attualità, politica italiana

"Senza governo", di Claudio Sardo

Un governo impreparato a tutto, per di più attraversato da forti conflitti interni, sta conducendo la nave Italia nella tempesta finanziaria. Pensavamo di aver toccato il fondo l’altra sera, quando Berlusconi e i suoi ministri si sono schierati al tavolo di fronte ai rappresentanti delle parti sociali. Allora anziché annunciare le misure anti-crisi, o delineare una plausibile strategia, o quantomeno riferire le disposizioni pervenute per lettera dalla Bce, hanno pronunciato parole confuse e generiche. Come se non ci fosse fretta. Come se i tempi della reazione potessero sopportare i rifiuti di Bossi, le riserve personali del premier, la sfiducia di
parte del Pdl verso Tremonti, i dubbi sempre più diffusi sul destino della legislatura. Ieri invece il superministro dell’Economia è andato oltre nel paludoso scenario della politica nostrana. Alle commissioni parlamentari riunite ha detto – questo sì – qualcosa di più rispetto al giorno precedente. Ha persino messo in fila una serie di disparati interventi, che il governo sta vagliando in queste ore per tagliare il deficit, o ridurre il debito, o aumentare la competitività. Ma intanto ad aumentare è stata solo la confusione. E la sfiducia verso l’esecutivo. Come dimostrano le reazioni delle opposizioni, di tutte le forze sociali e di parti non marginali della stessa maggioranza.
Tra stasera e domattina il consiglio dei ministri dovrà varare il primo decreto, destinato a raddoppiare il peso della manovra di bilancio da poco approvata in Parlamento. Se l’impronta resterà la stessa di allora, con i sacrifici a carico delle famiglie, dei ceti medi e dei settori più deboli della società, la sostenibilità è semplicemente impossibile. E la spirale della recessione diventerà una condanna. Il ministro dell’Economia è sembrato persino esserne consapevole. Tuttavia i suoi sondaggi su terreni inediti hanno trasmesso, anziché una propensione al dialogo, un senso di smarrimento. Cosa c’entra la riforma della Costituzione con i 20 miliardi di tagli che il governo deve approntare subito? Cosa c’entra la discutibile riforma dell’articolo 81 con la grottesca pretesa di modificare anche l’articolo 41? Perché accennare alla libertà di licenziamento o al taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, per poi dire che il governo non è d’accordo? Perché introdurre nel confronto già così drammatico l’ipotesi della soppressione delle festività del 25 aprile o del 1° maggio?
Le domande potrebbero continuare. Tremonti ha accolto la proposta del Pd sulla tassazione delle rendite finanziarie. In sede di replica, però, ha smentito ogni diplomazia distribuendo risposte stizzite a Bersani come a Bossi e Casini.
Si può andare avanti così? Può un governo in queste condizioni affrontare da solo l’emergenza? Ha una maggioranza numerica, non vuole l’aiuto delle opposizioni (come rivendicato da Tremonti),
ma oggettivamente non ha la forza per guidare l’impresa. Al Pd e al centrosinistra si chiede da più parti senso di responsabilità e patriottismo. Richiesta giusta. A cui non può non corrispondere
un comportamento adeguato all’emergenza.
Ma la responsabilità che manca è soprattutto quella del governo. Se avesse la credibilità necessaria, non ci avrebbe condotto fin qui. La crisi è certamente mondiale, tuttavia l’Italia è finita nell’occhio del ciclone anche perché il governo Berlusconi-Tremonti ha sbagliato molto, disarmando le politiche di crescita e scaricando furbescamente sul futuro governo quel risanemento dei conti di cui si era fatto vanto in Europa. Peraltro si tratta di un esecutivo molto indebolito (da contrasti politici, da sconfitte elettorali, da una coalizione parlamentare che si regge su transfughi e su un premio di maggioranza che non ha uguali in Occidente). È il patriottismo di Berlusconi ciò che manca di più.
Se intende andare avanti da solo, anziché favorire una comune assunzione di responsabilità di tutte le forze nazionali, sarà lui a scegliere la strada del conflitto politico. All’opposizione si può chiedere di tutelare l’interesse nazionale, non di rinunciare a costruire l’alternativa. Perché questa sì sarebbe una grave omissione democratica e un cedimento alle pressioni di chi non smette di lavorare per soluzioni oligarchiche.
L’impressione è che Berlusconi imboccherà questa strada solo per egoismo, per guadagnare tempo subordinando gli interessi del Paese ai suoi. Se questa sarà la scelta, c’è almeno da augurarsi che il governo rispetti quella solidarietà, quel patto tra le forze sociali, che costitusce oggi il solo appiglio nella tempesta. Guai se dovessero prevalere ancora nell’esecutivo le forze che hanno fatto della divisione sindacale, con l’emarginazione della Cgil, la loro filosofia. La falla stavolta lascerebbe l’Italia senza energie vitali. Non ci vuole molto per far saltare il tavolo: basta forzare sull’articolo 18, intervenendo per decreto anziché affidare all’autonomia delle parti il negoziato sull’aumento di competitività. E ci sono ministri animati da sacro furore ideologico. Se Berlusconi decidesse di sommare la linea della divisione politica a quella della frattura sociale, sarebbe la fine della coesione. Dunque, il disastro.

