cultura

"Se i talk show restano al mare", di Massimiliano Panarari

La strage in Norvegia, la crisi delle Borse e i tumulti di Londra: il mondo trema, ma ai 19 milioni di telespettatori d’agosto la tv offre solo vecchi varietà, polizieschi e pellicole stagionate. Diciannove milioni di telespettatori, migliaio più migliaio meno, sono quelli che, in queste giornate di pienissima estate, compongono il pubblico televisivo. Certo, siamo distanti dall’esercito dei trenta milioni di telespettatori abituali che si registrano nei mesi invernali, ma stiamo comunque parlando di numeri ragguardevoli, e di quasi un terzo del popolo italiano. Così, mentre, giorno dopo giorno, con la rapidità a cui ci ha abituato il vivere nel Villaggio globale, da ogni angolo del pianeta ci piovono addosso notizie sconvolgenti, la tradizionale televisione generalista mostra l’encefalogramma piatto.

Ai tantissimi che in queste giornate e serate d’agosto (complice, non da ultimo, la crisi economica da cui molte famiglie sono state forzate a rinunciare alle ferie), restano a casa, il piccolo schermo di quella che è sempre stata anche una Repubblica fondata sulla tv offre un menù a base di riproposizioni di vecchi varietà, polizieschi con cani germanofoni, o stagionate pellicole (di cui si è perso il numero delle repliche) genere La principessa Sissi. Nel frattempo, la Norvegia è sconvolta dalle stragi del terrorista Breivik, i terremoti nelle Borse di tutto il mondo si susseguono senza sosta, Londra brucia a causa dei tumulti, e il telespettatore dei principali canali in chiaro nazionali (con la lodevole eccezione del tg e dei programmi de La7) non trova talk show, finestre informative, approfondimenti di alcun genere in grado di aiutarlo a comprendere un’attualità che muta alla velocità della luce, lasciandoci sempre più senza fiato.

È come se, nel mondo, e anche nella nostra nazione, fattisi indiscutibilmente e irreversibilmente liquidissimi e postfordisti, quella che si chiamava «tv di Stato» e il primo oligopolio privato ci proponessero un modello informativo fordista, di un’Italietta «chiusa per ferie». Un paradigma nostalgicamente fordista, in linea con un Paese che si paralizzava completamente ad agosto per santificare la chiusura di fabbriche e uffici e consentire lo sciamare dei gitanti sulle autostrade verso le località marittime, ma che nulla ha a che fare con l’Italia postmoderna nella quale viviamo.
E, men che meno, con la missione fondamentale dell’informazione che dovrebbe essere sempre «sul pezzo» in un pianeta unificato dalla comunicazione che in estate non va sicuramente in letargo, come le drammatiche e incessanti accelerazioni della Storia di questi giorni testimoniano. Alla faccia, si potrebbe aggiungere, di quanto sostenevano fino a non molto tempo fa i teorici neohegeliani della sua fine. Come conferma l’ultima relazione annuale dell’Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Rai e Mediaset rispondono in maniera ancora amplissima alla richiesta di intrattenimento e di informazione da parte dei nostri concittadini, totalizzando in un giorno medio il 78,6% dell’audience.

A qualunque osservatore che si sforzi di essere obiettivo, la centralità della televisione generalista in Italia appare, quindi, innegabile – anche se si sta (lentamente) affermando un pluralismo catodico (digitale terrestre) e mediatico (Web) – in primis sotto il profilo informativo, al cui riguardo, ci informa sempre Agcom, i nostri connazionali mostrano di prediligerla come mezzo per conoscere i fatti dell’attualità addirittura al 90% (contro il 65% degli americani). Si rivela, dunque, ancor più stridente e incomprensibile il deserto di offerta di informazione di queste giornate, che penalizza in particolare le fasce più deboli e meno abbienti del Paese, le quali soffrono di un deficit di news cui non possono sopperire con altri canali o tecnologie differenti.

Secondo il sociologo Manuel Castells, la comunicazione non è soltanto essenziale per formare l’opinione pubblica che deve controllare il sovrano e il potere politico (la famosa tesi di Habermas), ma produce direttamente «società», a maggior ragione, e in maniera davvero decisiva, nell’età postmoderna. La velocità e la complessità di eventi e immagini rilancia così l’importanza e l’indispensabilità – a dispetto di certi fans integralisti dell’orizzontalità assoluta della comunicazione – delle figure dei mediatori (giornalisti, conduttori, anchormen) ovviamente seri e non (quanto meno esageratamente) partigiani. E rende fondamentale la nozione di servizio pubblico – che è recentemente caduta un po’ troppo nel dimenticatoio – applicata al campo dell’informazione televisiva (del resto, si paga un canone proprio per questo, o no?). Il servizio pubblico di una nazione industriale (o postindustriale) avanzata, e che risente molto duramente dei colpi della tempesta finanziaria, non può dunque andarsene in ferie sic et simpliciter, come fossimo ancora varie ere geologico-televisive fa.

Una delle professioni più postmoderne (e delicate) che ci siano oggi non può permettersi, allora, di coltivare di sé un’idea parastatale e «da travet»; e non c’è (pur) legittima aspirazione all’ombrellone e al bagnasciuga o status contrattuale che tenga. Perché, nell’« estate Fine di Mondo» della globalizzazione che si fa realtà percepibile, raccontarla e aiutare a capire le persone che si siedono davanti al piccolo schermo rimanda a due concetti antichissimi, eppure irrinunciabili, se, come nazione, vogliamo rimanere – noi che siamo già un «sorvegliato speciale» sotto il profilo della trasparenza e dell’indipendenza dell’informazione una democrazia liberale. Quelli di interesse generale e di bene comune. E scusate se è poco.

La Stampa 12.08.11

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