attualità, economia, politica italiana

«Mutamento epocale. E il ceto medio è finito», intervista ad Aldo Bonomi di Laura Matteucci

Per il sociologo i tre pilastri del Novecento – economia, politica, società – hanno ormai raggiunto distanze siderali fra loro. E non è cosi che si rimettono insieme. Nessuno ha capito che siamo alla fine di un’epoca. Questa manovra mette definitivamente in crisi il ceto medio e ci consegna un nuovo ragionamento sulle classi sociali, di cui la politica dovrebbe innanzitutto occuparsi. Dopo vent’anni, il ciclo liberista è finito. E questi sono i risultati». Il sociologo Aldo Bonomi, studioso del territorio e delle trasformazioni sociali, parla di
«mutamento epocale» e di «dimensione post-bellica». I tre pilastri del Novecento – economia, politica, società – hanno ormai raggiunto distanze siderali tra loro, la chiave di volta sta nel cercare di rimetterle insieme. A partire da quel (poco) che rimane. Il ceto medio come ultimo baluardo della società del Novecento, sfiancato dall’ennesima manovra che insiste sui redditi e grazia i patrimoni? «Sono vent’anni di liberismo ad aver prodotto questo risultato. E le varie manovre che si sono susseguite in particolare dal 2008, dall’inizio della crisi, ci consegnano una società completamente cambiata. Dopo aver spremuto gli operai – la rappresentazione dei quali è la Fiat con i conflitti sul modello contrattuale – gli impiegati del pubblico impiego ormai in grave difficoltà, e i giovani delle partite Iva, adesso si dà l’ultima pennellata ai ceti medi, che sono sempre stati l’asse di equilibrio della nostra società, e che adesso entrano in una crisi definitiva. Anche perchè in passato il risparmio delle famiglie riusciva a risolvere situazioni che ormai nonarriva più a rattoppare. Il ceto medio, con tutti i lavoratori autonomi di prima e seconda generazione, dagli artigiani a chi lavora nei servizi, è diventato il soggetto ultimo cui chiedere risorse. Mentre si consuma anche la crisi del welfare state, così come è stato prodotto nel Novecento e come siamo stati abituati a conoscerlo». Il welfare, un’altra vittima della manovra. «La sua crisi è l’anima nera di questa operazione. Si ritrova nei tagli alle Regioni e agli Enti locali, perchè il welfare è lì che precipita. Mi lascia molto perplesso che si pensi di risolvere il problema passandosi il cerino, che prima o poi è inevitabile arrivi vicino alla benzina. Se ci guardiamo in giro, e penso soprattutto all’Inghilterra, dobbiamo prendere atto che il luddismo dei ghetti è un serio, grande problema.Chenoi finora siamo riusciti ad evitare. Finora». L’erosione del welfare, dei diritti in senso generale, prosegue però da anni. «Senza dubbio, ma finora l’abbiamo letto in una dimensione corporativa: anche le forze politiche si sono occupate della difesa chi degli operai, chi del ceto medio e così via. Mi pare che ora il problema sia complessivo e sia arrivato al capolinea, questo è il nodo vero: quanto del welfare e della dimensione del sociale resterà ancora in piedi dopo questo passaggio».
Altre perplessità? «Mi chiedo, fatti salvi tutti gli aggiustamenti finanziari che ci chiedono i sacerdoti della tripla A, se riusciremo ad avere ancora un tessuto produttivo capace di generare reddito. Se questa manovra mette in crisi anche il nostro sistema produttivo, sarà davvero dura uscirne». In altri termini non parla di crescita, è
depressiva. «Rischia fortemente di esserlo. Spero che le forze sociali pongano seriamente il problema, perchè vorrei capire quando e come si passa dall’emergenza al progetto. La tassa di solidarietà per che cosa e per chi è? Per ora mi sembra una manovra tutta inserita nei parametri richiesti dalla finanza. Ma non è affatto chiaro come possa innescare dei processi virtuosi, che mantengano la coesione sociale e puntino allo sviluppo». Mantenere la coesione sociale dovrebbe essere un problema innanzitutto politico. «Non siamo arrivati all’Inghilterra, e nemmeno alle banlieues parigine, però mi sembra chiaro che nei prossimi mesi la politica dovrà lavorare molto sulla coesione sociale. Dovrà mettere insieme economia e società, cercando di ricostruire un modello di sviluppo e di crescita che rimetta insieme i cocci, un modello per il futuro, da trasmettere ai giovani». Ma se si è chiuso il ciclo ventennale liberista, che in Italia ha coinciso col dominio berlusconiano, la fine investe anche la politica: questo ceto politico è in grado di governare una fase di passaggio così profonda? «La cultura di riferimento di questo ventennio è stata permeata dall’individualismo proprietario, con l’idea che siamo da un lato tutti proprietari, e dall’altro tutti consumatori. Certo che è finito anche un ciclo politico, al di là delle pezze che cercano di mettere. È finito anche a livello europeo, e pure a livello mondiale, perchè tutti abbiamo capito che l’economia e la politica stanno ridisegnando gli spazi tra Usa e Cina. Non è che possiamo stare fermi ad aspettare che la Bce ci detti le regole: non so quali saranno i soggetti, ma di certo la politica deve riuscire ad interpretare un’epoca nuova, una società nuova, ed avere una visione economica adeguata a quello che verrà».

