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"La ricetta per uscire dalla crisi: una politica europea più forte", di David Sassoli

Un sistema internazionale governato dalle sole regole del mercato può avere gravi conseguenze sociali oltre che economiche. Per questo è importante completare la costruzione del progetto Ue. La lettura mattutina dei giornali non lascia scampo alla sgradevole sensazione di vivere alla giornata in un Paese che continua a perdere tempo. Ela sensazione è forte, sempre piu diffusa perché ci siamo accorti all’improvviso di vivere in un tempo in cui non c’è più tempo. Fino a ieri potevamo rinviare scelte e decisioni e così è stato. Potevamo farlo perche vivevamo di rendita, come i baroni dell’età feudale. Oggi ci accorgiamo che nel mondo globale di rendita non si vive più, che dall’altra parte del mondo si cresce a ritmi vertiginosi, che i Paesi in via di sviluppo che non abbiamo aiutato si stanno rivolgendo ad altri, che all’ordine del giorno non c’è piu la sopravvivenza di un sistema, ma l’avvento di un ordine mondiale che può fare a meno di noi. Di noi italiani, europei e statunitensi. Per la precisione, di quel miliardo di persone che vivono nel Nord sui sei miliardi e passa di cittadini che abitano il pianeta. Il Nord del mondo, insomma, sembra raccogliere quello che ha seminato. D’altronde, dimostriamo di avere paura di tutto: delle sfide dei grandi mercati, dei Paesi che chiedono democrazia, degli immigrati che vengono da noi e dovrebbero essere considerati una risorsa preziosa. Governare un grande Paese come l’Italia significa anche aiutarlo a definire quale può essere il suo contributo in quest’epoca di passaggio. «Stiamo uscendo dalla preistoria», come annunciava durante la prima mondializzazione Jean Jaurès alla fine del XIX secolo? È presto per dirlo. Di certo dobbiamo lasciarci alle spalle il passato, con tutte le dottrine ed i dogmi che credono di cristallizzare il tempo, il pensiero e la vita. La libera ed incessante circolazione finanziaria ci ha già cambiati e continuerà a farlo. E lo stesso vale per l’informatizzazione mondiale, cresciuta a dispetto dei nostri investimenti. Con che diritto potremmo dettare linee di condotta quando i paesi usciti dal sottoviluppo lo hanno fatto senza di noi e quelli che adesso vogliono uscirne hanno la possibilità di agganciarsi alle nuove economie senza chiedere nulla ad un Nord ancora prigioniero di mentalità coloniali? Il rapporto tra la Cina ed i Paesi africani è eloquente e sempre piu stretto. Da quelle parti l’Europa è fuorigioco, e lo stesso vale per gli Stati Uniti.
In altre epoche abbiamo governato le crisi dettando le nostre regole, oggi non possiamo più farlo. La crisi dobbiamo tamponarla certo, e per la nostra sopravvivenza si tratta della premessa ad ogni altro discorso. Ma senza riscoprire il valore dell’intelligenza e della speranza l’Europa dei governi non ce la farà.
Per l’Italia poi, è chiaro a tutti quanto l’attuale governo sia fuorigioco e senza punti di riferimento. Aver abbandonato l’Europa negli ultimi tre anni ha marginalizzato il nostro Paese. Quali amici abbiamo nel nostro Continente? Oltre agli interventi necessari ad affrontare la dura contingenza, c’è anche altro su cui impegnare il Paese. Per non restare con lo sguardo fisso al passato in uno stato di fatalità occorre rivolgere l’occhio verso un nuovo orizzonte. La dimensione globale non è più una scelta. Se la globalizzazione ha gia mandato in soffitta le politiche economiche nazionali, anche quelle “continentali” cominciano a risultare strette. Gli Usa ne sono l’esempio. Occorre partire, dunque, dalla consapevoleza che siamo pezzi sparsi in un mondo che ha bisogno di nuove regole.Unsistema internazionale e transnazionale, governato dalla sola legge del mercato può essere di estrema brutalità. Ecco perché ci sarebbe bisogno di più Europa e di quella riserva di valori – giustizia, uguaglianza, solidarieta, democrazia – in grado di offrire regole e umanità a governance globali. La finanza lasciata correre senza freni può escludere coloro che non sono competitivi. La globalizzazione senza governo, inoltre, rende fragili anche i legami sociali: l’estrema competitivita mette gli uni contro gli altri, gli svantaggiati contro gli avvantaggiati.
Incapace di alzare lo sguardo, abbiamo un governo che cerca solo di mettere toppe. E dopo, cosa ne sarà del nostro Paese? L’Italia è da rifare. Basta guardarla da vicino o da lontano per capire quanto la sua struttura sia arrugginita. Burocrazia, sanità, giustizia, istruzione, ricerca, infrastrutture sembrano i capitoli di un libro che i processi di globalizzazione giudicano ancora più ammuffiti.
Dal “piccolo” al “grande” serve mutare ottica. E dobbiamo riprendere anche a fidarci degli altri se vogliamo uscire dalla spirale di paura che ci paralizza. Un esempio: il Mediterraneo è il nostro spazio vitale. Qual è il contributo italiano? Avremmo avuto bisogno di attività diplomatiche di alto profilo per accompagnare le rivoluzioni arabe, ma nulla è stato fatto. Uno sviluppo mondiale integrato, per non restare marginalizzati deve partire da ciò che è nelle nostre possibilità. Se le risorse della natura sono ormai limitate servono piani di spartizione che non possono prescindere da una ripartizione della miseria. Altrimenti continuerebbe il “tutti contro tutti” e il “tutti contro di noi”.
Forzare il destino e inventare una società che grazie a tutti possa battere le forze della sventura: oggi è ragionevole pensarla, quella società, forse anche grazie alla crisi. È la scommessa della nostra generazione e possiamo anche vincerla.

*Presidente Delegazione Pd Parlamento Europeo

www.unita.it

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