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"Le due guerre di Libia" di Lucio Caracciolo

La fine del regime di Gheddafi segna l´inizio della vera lotta per il potere in Libia. La liquidazione del despota era il punto di fusione delle molte anime della ribellione. Ora si tratta di stabilire chi e cosa succederà al duce libico. Operazione non rapida e certamente sanguinosa: pur privato delle leve del potere, Gheddafi non sembra disposto a sgombrare il campo senza incendiarlo, ricorrendo ovunque possibile all´arma estrema della guerriglia.

Il regime non può più governare la Libia, ma non rinuncia a distruggerla. Dalle macerie della dittatura fiorirà uno Stato unitario, più o meno assimilabile a una democrazia, con un leader eletto e riconosciuto da tutti i cittadini libici (pur se non sappiamo chi e quanti sono, in assenza di un censimento)? Oppure sarà guerra civile permanente? O il pendolo della storia si fermerà in qualche punto intermedio fra i due estremi?
Di sicuro, per ora, c´è che il vecchio regime sta sbriciolandosi e che milioni di libici festeggiano, liberi finalmente di immaginare una vita migliore. E mentre si dedicano a stroncare le sacche di resistenza degli ultrà gheddafisti – o dei disperati che non sanno a chi arrendersi senza rischiare la pelle – gli insorti già pensano a determinare i nuovi rapporti di forza. Chi fra loro comanderà, su quali territori e risorse, secondo quali regole o equilibri?
In attesa che la polvere delle opposte propagande si depositi per aprire lo sguardo sull´orizzonte futuro, qualche illuminazione possiamo forse trarla dal modo in cui l´edificio gheddafiano si sta schiantando.
C´è un tratto comune nella fine di ogni tiranno: la perdita del senso della realtà. Come altri dittatori accecati dal potere, anche Gheddafi si era costruito un universo irreale. Quasi a immaginarsi eterno e invincibile. L´eco di tale paranoia risuona negli appelli lanciati durante la battaglia di Tripoli, a invocare una ad una brigate fantasma, tribù ormai convertite alla causa della vittoria, milizie popolari di questo o quel quartiere, che un tempo sarebbero scattate in massa all´appello del qaid, inconcussa guida della rivoluzione, ma che ora aspettavano solo la fine del massacro.
Gheddafi era da tempo un cadavere politico. La rapidità dell´avanzata finale su Tripoli, in cui non è peraltro difficile scorgere la mano professionale dell´intelligence e di forze speciali occidentali, conferma che il regime era marcio. Le sue architravi erano tarmate e usurate. In retrospettiva, i sei lunghi mesi di guerra – non i pochi giorni pronosticati in Occidente sull´entusiasmo dell´insurrezione di Bengasi – sono non tanto il prodotto della resistenza di Gheddafi, quanto delle divisioni tra chi ambiva ad abbatterlo per prenderne il posto.
Abbiamo assistito finora a due guerre parallele. Una calda e sanguinosa, tra i ribelli della Cirenaica e i loro alleati in Tripolitania e nel Fezzan, che con il sostegno delle potenze occidentali puntavano a finirla con il regime per aprire una nuova pagina nella storia della Libia. L´altra prevalentemente fredda e sotterranea, ma talvolta violenta (vedi il misterioso assassinio del generale Younes), fra le assai eterogenee componenti della coalizione anti-gheddafiana: islamisti e laici, conservatori e progressisti, esponenti tribali o di gruppi etnici particolarmente oppressi dal regime, berberi in testa. Unico fattore comune, la più o meno antica matrice gheddafista dei capi del Consiglio nazionale di transizione.
In questo senso, il crepuscolo del colonnello può essere descritto come la progressiva e sempre più rapida diserzione dei suoi accoliti. Quasi un prolungato, strisciante colpo di Stato – avviato ben prima della rivolta di Bengasi – di chi si rendeva conto di non aver più nulla da guadagnare dal regime e perciò lo abbandonava. Perdendo foglia dopo foglia, la pianta del regime si è spogliata fino a esibire la radice ormai esausta: il colonnello e i suoi figli.
Il pericolo non è solo che da quella pianta morente emanino ancora veleni mortali, sotto forma di guerriglia, attentati, colpi di mano dei nostalgici del vecchio regime, a Tripoli come nella Sirtica o nel Fezzan. È soprattutto che la coalizione prodotta dalla necessità di eliminare Gheddafi si scopra troppo incoerente, che gli interessi particolari – tribali, etnici, regionali – prevalgano sulla necessità di costruire finalmente istituzioni libere nella Libia riunita. Un avvitamento di tipo iracheno, se non somalo. D´altronde, le performance del gruppo di Bengasi non sono incoraggianti quanto a capacità politiche e di gestione. Né si deve dimenticare che l´assalto finale a Tripoli è venuto principalmente dall´Ovest e dalle montagne a prevalenza berbera, con il fronte orientale bloccato a Brega. Non sarà facile ricucire le antiche rivalità e le diffidenze fra tripolitani e cirenaici, o fra arabi, berberi e neri (questi ultimi assai compromessi col regime).
La speranza è che la fine della dittatura sia anche l´inizio della pacificazione fra le genti libiche e della costruzione di uno Stato unitario che non esiste, se mai è esistito. Per fortuna, la storia ha spesso più fantasia di chi prova a interpretarla. Le potenze europee ed atlantiche non possono comunque sottrarsi alle responsabilità che hanno voluto assumersi nel conflitto libico. Scesi in campo per un´improbabile “guerra umanitaria” – di fatto per cambiare il regime – la tentazione degli occidentali è di cantare vittoria, spartirsi le spoglie energetiche e tornare a occuparsi dei fatti propri. In tal caso la sconfitta è assicurata. Sconfitta dei libici che sperano in un futuro di pace, benessere e libertà. Ma anche di noi italiani ed altri europei che li avremo, come d´abitudine, usati e traditi.

