attualità, pari opportunità | diritti

"Le pene alternative riducono i reati", di Mario Marazziti

Carcere d’agosto. Record storico del sovraffollamento, 67 mila detenuti e 39 suicidi dall’inizio dell’anno. A centinaia sono stati salvati un attimo prima che fosse troppo tardi. Per sovraffollamento e riduzione di fondi: soltanto 3,15 euro a disposizione per il vitto giornaliero. Meno della metà di pochi anni fa per ciascun detenuto.
Nell’ultimo anno 9 mila reclusi in più e mille agenti in meno. Organici sotto di 6 mila unità. Puglia, Emilia Romagna e Campania vicine al cento per cento di sovraffollamento (Poggioreale 2.695 detenuti per 1.385 posti. Ma anche San Vittore conta 1.460 presenze in celle che ne devono ospitare 930). Si tiene aperta la porta delle celle per includere corridoi e aree comuni nella metratura «pro capite» e non incorrere nelle sanzioni di Strasburgo per maltrattamenti. Altre carceri esistenti restano chiuse per mancanza di personale.
Ma c’è una buona notizia: se si esce prima di prigione non si commettono più reati, ma di meno. La cattiva notizia è che invece se si resta fino alla fine della pena, con piani di reinserimento sociale sempre più rarefatti, una volta liberi si commettono nuovi reati, e si ritorna di più in carcere.
Ma come? Non c’era stata un’onda di recidive dopo l’indulto? No. C’era stato solo un gigantesco aumento della quantità di notizie di cronaca nera nell’informazione italiana, con crescita di senso di allarme: notizie triplicate nei tiggì e nell’informazione scritta, nell’anno successivo all’indulto. La notizia vera non è stata ancora data.
Il carcere italiano, in realtà, nonostante gli sforzi dei responsabili, produce recidive: 68,45 per cento. Al contrario, quanti hanno usufruito dell’indulto sono caduti in recidive nel 33,92 per cento dei casi, la metà. Alla fine del 2008 a tornare in prigione era stato il 29,14 per cento dei beneficiari dell’indulto. A guardare in profondità, il dato è ancora più eclatante: chi ha usufruito dell’indulto provenendo da misure alternative (comunità terapeutiche, arresti domiciliari e altro) è caduto in recidive nel 22 per cento dei casi, tre volte di meno dei normali detenuti che hanno scontato tutta la pena. E una parte dei reingressi non è dovuta a nuovi reati, ma a condanne definitive per vecchi reati, arrivate però dopo. Paradossale? È solo la realtà. È necessario cambiare. Per uscire da una bancarotta giudiziaria, finanziaria e umanitaria non degna di un Paese di grande cultura giuridica e di una democrazia consapevole.
Letti a castello anche tripli in alcuni «bracci», autolesionismo e pena di morte strisciante per suicidi e per mancanza di cure adeguate a livelli imbarazzanti, condizioni di lavoro del personale carcerario rese più difficili da carenza di numero e assenza di mezzi non creano maggiore sicurezza. Sono una patologia. Se due detenuti su tre rientrano in carcere e la criminalizzazione eccessiva aumenta il numero dei soggetti a rischio di reclusione, non è una sorpresa che in soli tre o quattro anni — con l’aggiunta della crisi economica — si sia creata una accelerazione nel numero dei carcerati che non ha precedenti nella storia d’Italia. E che non ha nessuna corrispondenza con il tasso di criminalità: in calo da due decenni per la maggior parte dei reati.
Occorre allora partire dalla crisi del sistema per scelte semplici e coraggiose. Amnistia per i reati meno gravi e uscita anticipata per chi si trova a fine pena. Misure alternative per tutti i malati gravi e le persone in età avanzata che faticano ad accedere alle misure sanitarie garantite dal sistema sanitario nazionale, anche per la carenza di mezzi e di personale. Depenalizzazione e introduzione di misure alternative e socialmente utili per reati che non mettono a rischio la collettività e che non necessitano della reclusione, come pure per i reati lievi che rischiano, con il carcere, di rendere abituale la consuetudine e la familiarità con comportamenti devianti. Introduzione dell’idea di «risarcimento sociale» all’interno del processo e del patteggiamento, evitando di ridurre la sanzione alla sola pena detentiva e al «dopo processo», anticipando così la riabilitazione già nella fase processuale, creando una convergenza di interessi tra offeso e autore dell’offesa. Utilizzo e rafforzamento della Cassa delle ammende (che si autoalimenta) per la riabilitazione e il reinserimento sociale e non come palliativo per interventi edilizi nelle prigioni esistenti.
Si può utilizzare la crisi per umanizzare subito e costruire il futuro.
Portavoce Comunità di Sant’Egidio

Il Corriere della Sera 19.08.11

Condividi