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"Quella norma da cancellare", di Guglielmo Epifani

Dopo l’approvazione del decreto legge del governo tutta l’attenzione si è rivolta ai temi della sostenibilità sociale ed economica della manovra, della sua equità, della sua efficacia per contrastare l’andamento dei mercati e mettere al riparo il nostro Paese. Troppo poca attenzione invece, si sta dando a quella parte del decreto che interviene direttamente nella sfera della autonomia degli accordi tra le parti sociali. Il tema in realtà è di assoluta importanza e merita di essere discusso, affrontato in modo esplicito e trasparente. Il ministro Sacconi ha provato a spiegare l’inserimento di questa normacon l’esigenza di ridurre il peso dell’intervento legislativo e favorire quello di natura pattizia tra le parti sociali. Quello che Sacconi ha fatto è esattamente il contrario. È intervenuto senza che le parti glielo chiedessero proprio sul cuore dell’azione rivendicativa di sindacati e imprese: il rapporto tra il primo e secondo livello di contrattazione. Ha cambiato a suo modo i contenuti dell’accordo del 28 giugno tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria dal quale ha fatto sparire la funzione sovraregolatrice del contratto nazionale e nel quale ha inserito la materia di per sé esplosiva dell’articolo 18. Ha reso infine retroattive queste norme per favorire la posizione della Fiat nelle sedi giurisdizionali in cui è stata portata dai ricorsi della Fiom. Il decreto per altro non ha nessun carattere di urgenza e il suo tratto autoritario appare ancora più evidente se si pensa che la maggior parte dei settori imprenditoriali non ha al momento firmato alcun accordo con Cgil, Cisl, Uil. È evidente in tutta la sua portata la strumentalità della scelta e le divisioni che può portare. In un sistema bipolare occorre avere la massima attenzione per l’autonomia della sfera dei rapporti tra le rappresentanze sociali, anche come fondamento della loro libertà e della loro responsabilità. In ogni caso un governo non può che essere arbitro rispettoso dei contenuti delle scelte che le parti compiono. È necessario che Confindustria da un lato, Cisl e Uil dall’altro non sottovalutino la portata di questo atto e le conseguenze negative che può avere per il futuro. Quel testo non può essere emendato,mava cancellato nella conversione parlamentare. Il tema naturalmente interroga anche le forze politiche a partire da quelle di opposizione. Qui non ci possono essere incertezze ed è necessario che facciano sapere al più presto il loro punto di vista in modo da sostenerlo nell’iter parlamentare. D’altra parte la strumentalità della scelta del governo risalta anche da un altro fatto: l’unica cosa che doveva fare attraverso la legge è esattamente quella che non ha fatto. La misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali, contenuta nell’accordo di fine giugno resta priva di una soluzione legislativa. Ma tra strumentalità, approssimazione, messa in discussione dell’equilibrio tra primo e secondo livello e del diritto fondamentale come la garanzia in caso di licenziamento senza giusto motivo non si fa molta strada: si prepara confusione, disordine, conflitto: tutte cose che non servono al Paese, ai lavoratori e alle imprese tanto più in una fase come quella che stiamo attraversando

da L’Unità

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