La Repubblica 23.08.11

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“L’OCCIDENTE AIUTI LA PRIMAVERA ARABA O VERRÀ L’INVERNO”, di Luigi Bonante

Davvero strana questa nostra età, nella quale non possiamo neppure festeggiare l’avverarsi di un desiderio comune a quasi tutto il mondo, e che per materializzarsi ha comportato un vero e proprio massacro, tanto più doloroso perché sostanzialmente inutile. Vorremmo almeno che la parabola di Gheddafi fosse di insegnamento per un altro dei dittatori che ancora credono che sia sufficiente sparare sulla folla per piegarla e conservare il potere: è di Assad che ora si tratta, il quale non può promettere oggi elezioni per l’anno prossimo: e prima di allora? Ci sarà di libertà di stampa
e di discussione, le opposizioni potranno farsi sentire, il dibattito politico sarà possibile? Non riusciamo ancora a capire, in questo anno che ha ormai iniziato il giro della sua seconda metà, se la “primavera” maghrebina continui e anzi tenda finalmente verso un’estate piena e serena, o se invece per uno di quei misteri atmosferici che talvolta capitano siamo passati direttamente all’autunno o addirittura a un inverno freddo e pieno di incognite. Dove stia per fermarsi il pendolo della tensione internazionale, in altri termini, è terribilmente difficile da capire. A partire dallo stesso Medio Oriente, le prossime settimane dovranno dirci come andrà a
finire l’operazione messa in atto dall’Autorità nazionale palestinese per il riconoscimento internazionale, che dovrà culminare, il 15 settembre, nell’Assemblea generale dell’ONU.
Assisteremo al solito balletto con lo stesso canovaccio? Israele e Stati Uniti respingeranno qualsiasi ipotesi di mediazione? Abu Mazen sarà ancora una volta incapace di neutralizzare Hamas che continuerà a tirare missili perfettamente inutili, militarmente parlando, e politicamente devastanti perché incapaci di far progredire la causa palestinese? A parlarsi chiaro, la soluzione non potrà venire che da simmetrici e reciproci passi indietro, di tutte le parti: sia ben chiaro che conservare questo stato di tensione continua è una lucidissima strategia politica che giova sia all’una sia all’altra parte: controllo sociale, aiuti economici, sostegno internazionale Per questo, noi, spettatori, non dobbiamo schierarci dall’una o dall’altra parte, ma chiedere di trasformare gli atteggiamenti bellicosi in forme di dialogo e comprensione (ne esistono già, sul territorio, mille piccole ma significative manifestazioni). Il mondo senza grandi potenze che abbiamo costruito è servito a far crescere la percentuale di stati democratici nel mondo, ma ha bisogno di tutti noi, a differenza dal passato. Se vogliamo democrazia, insomma, dobbiamo esser democratici e partecipare, discutere, dialogare. È evidente che si tratti di un mondo più difficile e complicato, eppure più libero. Proprio per questo dobbiamo imparare a utilizzare le carte di cui disponiamo Nella crisi libica, l’Occidente si è mosso con scarsissima lungimiranza e concordia. I libici, a un certo punto, non sapevano più neppure su chi contare; sembrava che gli occidentali iniziassero le loro compagne elettorali sulla pelle di quei “poveri beduini”. I libici sono uguali a noi, così come i disperati che fuggono da tante parti dell’Africa perché sanno (e a ragione) che da noi le loro
speranze di vita crescerebbero enormemente. Avrebbe potuto succedere a noi la stessa cosa: non è merito o colpa di nessuno. Il mondo ricco e sviluppato cerca di non vedere quanto sia importante il suo compito, che non è quello di dominare il mondo, ma di contribuire a migliorarlo. Aiutiamolo, prima che sia troppo tardi.

