solo quando, al telefono dalla consueta vacanza nelle Alpi attorno a Siusi, dice «anche Juncker è nelle montagne italiane, lo scrivono adesso le agenzie di stampa». Non sfugge nulla, al Presidente emerito della Repubblica italiana, della tempesta finanziaria senza precedenti che scuote le due sponde dell’Atlantico. E che rischia di mettere a repentaglio l’euro di cui, con Helmut Kohl, Ciampi è il padre.

Presidente, lei è stato il primo a parlare, anni fa, della «zoppia grave e preoccupante» dell’Europa, ad avvertire che era pericolosa quella mancanza di coordinamento nella politica economica e di sviluppo. Adesso quella zoppia è diventata epocale, e zoppicano anche gli Stati Uniti, il motore dell’economia occidentale…
«E’ vero, sono tutte mancanze emerse ormai da anni. Dalla creazione dell’euro, si può ormai dire. Io dissi della zoppìa come di una cosa ovvia, e lo dissi anche in Parlamento. I responsabili politici che decisero l’istituzione dell’euro erano consapevoli che il sistema avrebbe avuto stabilità solo se accompagnato dalla costituzione di un centro di governo di politica economica. Invece, alla creazione di una moneta unica europea impostata come moneta di uno Stato federale si è risposto addirittura con la mancanza di collaborazione sul piano economico da parte degli Stati».

E’ a rischio il modello economico dell’Occidente, il capitalismo?
«E’ un pericolo che esiste».

E’ troppo tardi per rimediare?
«Troppo tardi è solo il titolo di un vecchio romanzo. Ma certo la crisi viene da lontano. All’inizio, nel 2008, sembrava interessare solo gli Stati Uniti. E invece si è progressivamente estesa all’intero sistema finanziario internazionale e alle economie della maggior parte dei Paesi industrializzati. E nonostante i numerosi interventi, né gli Stati Uniti né l’Eurozona riescono a superare quella che è la più grave fase di recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. La più grave per intensità, per durata, per gli effetti sulle politiche economiche e sociali, e per la tenuta dei governi di fronte alla difficoltà di definire strategie operative in grado di invertire l’andamento ciclico negativo».

Eppure, per quel che riguarda l’Italia, la Bce ha indicato all’Italia misure immediate. Ma Roma deve meritarsi quell’intervento di Francoforte a sostegno del debito pubblico?
«Mi pare che prima di ottenere gli aiuti dagli altri occorra anzitutto aiutarsi da sé».

Ma non è inusuale, pur se consona alla gravità della situazione, la lettera di «consigli» che Trichet e Draghi hanno inviato al governo italiano?
«Francamente, non so. Non si parla di ciò che non si conosce, e io la lettera non l’ho letta, ho solo visto lanci d’agenzia di stampa e articoli di giornale. Ma Trichet ha anche invitato gli Stati a creare un fondo di stabilizzazione, l’ha fatto duramente, e ha fatto bene».

E i governi d’Europa recalcitrano…
«Il punto è che davanti a una situazione di crisi epocale, strutturale, mancano provvedimenti strutturali. C’è un evidente scompenso tra diagnosi e terapia. E bisognava muoversi prima, rimediare a quella zoppìa. Ero convinto che una nuova generazione di governanti considerasse l’Europa come riferimento naturale, e che conseguentemente venissero adottate politiche istituzionali, economiche, sociali dirette a rafforzare l’Unione, nella consapevolezza che solo un’Europa più coesa e prospera può salvaguardare se stessa e le nazioni che la compongono. E invece alcuni Paesi hanno creduto che la soluzione di problemi antichi potesse essere realizzata trasferendone, sia pure in parte, il costo sugli altri Paesi. Hanno temuto di dover condividere con altri il benessere ottenuto grazie all’operosità e all’ingegnosità dei propri cittadini».

Ce l’ha anche lei con Angela Merkel, recalcitrante ad aiutare Grecia e Italia e che, secondo alcune indiscrezioni della stampa tedesca, ha provocato così la delusione di Helmut Kohl?
«C’è un difetto di capacità governativa. Chi più chi meno, magari un po’ meno il governante tedesco e di più l’italiano o lo spagnolo, ma hanno tutti mancato. E continuano a mancare. Lo si vede bene nell’emergenza, ma è un atteggiamento che viene da lontano. Governanti non lungimiranti che hanno assecondato timori, egoismi e populismi, spegnendo la spinta ideale di Adenauer, Monnet, De Gasperi, e poi di Schmidt, Mitterrand, Delors e Kohl. Helmut Kohl aveva le idee chiare, e modi di intervento adeguati e decisi. Fummo noi, insieme, a permettere il decollo della moneta unica e dell’Europa quando si trattò di fare l’euro».

Lo decideste in una storica conversazione del 1993, e senza pensare al consenso immediato, guardando con lungimiranza al futuro dell’Europa. Lo sa che c’è chi sostiene che se in questa crisi l’euro saltasse in fondo l’Italia starebbe meglio?
«Di stupidi ce n’è tanti. Stupidi, intendo, perché non competenti. Torniamo agli Stati nazionali? Benissimo, vediamo se si vive meglio o peggio, vediamo tra le singole nazioni quali ce la fanno e quali no… Ma è la zoppìa dell’Eurozona, la mancata realizzazione di un centro di governo della politica economica di tutta l’area dell’euro ad aver provocato la crisi di Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. E’ quello il punto da affrontare. E subito».

Serve un ministro dell’Economia europeo?
«Lo si chiami come si vuole, ma occorre un coordinamento della politica economica dell’Eurozona. Dobbiamo ricordarci sempre che se abbiamo un’Europa di pace è perché abbiamo un’Europa unita. L’Europa divisa, l’Europa della mia generazione, è un continente di guerre. Sono nato alla fine della Prima guerra mondiale e avevo vent’anni quando è scoppiata la Seconda. Non lo posso, e non lo voglio dimenticare. Le guerre non si combattono solo con le armi. Abbiamo fatto l’euro perché abbiamo vissuto la tragedia della guerra, ma anche la contrapposizione ideologica e militare che seguì, e che divideva gli Stati e i popoli».

Oggi tuttavia l’euro è a rischio. Quali sono i suoi consigli?
«A 91 anni, vivo ormai da lungo tempo lontano dalle decisioni operative. I governi e l’Europa decideranno. Ma di certo, in Europa come negli Stati Uniti, occorrerà ragionare con mente fredda e operare. Mai pensando al consenso politico immediato».

da www.lastampa.it

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