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"Divisioni che preoccupano", di Cesare Damiano

La positiva convergenza che si era registrata tra le parti sociali il 28 giugno scorso, con l’accordo interconfederale sui temi del modello contrattuale e della rappresentatività, corre il rischio di essere messa in discussione. Contro la ricostruita prospettiva unitaria, alla quale aveva fatto seguito un documento di imprese e sindacati che spronavano l’esecutivo a recepire chiari interventi per lo sviluppo del paese, si è subito messo alacremente all’opera il ministro del lavoro.
Ancora una volta ha prevalso l’idea di dividere il sindacato, obiettivo che Sacconi persegue con particolare tenacia, una sorta di rivincita personale che non ci siamo ancora completamente spiegati da che cosa tragga origine.
Forse bisogna tornare ai tempi della ormai lontana prima repubblica.
Questa sorta di resa dei conti, che punta a separare il sindacato tra riformisti e antagonisti, ha prodotto e produrrà gravi danni al paese. Viene messa da parte la concertazione derubricata, nel migliore dei casi, a dialogo sociale. In realtà il governo preferisce intervenire per decreto anche sulle materie del lavoro e del welfare. Di questo si è vantato alcuni mesi fa il ministro Tremonti: «Abbiamo riformato le pensioni con una norma». Non capitava dal 1968 che sul tema della previdenza non ci fosse una preventiva consultazione dei sindacati.
Adesso, nella manovra, Sacconi ha deciso di inserire l’articolo 8, paradossalmente denominato “Misure a sostegno dell’occupazione”.
In esso, il principio della derogabilità di leggi e contratti attraverso gli accordi aziendali diventa regola dominante. È chiaro che l’autonomia delle parti sociali viene pesantemente invasa e, di conseguenza, l’accordo negoziato da Cgil, Cisl e Uil il 28 giugno scorso viene messo gravemente in discussione. Nel testo non c’è soltanto una deroga ritagliata su misura per la Fiat, che riconosce la validità erga omnes degli accordi stipulati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone. Quel che è peggio è che si stabilisce, d’ora in poi, che i sindacati «comparativamente più rappresentativi a livello nazionale» ovvero «le rappresentanze sindacali operanti in azienda», possano stipulare contratti aziendali sostitutivi, senza nessuna certificazione della rappresentatività reale di chi li sottoscrive e senza nessun referendum tra i lavoratori. Un ritorno alla preistoria delle relazioni sindacali e un colpo mortale al contratto nazionale e alla democrazia nei luoghi di lavoro. Con questa formula si aggirerà totalmente lo statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa. È inutile che il ministro si sforzi di smentire questa circostanza: la nuova normativa fa soltanto salvi i licenziamenti discriminatori e quelli delle lavoratrici «in concomitanza di matrimonio »: formula, quest’ultima, assai curiosa che ci lascia immaginare che perlomeno non ci sarà licenziamento durante la luna di miele.
In tempo di crisi economica e di fronte ad un autunno che ci riserverà uno shock occupazionale, lasciare la porta aperta all’utilizzo dei licenziamenti potrebbe indurre le aziende meno responsabili a scegliere questa strada, con relative e pesanti ricadute sociali.
Ci sono motivi sufficienti, per il Partito democratico, per chiedere che l’articolo 8 della manovra venga cancellato e, se le parti sociali condivideranno questa ipotesi, di proporre con specifici emendamenti di recepire quelle norme dell’accordo del 28 giugno che riguardano la certificazione della rappresentatività dei sindacati firmatari e la validazione degli accordi attraverso il voto a maggioranza delle rappresentanze sindacali unitarie o dei lavoratori.
In questa situazione ci preoccupano le divisioni che si sono registrate a seguito della dichiarazione di sciopero della Cgil: non spetta a un partito politico interferire sulle scelte di un sindacato, ma sentiamo l’esigenza di ribadire quanto sia indispensabile che i sindacati ritrovino una strada di convergenza. Come Partito democratico abbiamo già promosso e realizzato un incontro con le parti sociali e lavoreremo per andare nella direzione del massimo della coesione come richiesto a gran forza dal presidente della repubblica.
Non a caso il Pd ha presentato le sue proposte per una manovra alternativa: sta ora al governo aprire in parlamento un confronto con l’opposizione che non sia di maniera, se vogliamo uscire da questa difficile situazione di crisi.

da Europa Quotidiano 25.08.11

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