L’Unità 23.08.11

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“Alex, Zeina e Sara La fine del regime raccontata dalle donne”, di Michele Farina

Prima Alex, poi Zeina e infine Sara. La notte in cui Tripoli ha cominciato a cadere, almeno tre troupe tv internazionali sono arrivate nella Piazza Verde (ribattezzata Piazza dei Martiri) seguendo la cavalcata dei ribelli. Tutte e tre erano guidate da donne. A battere tutti è stata Alex Crawford, veterana della tv britannica Sky. Coraggio, tecnologia e fortuna le hanno permesso di mostrare per prima le immagini dei primi pick-up di quell’armata brancaleone (con copertura Nato) che entrava in città. Poco dopo (verso le 2 ora locale) è arrivata anche la corrispondente di Al Jazeera, Zeina Khodr. E subito a ruota l’inviata della Cnn Sara Sidner: elmetto, microfono e giubbotto antiproiettile. Mentre nello studio di Washington l’incravattato Nic Robertson spiegava agli spettatori la mappa della città. Un caso, certo. Che si può anche leggere come un piccolo passaggio di consegne, una definitiva consacrazione. L’inviato Robertson dieci anni fa faceva furore in Afghanistan. Nei mesi della rivolta in Libia è stato spesso a Tripoli. Ieri però a rincorrere i pick-up dei ribelli nella capitale gioiosa e spettrale c’era la solida Sara Sidner, americana, 15 anni di esperienza: partita da una tv locale di Oakland, California, da anni fa la corrispondente della Cnn con base in India. C’era lei sdraiata a terra davanti al Taj Mahal, in occasione degli attentati di Mumbai del 2008.
Giornaliste non alla prima missione come Zeina Khodr, che nei mesi scorsi è entrata in Siria da clandestina.
O come la stessa Alex Crawford, che nel sito di Sky fa l’elenco delle armi a cui è sfuggita nella sua carriera (pallottole, gas lacrimogeni, Ied, mortai, molotov, frustate con i bamboo…). Questo per dire che le inviate di guerra non sono più (da tempo) una novità nel panorama dei media internazionali. Però non si può non registrare (come ha fatto il quotidiano britannico The Guardian) che nella caduta di Tripoli le donne reporter sono state in prima linea, complice anche il fatto che molti colleghi, già in città, sono rimasti intrappolati all’hotel Rixos, tenuti in ostaggio dai miliziani del Colonnello. Così è stata la notte di Alex Crawford, capace di arrivare nella Piazza Verde e mandare le prime immagini di ribelli giubilanti. Dribblando le difficoltà di comunicazione con un mix di tecnologia e vecchi espedienti; il materiale girato dai cameraman Jim Foster e Garwen McLuckie è stato caricato su un pc portatile e inviato con una mini antenna satellitare, il tutto collegato a una batteria tenuta in vita dall’accendi-sigarette del pick-up. I colleghi della Bbc su Twitter hanno fatto i complimenti: «Missione incredibilmente coraggiosa».

Il Corriere della Sera 23.08.11

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