L’Unità 12.08.11

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“L’idea di far cadere di domenica la Liberazione e il 1° maggio è un’offesa alla nostra Storia” di Vittorio Emiliani

Fra il molto fumo sparso ieri Tremonti ha lasciato intravedere una misura di “risparmio”. Lo spostamento alla domenica di tre festività, ovviamente laiche, che possono cadere in giorni lavorativi: 2 giugno festa della Repubblica, 25 aprile festa della Liberazione dal nazifascismo e 1° Maggio festa del lavoro. All’algido superministro nessuna delle tre deve scaldare il cuore. Tantomeno a Berlusconi che, anzi, ne farebbe a meno da tempo. Bossi? Non si sa, è molto ondivago. A nostro sommesso avviso, se una delle tre si deve proprio accorpare ad una domenica, potrebbe essere il 2 giugno. Non perché la nascita della Repubblica sia poco importante, ma perché ci sembra che per l’identità, già tanto scossa, dell’Italia e degli Italiani, le altre due abbiano un più incisivo valore simbolico. Checché ne pensino i detrattori vecchi e nuovi dell’ antifascismo (le loro schiere servizievoli si sono ingrossate, con questo centrodestra ottuso come un muro), né la Repubblica né la sua bella Costituzione ci sarebbero senza la Liberazione nazionale dalla dittatura, senza quelle brigate partigiane che entrano in Milano – le prime dall’Oltrepò pavese guidate da Italo Pietra (Edoardo) futuro maestro di giornalismo, al Giorno e al Messaggero – snidando gli ultimi cecchini nazifascisti, senza quegli uomini mai retorici che impersonavano il «vento
del Nord» (altro che Lega). Da Parri a Longo, a Mattei, a Pertini, a Riccardo Lombardi.
Non c’è domenica che tenga. Il 25 aprile deve rimanere festa nazionale, ovunque cada. Nel riscatto, morale anzitutto, della Nazione italiana dall’abisso della dittatura, delle leggi liberticide e razziali, della guerra fascista hanno ruolo sia i repubblicani che i monarchici (non i Savoia, per loro colpa specifica, per difetto di coraggio). Hanno ruolo i partigiani delle “Garibaldi”, di GL, delle “Matteotti”, ma anche quelli “bianchi” delle brigate cattoliche e, in Piemonte, i “fazzoletti azzurri” monarchici. Hanno ruolo i numerosi militari italiani che risalirono la penisola combattendo duramente al fianco degli Alleati e, in nome di una Patria da loro mai considerata “morta”, i 32 mila ufficiali e i 600 mila soldati che rimasero nei lager dicendo “no” ad ogni adesione alla Repubblica mussoliniana di Salò. Le loro schede sono in archivio a Berlino e ancora stupiscono i tedeschi. E come rinunciare al 1° Maggio, festa mondiale che negli Usa, dove nacque, viene celebrata ogni primo lunedì di settembre? «8 ore di lavoro, 8 di svago,8 di sonno» fu la rivendicazione in Australia nel lontano 1855 e pioniere fra i minatori auriferi doveva essere uno dei Mille, Raffaello Carboni, giornalista e musicista. Le 8 ore vennero votate nell’Illinois nel 1866, senza esito pratico.
L’anno dopo Chicago fu invasa dai manifestanti. Non bastò. Nel 1884 la polizia sparò sugli operai seminando la morte: 8 anarchici, accusati senza prove della rivolta, finirono sulla forca o all’ergastolo. E fu la scintilla. Anche in Italia si doveva scioperare per conquistare quella festa. La spallata decisiva di massa venne dallo sciopero del 1890. Chi non poté scioperare, per protesta, si presentò in fabbrica vestito dalla festa. Successe a Voghera dove un giornalista socialista, Ernesto Majocchi, diede versi di lotta all’incalzante coro dell’”Ernani” verdiano. L’anarchico Pietro Gori aveva già trasformato il «Va’ pensiero sull’ali dorate» in «Vieni o maggio, t’aspettan le genti». Dal 1891 fu festa di tutti. Fissata da Pellizza da Volpedo nella tela del Quarto Stato in marcia. Subito abolita, nel 1925, da Benito Mussolini, essa rimase nel cuore di quanti, sfidando il regime, riuscivano sempre ad esporre, anche a Predappio patria del duce,un drappo rosso. Tornò dopo il 25 aprile ’45. Perché dovremmo farla traslocare in una qualsiasi domenica?