L’Unità 14.08.11

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“Gli albergatori: senza feste, il Paese perde 6 miliardi”, di Andrea Carugati

Addio al tutto esaurito dei ponti festivi, occasione di “partenza” per gli italiani in questo periodo di crisi nel quale si rinuncia alle vacanze lunghe. E così la manovra diventa un boomerang. Eccola qui la manovra depressiva. Non solo per le tasse e i devastanti tagli al welfare che comprimeranno la domanda interna.
L’abolizione delle festività laiche, a partire da 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, darà un altro formidabile colpo al nostro già sofferente turismo, quello che in teoria potrebbe essere, ancora, uno dei volani della nostra economia. Gli addetti del settore sono sul piede di guerra. Federalberghi parla di un «colpo basso per il turismo» e snocciola numeri inquietanti sulle perdite che, dall’anno prossimo, si abbatteranno su un settore già in crisi: 6 miliardi di incassi in meno è il conto dell’abolizione dei tre ponti di primavera-estate. Due miliardi per ogni ponte. Secondo le stime di Federalberghi, basate sugli ultimi tre anni, 25 aprile e 1 maggio muovono ciascuno 6 milioni di turisti, mentre il 2 giugno, coi primi bagni al mare, arriva a 8,5 milioni. Circa 20 milioni di persone in tutto. Numeri che rischiano di precipitare, se non di sparire del tutto. «Le vacanze brevi durante l’anno sono una grossa fonte di fatturato», spiega Bernabò Bocca, numero uno di Federalberghi. «Storicamente, infatti, i vacanzieri che si muovono per questi ponti restano in Italia». E attacca: «Pur coscienti che bisogna “tirare la cinghia”, prevedere per legge una perdita sicura per l’economia ci sembra come “pagare più la salsa che il pesce».
Sulla stessa linea il presidente di Confesercenti Marco Venturi, che parla senza giri di parole di «abolizione» delle festività non religiose. «È evidente che lo spostamento alla domenica significa un’abolizione. Ed è altrettanto chiaro che le persone non vanno in vacanza se non c’è almeno un giorno in più rispetto al fine settimana». «È un altro colpo al turismo, un grave errore, siamo molto preoccupati», incalza Venturi. «Da parte del governo si continua a pensare che l’Italia, in quanto Belpaese, non abbia bisogno di incentivi al turismo. E così perdiamo anno dopo anno posizioni nel mondo tra i paesi a più elevato afflusso turistico: fino a pochi anni fa eravamo al vertice, ora siamo al 7° posto. Abbiamo posto più volte il problema, ma non ci hanno mai ascoltati. Eppure veniamo da anni di crisi, perché le famiglie,mse devono rinunciare a qualcosa, è naturale che facciano a meno di un viaggio».
Non è solo una lagnanza di tipo corporativo. Basta guardare ai numeri del turismo di questa estate 2011 per capire che aria tira. Secondo i dati di Fipe- Confcommercio, quest’anno 35 milioni di italiani non hanno fatto e non faranno ferie estive. Ben 2,8 milioni in più dell’anno scorso. Un’estate «orribile», dunque. I dati dell’ultima Pasqua descrivono un quadro analogo. Calo di vacanzieri, che ha colpito persino un settore trendy (e che aveva visto aumenti notevoli negli ultimi anni) come gli agriturismi: -8%secondo i dati di Agriturist. Numeriche avevano spinto le associazioni di categoria a lanciare l’allarme già 4 mesi fa, proccupati proprio dalla carenza di ponti primaverili di quest’anno. Ora arriva il «colpo» della manovra.
Con la cancellazione per legge dei ponti di primavera. E gli operatori del turismo, già fiaccati da questa stagione, vedono nuove nubi all’orizzonte. «L’Italia – accusa il presidente di Federalberghi Bocca – è un Paese che dovrebbe vivere di turismo, molto spesso ciò non viene tenuto in debita considerazione».Ed è assai paradossale che solo pochi giorni il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla abbia varato il Comitato per lo sviluppo delle politiche per l’accoglienza con un apposito decreto. Obiettivo: creare «opportune sinergie» tra i principali protagonisti della filiera e utilizzare «in maniera efficiente ed innovativa» le risorse disponibili. Il ministro spiegava, in quell’occasione, che «la fase più difficile della crisi è alle nostre spalle». «Ora è tempo di agire anche sulla qualità, analizzando i punti di forza e i punti di debolezza del nostro sistema, per fondare la ripresa su basi ancora più solide». Parole pronunciate prima che prendesse corpo la manovra bis. E chissà cosa diranno ora, gli imprenditori riuniti nel comitato, all’ottimista ministra dopo l’ulteriore botta da 6 miliardi per decreto…

L’Unità 14.08.11

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