L’Unità 12.08.11

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“Le festività “civili” spostate alla domenica per avere più produttività. E sui licenziamenti facili rivolta della Cgil”, di Luisa Grion

Niente festa della Liberazione, stop ai cortei del Primo di maggio, fine della sfilata del 2 giungo e soprattutto basta con i «ponti». Per uscire dalla crisi ogni strada è buona, anche quella che passa attraverso l´abolizione delle festività civili. Lo ha detto ieri il ministro Tremonti durante l´audizione alle Commissioni parlamentari: «C´è un modo tipicamente europeo per aumentare la produttività – ha suggerito – accorpare le festività sulle domeniche, tranne quelle religiose che sono oggetto di trattato». E fin qui il messaggio è chiaro: il rinvio della festa probabilmente si farà.
Meno chiara invece l´altra ipotesi – molto più pesante – buttata lì dal ministro parlando della lettera inviata al governo italiano dalla Bce. Per quanto riguarda la materia del lavoro – ha raccontato – «c´è la spinta a una contrattazione a livello aziendale e al superamento di un sistema centrale rigido. E poi formule, come dire, piuttosto critiche come licenziamento e dismissione del personale, compensato con meccanismi di assicurazione e di migliore o più felice collocamento sul mercato del lavoro». «Non è detto – ha precisato il ministro – che tutto questo sia parte della condivisa attività del governo».
Il dubbio, comunque, resta e mette in allarme il sindacato, molto più preoccupato da questa tema che da quello delle feste. La Cgil ha inviato un documento ai colleghi: «Chiediamo a Cisl e Uil uno straordinario impegno unitario per contrastare la politica unilaterale di attacco ai ceti deboli e al lavoro che è fulcro della manovra economica che si accinge a varare il governo» sta scritto. E il sindacato non ha ancora rinunciato a ipotizzare lo sciopero generale se la manovra sarà “iniqua”. La partita sarà giocata al tavolo fra governo e parti sociali annunciato due giorni fa dal sottosegretario Letta, ma in attesa di aprirlo la tensione sale.
Per quanto riguarda invece lo spostamento alla domenica successiva dei festeggiamenti per il 25 aprile, il 1 maggio e 2 giugno (tutte le altre festività hanno origine religiosa) va detto che l´annuncio non ha generato molto stupore. I dubbi che il rinvio serva davvero sono molti, ma l´idea in sé non è nuova: basti ricordare tutte le polemiche scoppiate lo scorso primo maggio riguardo all´apertura dei negozi nei centri storici delle grandi città. O ancora al dibattito che accompagnò la decisione di festeggiare i 150 anni dell´unità nazionale (17 marzo festa nazionale straordinaria, varata per decreto e compensata dal fatto che per quest´anno il 4 novembre non sarà pagato come festività soppressa).
«Lavorare tre giorni in più non cambierà le cose – commenta Michele Gentile, responsabile per la Cgil del settore pubblico – guarda caso si vanno però a tagliare proprio quelle feste che rappresentano la memoria laica del Paese». Stessa linea anche per Giuliano Cazzola del Pdl: «Di festività civili ne sono rimaste poche e sarebbe proprio il caso di celebrarle visto che si tratta del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno». «Magari – specifica Cazzola – potremmo cominciare ad abolire la festività del santo patrono, che è diversa in ogni comune della penisola». Decisamente contrarie le agenzie di viaggio e il turismo: «Così sì azzoppa un´abitudine sempre più in voga che vede molti turisti approfittare dei ponti festivi per fare vacanze brevi» commenta la Fiavet-Confcommercio.

La Repubblica 12.08.11

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